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06/04/1998

UN ITALIANO A PARIGI

Da “Qui Touring”








Esistono spettacoli che vanno ammirati in fretta, prima che scompaiano.


Prendiamo gli italiani a Parigi. Esistono stupori, furori, amori e rossori che sono rimasti immutati, dai tempi della contessa di Castiglione a quelli di Toni Negri (per citare due connazionali che hanno movimentato la vita sulla Senna). Alcune novita’, tuttavia, stanno erodendo la condizione di piacevole spaesamento che rendeva riconoscibile un italiano. Pensate all’accordo di Schengen, all’euro e ai telefoni cellulari GSM: un turista che non trova frontiere, non deve cambiare i soldi ed e’ sempre reperibile, smettera’ di essere un turista. E’ vero che restera’ italiano, e cio’ dovrebbe impedire a chi lo osserva d’annoiarsi.


Questi sono comunque momenti di passaggio, mezze stagioni della storia. A Parigi e’ ancora possibile ascoltare italiani che sanno un po’ di francese, e il resto lo inventano; vederli marciare compatti su Versailles, come le folle che nel 1789 andarono a tirar giu’ dal letto Maria Antonietta (senza la comodita’ dei trasporti veloci RER); osservarli mentre lottano con le maniglie delle carrozze, schiacciandole quando occorre girarle e girandole quando occorre schiacciarle; studiarli allorche’ si fermano davanti alle porte d’uscita del metro’, che non somigliano ai lindi cancellini del tube di Londra, ma sono mostri meccanici che aprono cigolando le braccia metalliche, e sembrano sibilare: “Lasciate ogni speranza, o voi che uscite”.


E’ inutile negarlo: poche citta’ al mondo tendono a umiliare il visitatore occasionale piu’ di Parigi, e lo rendono tanto euforico, quando si sente accettato. Sono molti i personaggi che, non richiesti, si incaricano di impartire lezioni agli stranieri. Gli americani temono i taxisti; gli inglesi bisticciano coi negozianti; noi soffriamo i camerieri.


Il rapporto conflittuale tra camerieri parigini e turisti italiani si perde nella notte dei tempi; ma, di solito, avviene tra mezzogiorno e le due, quando al tavolino di un caffe’ – geniale trovata gallica, diamogliene atto – noi commettiamo quei dieci-dodici microerrori che ci rendono impopolari. E’ inutile elencarli: si va da una pronuncia imperfetta a una mancia dimenticata a un commento sui tubolari che a Parigi chiamano baguettes . Diciamo che i camerieri francesi sopportano i turisti incompetenti, a patto che siano disciplinati; e tollerano l’indisciplina, se unita a un’indiscussa competenza. Noi invece siamo incompetenti e indisciplinati, e li mandiamo in bestia.


Le difficolta’ non ci umiliano: ci esaltano. Gli italiani sono gli unici europei che, di fronte alla provocazione della pipi’ a pagamento, se si accorgono di non avere spiccioli, rinunciano al pagamento, ma non alla pipi’. Solo noi italiani, affrontando in automobile l’Etoile, proviamo un senso di eccitazione, e non di panico; cimentarsi col piu’ impegnativo rondo’ del mondo (vi sboccano dodici grandi viali) e’ una sfida in grado di dare un senso alla vacanza. I nostri PPP (passaggi psicologici parigini) sono stati studiati a lungo, e sono ormai prevedibili: sbalordimento (circa 36 ore), generica ammirazione (36esima/48esima ora), fase di rigetto (48esima/72esima ora, il periodo in cui litighiamo coi camerieri), seguita da una sorda invidia per una grande citta’ che ha saputo organizzarsi.


Simpatici mostricciatoli monoposto puliscono le strade; i poliziotti sono ubiqui; classici cubetti di granito (Notre Dame), eleganti cilindri di acciaio (Place Vendome) e classiche mazze di ferro (Place Des Vosges) impediscono la sosta selvaggia. Il milanese che ha negli occhi i mostruosi panettoni gialli anti-sosta della sua citta’ (dove non si vede un vigile), si commuove. Il napoletano rimasto intrappolato dietro un camion che in pieno giorno raccoglie l’immondizia in un vicolo partenopeo, si arrabbia. Cosi’, il romano che visita il futuristico centro d’affari della Défence rimane senza fiato, al pensiero di un’amministrazione che, una volta deciso un grande progetto per la capitale, va fino in fondo: invece di tollerare litigi, proteste, piagnucolii, dispetti, boicottaggi e, alla fine,


l’affondamento dell’idea. E’ la solita storia: i nostri fratelli europei scendono in Italia ad ammirare le antichità, e noi italiani saliamo in Europa per visitare l’organizzazione. Durera’ poco, come dicevamo all’inizio. Non perche’ l’Italia cambiera’ radicalmente (questo, mai); ma perche’ finiremo per abituarci a Parigi.


Beppe Severgnini

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06/03/1998

IO DONNA

Dal “Corriere della Sera”








Uno dei misteri minori dell’umanita’ e’ il seguente: chi sceglie i pasti di classe economica sugli aerei? Spero li abbiate osservati: l’aspetto e’ quello di cibo per gatti lasciato dieci giorni fuori da una stazione metereologica polare. Le tortine sono rinsecchite, le verdure pallide, i salumi sembrano essere stati affettati col raggio laser. Ormai non e’ piu’ questione di linee aeree. Mentre in classe business (qualcuno la chiama «classe top », sbagliando: la classe dove si viaggia schiacciati come topi e’ l’economy ), le compagnie gareggiano in raffinatezze, i passeggeri delle file dietro si vedono sbattere di fronte un vassoio che verrebbe rifiutato con sdegno anche in un campo-profughi. Domanda: perche’?


Ho cercato di rispondere durante un volo Milano-Londra, dove questa delicata questione dottrinale ha impegnato passeggeri e assistenti di volo per un’ora buona. Le opinioni che hanno riscosso piu’ successo sono tre: 1) Le compagnie aeree intendono punire i passeggeri per aver voluto risparmiare sul biglietto 2) I catering managers – quelli che scelgono i menu’ – non sanno spendere i loro soldi 3) I catering managers sono sadici. A nome della minoranza, rappresentata da me stesso, ho avanzato una quarta ipotesi: forse alla gente quella roba piace. Non ci piace mangiarla; ci piace averne diritto. E, una volta che l’abbiamo davanti, un po’ per pigrizia e un po’ per spirito d’avventura, mangiamo. Per dar forza all’ipotesi, ho invitato i miei interlocutori a guardarsi intorno: quasi tutti i passeggeri avevano accettato il vassoio. E, in un orario folle come le undici del mattino, masticavano qualcosa che era troppo gelido per essere un breakfast e troppo crudele per venir chiamato lunch .


Non pretendo di sondare le profondita’ della mente dei viaggiatori: sono uno di loro, e so che e’ impossibile. Invito soltanto le compagnie aeree ad avere pieta’ di noi: se ci danno qualcosa, la mangiamo. Meglio, quindi, non darci niente. Un bel digiuno volante e’ quello che ci vuole per arrivare in forma smagliante all’aeroporto di Heathrow, della cui strabiliante aerogastronomia ci occuperemo sabato prossimo.


Al Terminal 2 dell’aeroporto londinese di Heathrow vendono tutto quello che si può mettere in borsa e portare su un aeroplano. Per fornire ristoro dopo la fatiche psico-fisiche delle compere (in italiano: shopping), esistono bar di ogni tipo. Ce n’è uno dove servono hamburger standardizzate, un altro dove propongono sandwich incellofanati, un terzo dove offrono salmone scozzese affumicato. Indovinate dove sono andato io.


Ebbene: in questo terzo bar, a differenza degli altri due, si può ordinare un bicchiere di vino o una birra. I clienti si siedono intorno a un bancone quadrato; all’interno, due ragazzi prendono gli ordini. Semplice? No: c’è il problema dei figli. Poichè al banco servono alcolici, i bambini non possono nemmmeno avvicinarsi. Devono sedersi sulle scale, come personaggi di un romanzo di Dickens, e osservare gli adulti mentre mangiano (se fossero gatti o cani, credo sarebbero autorizzati a leccare i piatti; ma questo è un altro discorso).


Non so se avete mai provato a mangiare salmone con un bambino che vi guarda seduto sulle scale: lui ride, ma a voi passa l’appetito. La situazione si era fatta così grottesca, che l’impiegata del vicino banco-informazioni, signora Angela Ward, si è commossa e ha offerto una delle sue sedie girevoli, ponendola dietro le nostre: così il bambino era seduto vicino a noi, senza essere seduto con noi. L’episodio illustra bene la differenza tra vecchia Londra e la nuova Londra: alcune regole rimangono assurde, ma poi intervengono le Angela Ward. Anche questo è un altro discorso, però.


La cosa su cui dobbiamo riflettere è un’altra. La Gran Bretagna, con il suo anacronistico proibizionismo, fa sì che un ragazzo cresca aspettando l’eta del primo bicchiere: poi si sbronza tutti i sabati sera, per quarant’anni di fila. L’Italia, con la sua tollerenza, è rimasto un paese alcolicamente civile. Anche se esistono gli imbecillli che bevono sei birre e poi si mettono al volante, per la maggioranza dei ragazzi italiani sbronzarsi non è una ragione di vita. Ci pensate? Un campo – e non è l’unico – in cui possiamo dare lezioni di civiltà agli inglesi. Signori, champagne! (anzi: prosecco!).


Beppe Severgnini

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06/02/1998

UN CONTINENTE NORMALE

Dal “Corriere della Sera”




La piccola polemica tra il cancelliere tedesco Helmut Kohl e i giornali italiani e’ stata archiviata in fretta, e questo e’ un bene. Ricordarla brevemente, tuttavia, puo’ servire per ricavare qualche insegnamento dallavicenda. Dunque: Kohl giunge a Roma, vede le prime pagine di «Corriere» e «Repubblica» dov’e’ ritratto in versione Sturmtruppen e macellaio (Romano Prodi e’, rispettivamente, il deportato e la mucca), e si arrabbia. Potremmo dire: non importa. Nell’Unione Monetaria, con tutto il rispetto per Giannelli e Forattini, non si entra con i disegni, ma con i bilanci, e questi sembra che siano in regola. Da Herr Kohl, tuttavia, ci saremmo aspettati una risata. Oltretutto, quando escono da un cancelliere della sua stazza (fisica e politica), le risate suonano particolarmente bene.
Perche’ Helmut Kohl doveva metterla in ridere? Perche’ quelle vignette, anche se non gli sono piaciute, mostrano che l’Europa e’ sulla strada buona per diventatare un continente normale: siamo in pace da mezzo secolo, e possiamo permetterci di sfottere gli amici. Le battute e le caricature che sessant’anni fa preparavano le dichiarazioni di guerra hanno lasciato il posto a bonarie – sottolineo: bonarie – prese in giro. Che poi si ricorra a luoghi comuni un po’ logori(Italia/scioperi, Germania/soldati, Inghilterra/bombette) e’ inevitabile. Una barzelletta sull’Italia basata sulla figura di Benedetto Croce risulterebbe difficilmente comprensibile a Essen e Wolverhampton.
C’e’ di piu’. Battute e prese in giro dimostrano che l’Europa e’ diventata casa nostra: Tony Blair e Jacques Chirac, nelle famiglie italiane, sono piu’ conosciuti di Edo Ronchi e Michele Pinto. Helmut Kohl, poi, e’ un caso speciale. Negli ultimi quindici anni, e’ apparso sui nostri teleschermi piu’ spesso di Pippo Baudo: e’ al potere dal 1982 (il secondo capo di governo piu’ longevo, il belga Jean-Luc Dehaene, e’ in carica dal 1992), ha riunito la Germania e ora rischia di unire l’Europa. Se a questo aggiungiamo che il cancelliere non risponde ai canoni della bellezza classica stabiliti dal compatriota Winckelmann, possiamo capire perche’ i vignettisti lo amano. Herr Kohl dovrebbe esserne felice: la caricatura e’ la prova della familiarita’ e del successo. Romano Prodi, questa settimana, viene preso in giro a tutta pagina su «The Economist»: se l’Italia non fosse cosi’ vicina all’euro, non sarebbe accaduto.
Certo: la moneta unica dell’umorismo, come quell’altra, richiede tempo e gradualita’. E’ noto infatti che i popoli ridono allo stesso modo, ma non ridono delle stesse cose. Con gli inglesi e’ fin troppo facile: loro ci stanno. Con i francesi e’ piu’ difficile: prima bisogna capire le loro battute. Con i tedeschi qualcuno ritiene sia impossibile: l’umorismo, secondo una diffusa scuola di pensiero, e’ il parametro mancante a est del Reno. Stendhal, per esempio, sosteneva che «girano piu’ motti di spirito a Parigi in una notte che in Germania durante tutto un mese». Secondo un celebre psicoanalista olandese, Renatus Hartogs («La psicologia dell’oscenita’», New York 1968), «la differenza tra l’umorismo tedesco e quello francese e’ la stessa che passa tra le crepes Suzette e gli gnocchi di patate».
Ebbene, Herr Kohl: noi non ci crediamo. Anche dopo aver letto le dichiarazioni del direttore della «Frankfurter Allgemeine» sulla faccenda delle vignette («Non si puo’ andare avanti a colpi di Bismarck e spaghetti! Stiamo costruendo l’Europa!»), continuiamo a ritenere che anche a voi tedeschi si possa insegnare il senso dell’umorismo. Diciamo che e’ come imporre la disciplina di bilancio a noi italiani. Non e’ facile – chiedetelo a Ciampi. Ma si puo’.
Beppe Severgnini

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06/01/1998

CYBERITALIANO, PER NON RENDERSI RIDICOLI

Da “Amica”




Sono tornato nella mia universita’, Pavia, per una conferenza sulla lingua inglese. Uno studente si e’ alzato e mi ha detto: «Anche quando discuto di elettronica e computer, vorrei parlare italiano. Ma come faccio? Devo dire topo invece di “mouse”? E come traduco “clic” e “scan”? Cliccare? D’accordo. Ma scannare ?» Ottima domanda, ho risposto, come sempre fanno coloro che non sanno cosa rispondere. Poi ho provato a dare qualche suggerimento, ricordando il mio personale comandamento: le parole inglesi che conosciamo ci servono per parlare inglese . Quando parliamo italiano, cerchiamo di usare parole italiane. Sono pochi i casi in cui e’ impossibile trovare un’alternativa al termine straniero in voga. In qualche caso, invece, quest’alternativa non bisogna neppure cercarla: «computer», per esempio, e’ un vocabolo entrato ormai a far parte della nostra lingua, come «film» o «sport». Combattendolo, si rischia di fare una figura da francesi.
Soddisfatto della mia improvvisata saggezza, ho cambiato argomento. Poi, tornato a casa, ho provato scrupoli di coscienza (abbastanza rari, in un giornalista). Mi sono accorto, per cominciare, di non trovare una traduzione per «scan». «Scannare» e’ brutto; ma «esaminare con un apparecchio a scansione» (cito dal dizionario) e’ addirittura mostruoso. Anche per «mouse» (l’aggeggio che consente un rapido spostamento del puntatore sul video del computer) non ho trovato traduzioni adeguate.
Certo: potrei impuntarmi e proporre «topo» (traduzione letterale di «mouse»), ma nessuno capirebbe. E quando si parla o si scrive, di solito, lo scopo e’ farsi capire.
Il problema, quindi, e’ complesso. Contro le forze dominanti della lingua inglese – un rullo compressore che non si ferma – occorre adottare una combinazione di saggezza cinese (piegarsi come il giunco, aspettando che passi il vento) e tattica della guerriglia (colpire l’avversario quando e’ isolato e vulnerabile; poi scappare). Esempi, per capirci. E’ inutile, come dicevo, battersi contro la parola «computer»; in altri casi e’ invece possibile difendersi, e addirittura passare all’offensiva. Internet, per esempio, sembrava un vocabolo inattaccabile (meta’ latino e meta’ inglese, mondiale per definizione); eppure la nostra modesta «rete» si sta difendendo bene (l’ inglese «web» – tela, trama, ragnatela – non ha invece rivali come aggettivo: indirizzo web, sito web). Piu’ difficile si sta rivelando la battaglia contro «browser», il programma che consente di navigare in Internet (Explorer, Netscape). Letteralmente significa «sfogliatore»; ma il termine si addice piu’ a un pasticcere che a un informatico, e dovremo trovarne un altro. Lo stesso vale per «provider», vocabolo incluso tra le novita’dell’Enciclopedia Zanichelli 1998. Si tratta, come molti sanno, di una societa’ che fornisce all’utente il servizio di accesso alla Rete. Si potrebbe quindi usare il termine «fornitore», che pero’ evoca robuste forniture di atomi (gasolio, pane, carta); non impalpabili forniture di bit. Cos’e’ accaduto? Il vocabolo inglese «provider», che risale al XIVº secolo, ha spiazzato quello italiano assumendo un significato specifico: non solo «fornitore», ma «fornitore-di-accesso-alla-Rete».
Altre volte, quando ci accorgiamo che l’avversario e’ debole, dobbiamo essere spietati. «Screen-saver» non serve: «salva-schermo» va benissimo. «Desk-top» fa ridere: l’espressione «da tavolo» serve perfettamente allo scopo. «Surfing» (il passaggio da un sito all’altro della Rete) e’ inutile; «navigazione» e’ piu’ lungo, ma rende l’idea (ed e’ piu’ adatto a un popolo mediterraneo che il surf lo vede solo al cinema). E «trackpad» – dispositivo per spostare il puntatore sullo schermo muovendo il dito su una tavoletta nella tastiera – non e’ solo uno spendido esempio di invenzione inutile. E’ anche un nome assurdo. «Tappetino» e’ piu’ simpatico e piu’ chiaro. Dovete solo avere il coraggio di pronunciarlo la prima volta. Poi tutto diventera’ facile.
Beppe Severgnini

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06/12/1997

A (SLIGHTLY) NEW ITALIAN ESTABLISHMENT








“The Economist”





MILAN – IN 1992, a magistrate in Milan nabbed the manager of an old people’s home, who was a bit slow in flushing down the lavatory a wad of cash he had just taken as a bribe: a small episode, but with momentous consequences. In the string of scandals that followed, known as Tang entopoli (“Bribesville”), over 2,500 people were investigated, about 450 were found guilty (including a clutch of former prime ministers), a few were put in prison and a score took their own lives. Between 1992 and today, so the conventional wisdom has it, a sea-change in Italy saw a new breed of politicians, managers, bankers and entrepreneurs take over.


Really? “The Economist”, with the help of “Who’s Who in Italy” and a research organisation, the Enrico Mattei Foundation, decided to see if so grand a claim stands up. Is Italy now in younger and cleaner hands? How much of the old establishment has been replaced over the past five years? The answers to these and other questions suggest there has been a distinct change-but by no means the revolution often assumed.


We looked at Italy’s 100 most powerful people, including (among others) the heads of the 11 top banks, of the ten biggest private companies, of the ten biggest state-owned firms, the eight most senior civil servants, 14 top government ministers and party leaders, the mayors of the seven biggest cities, the editors of the nine biggest journals, the heads of the six main television channels, and so on. Turnover of such jobs has certainly speeded up. In each of the two five-year periods before 1992, some 54% of top jobs changed hands. But in the past five years the turnover rate has gone up-but not spectacularly-to 71%. The figure is a good deal higher still in national politics, in local government (partly due to the post-1993 system of direct election for mayors), and in state-owned companies-all areas hugely affected by Tangentopoli.


How much of this was caused by corruption investigations is hard to say. Still, of all those who held top jobs in 1992, no less than 17% have been prosecuted. And 57% of those who held top jobs in politics and 40% of the top businessmen have had brushes with the law.


But one strange discovery is that Italy’s top echelon is scarcely any younger, despite the current government’s claim that the country has undergone as deep a generational change as the United States did after Bill Clinton’s first election. The average age of today’s establishment man (there are still few women) is, at just over 59 years, barely six months younger than five years ago. For sure, quite a few 40-somethings, like the deputy prime minister, Walter Veltroni, and Chicco Testa, head of ENEL , the state’s electricity monopoly, have landed big jobs. But Italy, like Japan, is still a country where grey hair (or no hair) carries weight. This is most true in the church, banks and universities, though the media, local government and the trade unions have become a bit more youthful.


Also unchanged since 1992 is the proportion of high-fliers who have studied or worked abroad: still just under half. And women in top jobs have become even rarer. The tiny offering of female big cheeses has slumped from three in 1992-two mayors and the speaker of parliament’s lower chamber-to just two today: Emma Marcegaglia, the head of the young industrialists’ association, and Lucia Annunziata, a television news chief.


One revelation, though, is striking. Five years ago, northerners-in the rough-and-ready definition of “Padania” used by the separatist leader, Umberto Bossi-held half of the top 1 00 jobs. Now they hold 60, people from the centre (including Rome) have 17, while southerners have just 23. Northerners have edged ahead in just about every area, except for the printed press, television, and the civil service, which still spawns heavyweights from the south. Judges, once mostly southern-born, now come mainly from the north.


It is harder to say whether there has been an ideological shift among Italy’s power-punchers. For some jobs, you do not need known political views. But the right has, if anything, edged ahead. A rough calculation suggests that in 1992 some 45 of the top 100 were middle-of-the-roaders, 30 were on the left, eight were on the right, and some 17 said they were independent. Five years on, the right’s tally is up to 15, perhaps thanks to the brief reign as prime minister of a right-wing tycoon-turned-politician, Silvio Berlusconi. Self-proclaimed independents have gone up to 23, while the left’s representation has stayed put at top level, while increasing lower down.


Oddly, the man who, as a magistrate, started the campaign to clean up the country, Antonio Di Pietro, does not feature among the top 100. Yet he might not be averse to taking the post of president, especially if-as a parliamentary commission recently suggested-it were directly elected. That would mean Mr Clean Hands ending up as Mr Italy.


Beppe Severgnini

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06/11/1997

CRISI DI GOVERNO ALL’ITALIANA

(Corriere della Sera)
Le crisi di governo italiane sono difficili da spiegare agli stranieri. Se questi stranieri stanno per mandare in stampa un giornale, e chiedono notizie attraverso un telefono cellulare, e vogliono sapere come mai un governo si dimette nel momento di maggior successo, e domandano perche’ gli avversari vogliono aiutarlo e gli amici vogliono seppellirlo, ebbene: questa crisi diventa inspiegabile. Ovvero: se qualcuno sa riassumere in venti parole quello che e’ accaduto ieri, gli cedo il posto di corrispondente dell’«Economist».


Perdonate se, per una volta, un giornalista racconta il retrobottega del proprio mestiere, ma penso possa illustrare la delicata follia di questo momento politico, e l’opinione che si fanno di noi all’estero. Cominciamo col dire che The Economist «chiude» il mercoledi’ notte; ma poiche’ si vanta di essere un «newspaper» (giornale) e non un «magazine» (rivista), insegue le notizie fino a mezzogiorno di giovedi’. La crisi di un governo in buona salute – un importante governo europeo, non il gabinetto della Moldavia – era certamente una notizia. Cosi’ al pezzo scritto mercoledi’ mattina (la crisi non c’e’), cambiato mercoledi’ pomeriggio (e se ci fosse?), sostituito mercoledi’ notte (c’e’, ma potrebbe non esserci), si e’ aggiunta una quarta versione: Bertinotti ha attaccato il sindacato in un talk-show televisivo, e tenta di rompere la sinistra. Crisi sicura.


Gli inglesi sono gente logica: volevano sapere cosa c’entrava il sindacato col governo, e perche’ una coalizione che stava per portare l’Italia nell’Unione Monetaria Europea si sfalda in un talk-show. Ho promesso che li avrei tenuti informati. Mentre l’Economist , paziente, aspettava l’harakiri del 55esimo governo italiano, e’ cominciato il dibattito cellulare. Prima telefonata da Montecitorio: «Prodi ha lodato il sindacato, e Rifondazione non ha applaudito. E’ crisi». Rispondono da Londra: «Non ci basta. Vogliamo il voto di sfiducia». Seconda telefonata da Roma: «D’Alema fa le barchette di carta e gonfia la guance. E’ finita.». Londra: «Non ci basta: vogliamo sentire la parola “dimissioni”». Terza telefonata da Roma: «Rifondazione vota contro. Hanno detto che Prodi e’ testardo (stubborn ).» Londra: «E’ stato Bertinotti?» Roma: «Non Bertinotti. Diliberto.» Londra: «Chi e’ Diliberto?». Quarta telefonata. Roma: «Non c’e’ piu’ maggioranza.» Londra: «Stiamo chiudendo. Non ci interessa la maggioranza. Ci interessa il governo. C’e’ ancora?». Quinta telefonata. Roma: «Prodi si e’ dimesso. Contenti, adesso?». Londra: «E il voto?» Roma: «Se n’e’ andato per evitare il voto.» Londra: «Andato? Dove?» «Dal presidente Scalfaro.».


Da Londra, a quel punto, silenzio. Giornale chiuso, cellulare scarico. Tre ore piu’ tardi vengo informato che non se la sono sentita di scrivere, un minuto prima di andare in stampa, che il governo Prodi era finito. Il presidente Scalfaro – hanno ragionato – avrebbe potuto non accettare le dimissioni. Mi dispiace, quindi, per gli onorevoli Melandri, Tremonti, Fini, Sanza, Fei, Mussi, Sgarbi, Risari, Pilo; per il ministro Bassanini, il sottosegretario Ayala e Ricardo Franco Levi, portavoce di Romano Prodi, che hanno cercato di aiutarmi a spiegare l’inspiegabile in un tempo impossibile. Sull’ Economist che esce oggi, Prodi – per una questione di tempi tecnici e di puro sbalordimento davanti alle vicende italiane – vive ancora. Gli abbiamo dato una settimana di vita. Siamo stati piu’ buoni di Scalfaro.




Beppe Severgnini


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06/10/1997

COME QUANDO FUORI PIOVE

Da “Qui Touring”




I viaggiatori americani e inglesi hanno due tempi: the time (per stabilire quando si parte) e the weather (per sapere se piovera’ all’arrivo). Noi italiani abbiamo un tempo solo: quando e’ poco, ci porta a pigiare l’acceleratore; quando e’ cattivo, ci induce ad aprire l’ombrello. Settembre e ottobre sono mesi adatti per parlare di ambedue le questioni. Ma poiche’ del tempo cronologico hanno gia’ trattato altri («Settembre, andiamo, e’ tempo di migrare», Gabriele D’Annunzio), ci concentraremo sul tempo atmosferico, deliziosa ossessione del turista italiano.
Possiamo cominciare col sottolineare un paradosso: gli inglesi, del tempo, parlano continuamente; gli americani lo analizzano in modo ossessivo, e lo subiscono con masochismo euforico. Ne’ gli uni ne’ gli altri, pero’, lo temono: non sia mai detto che una gita, a Sheffield o a San Francisco, venga annullata per qualcosa di tanto banale come la pioggia. Anche noi italiani guardiamo le previsioni del tempo, ma lo facciamo con una sorta di rustica diffidenza: in fondo, sospettiamo che vogliano imbrogliarci (il fatto che vengano lette da uomini in divisa, aumenta il sospetto nel nostro cuore di anarchici). Del tempo atmosferico abbiamo un timore superstizioso: la pioggia e’ vista come una punizione celeste.
Piu’ volte mi e’ capitato di osservare le mamme italiane mentre scrutano le nuvole, per stabilirne le intenzioni. Se si convincono che piovera’, l’istinto e’ quello di annullare tutto: gite scolastiche, gite fuori porta, picnic, camminate in montagna. Le piu’ scientifiche chiamano le altre mamme, per stabilire, attraverso un sondaggio telefonico, se e’ il caso di esporre i bambini alle intemperie. Le piu’ coraggiose vestono i figli come palombari, e cominciano a smoccolare verso chi ha organizzato qualcosa di tanto imprevedibile come un’attivita’ all’aria aperta.
Perche’ una mamma inglese tenga il figlio a casa occorre un uragano: e non dev’essere nemmeno tanto piccolo (Tim Parks, nel libro Un’educazione italiana , descrive con efficacia il fenomeno). Per far cambiare progetti a una famiglia americana occorre l’allarme della protezione civile, o un programma particolarmente interessante in TV. Altrimenti si parte, naturalmente senza ombrello (l’attrezzo in America viene giudicato superfluo: ci sono le giacche impermeabili; in Inghilterra e’ invece considerato un indizio di debauche , come il bidet). Notate bene: dietro questa spavalderia anglosassone non c’e’ ne’ incoscienza ne’ machismo (le mamme? come potrebbero). C’e’ semplicemente la convinzione che il tempo atmosferico e’ imprevedibile, e pertanto va preso con filosofia. Una gita-col-sole sara’ una gita col sole: certamente piacevole. Ma una gita-con-la-pioggia non e’ una gita-col-sole fallita: e’ un’altra cosa. E’ una gita con la pioggia, e potrebbe rivelarsi altrettanto divertente.
Questo atteggiamento (il maltempo non e’ la fine del mondo; ovvero: non tutte le pioggie diventano il diluvio universale) e’, a mio giudizio, salutare. Ho sempre ritenuto che il rumore ritmico dei tergicristalli sia allegro; e penso che molti musei, palazzi e castelli, quando offrono un riparo, diventano ancora piu’ interessanti. In un pomeriggio di temporali ho capito di essere affezionato alle scarpe pesanti che, per anni, avevano occupato meta’ dell’armadio: finalmente le vedevo lavorare. E ogni volta, quando spiove, scopro che le pozzanghere sono specchi, anche se mio figlio si ostina a considerarle piscine.
E’ un peccato che molti italiani non capiscano il fascino discreto del maltempo. Mentre gli inglesi distinguono, con gusto da intenditori, tra rain, shower, drizzle, downpour, storm, sleet eccetera, noi diciamo: «Piove» (altri termini del vocabolario sono inutilizzabili. Conoscete qualcuno che guarda dalla finestra e dice: «Niente paura. E’ solo un rovescio, o piuttosto un piovasco.»?). In Italia – a riprova che O sole mio non e’ una canzone, ma un inno pagano – non sappiamo rinunciare a scollature e abbronzature neppure in questi giorni di fine estate, che invece dovrebbero spingere a una sobria e umida meditazione. Il simbolo della nostra nazione meteropatica non e’ l’elmo di Scipio: sono gli occhiali da sole. Non li togliamo nemmeno nelle presentazioni, lasciando i presenti nel dubbio: e’ un mafioso, ha la congiuntivite o e’ soltanto un maleducato?
Beppe Severgnini

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06/09/1997

DIANA, IL MITO E LA MORTE

Dal “Corriere della Sera”




La vicenda umana di Diana Spencer e’ una tragedia iperrealista. La sua morte e’ un concentrato dei nostri interessi e delle nostre preoccupazioni, non tutte confessabili: bellezza e ricchezza, amore e sesso, gioventu’ e malasorte, nobilta’ e lusso, tradimenti e divorzi, popolarita’ e privacy, razza e pregiudizi, velocita’ e vacanze, Parigi, Londra e l’America. Credo che il personaggio restera’ con noi per molto, molto tempo. Credo, insomma, che in pentola stiano gia’ bollendo gli ingredienti del mito.
E’ una parola che va usata con cautela, mito. Nel linguaggio dei giovani, «un mito» e’ un personaggio da ammirare, un oggetto da desiderare, un luogo da visitare. Nel linguaggio dei critici – che studino Carl Jung, Cesare Pavese o la letteratura greca – e’ un termine che viene maneggiato con prudenza, e speso con parsimonia. Piu’ spesso, «mito» e’ un vocabolo che viene sprecato per giustificare la copertina di una rivista, il prezzo del biglietto di un concerto, un attore particolarmente bravo o un’attrice straordinariamente bella.
Diana non era un mito, fino a ieri. Era solo la donna piu’ riconoscibile del pianeta, che e’ una cosa diversa. Una persona bella e complicata, cui sono accadute troppe cose tutte insieme, e la cui vita – occorre dirlo, anche adesso – ha finito per somigliare a una soap-opera scritta in fretta: i suoi vestiti erano favolosi, i suoi amici potenti, i suoi amanti nobili, belli o ricchi (talvolta, le tre cose insieme). Cosa ha trasformato una soap-opera in un dramma, e una giovane donna inglese in un’icona? Risposta facile: la morte, in un’eta in cui non si dovrebbe morire.
Diana se ne e’ andata a trentasei anni, a Parigi, vestita da sera, con l’abbronzatura della Sardegna. E’ un modo insolito di morire. Com’era insolito morire su una strada americana perfettamente diritta, come James Dean, o su un tornante della Costa Azzurra, come Grace Kelly. Morire di pastiglie come Marilyn Monroe, Elvis Presley o Kurt Cobain. Morire di pallottole come John F. Kennedy, John Lennon, Che Guevara o Gianni Versace, per cui Diana, poche settimane fa, piangeva nel duomo di Milano – impeccabile anche nel lutto, fin troppo bella nel corto vestito nero. Pensateci: sono tutte morti improvvise di persone nel pieno del successo e degli anni. Sono tutte morti che hanno prodotto miti, alcuni dei quali non si possono spiegare altrimenti.
La vecchiaia e la malattia ci preparano, in qualche modo, alla morte. Quando la fine arriva troppo presto e del tutto inattesa – non importa se cercata, come quella di Marilyn Monroe, o subita, come quella di Diana – scatena invece un corto circuito. E’ «la morte nell’ordine sbagliato», cui e’ dedicato uno dei film in concorso a Venezia, l’inquietante «The Winter Guest» con Emma Thompson e la madre, Phillida Law. Ma e’ anche la morte che lascia nella nostra memoria una fotografia perfetta di chi se n’e’ andato: poche rughe, niente declino, nessuna delle delusioni e dei dubbi che accompagnano la fine di una carriera o di una vita.
Certo, e’ un atteggiamento superficiale. Ma il mondo e’ superficiale. Le lunghe vite sono complicate: per seguirle e capirle occorrono tempo, amore e pazienza. Le giovani vite interrotte sono, insieme, agghiaccianti e rassicuranti. Ci consegnano pochi ricordi chiari, immagini nitide, vicende eccezionalmente brevi, e brevemente eccezionali. E’ probabile che, se avessero vissuto, James Dean girasse film inutili, Marylin Monroe diventasse una signora sovrappeso e John Fitzgerald Kennedy si trasformasse un uomo d’affari. I figli, gli amanti e gli amici di costoro, certamente, l’avrebbero preferito. Il mondo, no.
Il mondo e’ cinico, e vuole miti inossidabili. In queste ore piange per Diana Spencer, ma in fondo e’ contento. Diana – le sue ultime scelte lo dimostrano – avrebbe potuto trasformarsi in una qualunque Jacqueline Onassis. Invece e’, e sara’ sempre, la Principessa.
Beppe Severgnini

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06/06/1997

IL PAESE DELLE CHIOCCIOLE

Dal “Corriere della Sera”








Se qualcuno avesse dubbi sull’atteggiamento italiano nei confronti della rivoluzione digitale, rifletta su un fatto: il simbolo @ (at), presente in ogni indirizzo di posta elettronica, da noi e’ diventato “chiocciolina”. Siamo dei romantici, non c’e’ dubbio, e questi tentativi di zoomorfismo elettronico ci fanno onore. Ci aspettano giorni difficili, tuttavia. Internet respira in inglese; e non nell’inglese che abbiamo imparato a scuola, o durante una remota vacanza-studio sulla Manica. Il novanta del materiale che transita sulla Rete utilizza una neolingua fatta di abbreviazioni, sigle e segni che i nostri dizionari non registrano ancora, e le nostre menti non capiscono (non subito, non sempre).


L’assalto e’ incessante. In Microserfs , il romanzo di Douglas Coupland dedicato ai turbamenti della gioventu’ informatica (in Italia e’ pubblicato da Feltrinelli), troviamo, gia’ a pagina 19: “It wuz good 2 C hr & 4 once 2 not hav yellng @ me 2 stop B-ng a noosanss “. Nell’inglese consueto, sarebbe: “It was good to see her and for once to not have her yelling at me to stop being a nuisance” . In italiano: “E’ stato bello vederla e, per una volta, non averla li’ che mi urlava di non essere un rompiscatole”.


Nella frase di Coupland salta lo spelling , entrano simboli e pezzi di slang, i numeri sostituiscono le lettere e le lettere assumono vita propria. I segni @ e & sostituiscono at e and . Il numero 2 (two ) rimpiazza la sillaba to , il numero 4 (four ) indica for (per). La lettera B viene usata al posto del suono bi, e la C sostituisce il verbo see (vedere). Il giovane Coupland non inventa niente: si limita a riprendere quello che vede e legge. Sempre piu’ spesso, nell’inglese d’America la lettera R (pronuncia ar ) viene utilizzata al posto di are (voce del verbo essere); U (pronuncia iu ) e’ usato al posto di you (il pronome “tu”); 6 (six ) sta per sex, 8 (eight ) sostituisce la sillaba ate in rate, date, late . E cosi’ via.


Queste acrobazie alfanumeriche sono in grado di gettare nello sconforto qualsiasi purista (ma negli Stati Uniti non ce ne sono, e questo risolve il problema ). Di sicuro, stanno creando una neolingua. La Ferrari bianca di Nichole Brown Simpson – sfortunata, e deceduta, moglie di O.J. Simpson – era targata L84AD8, ovvero Late for a date , “in ritardo per un appuntamento”. L’indirizzo di posta elettronica di O.J. – dicono a Los Angeles – potrebbe essere “O.J.@/Esc”, che si pronuncia: slash, slash, slash, backslash, escape ; “squarcia, squarcia, squarcia, squarcia alla spalle, scappa”. Ovvero: il genere di azioni di cui O.J. e’ fortemente sospettato (Umberto Eco riferiva questa malizia elettronica in una Bustina di qualche tempo fa).


Non e’ finita. A quelli che Domenico Starnone, sul Corriere , ha definito i “nitriti di Internet” (www, http, iiii), si sono aggiunti gli acronimi. Nati sulle chat-lines e nella posta elettronica, al servizio della “conversazione scritta” (in se’, una novita’), hanno sfondato nella lingua quotidiana. Qualche esempio: BTW, By the way, a proposito. IMO, In my opinion, secondo me. IOW, In other words, in altre parole. OIC, Oh I see , Ah capisco. Gli stessi emoticons , derivazioni dello smile-sorriso inventato a Seattle, hanno sconfinato: dal linguaggio elettronico (che intendevano umanizzare) hanno invaso il linguaggio comune (disumanizzandolo). Ve ne mostriamo alcuni, invitandovi a non usarli mai. :-) felice :-( triste :-0 scioccato 😉 strizzata d’occhio.


Qual e’ il movente che spinge a questi esperimenti? Risposta: la fretta, unita a una buona dose di esibizionismo e a un certo gusto enigmistico. Scrivere th@ al posto di that permette di guadagnare una battuta; usare gr8 al posto di great consente un risparmio di due caratteri; battere il simbolo 😉 e’ piu’ breve che scrivere “stavo scherzando”, e meno complicato che essere ironici.


Questo linguaggio usa-e-getta, nato per guadagnar tempo e stupire l’interlocutore, ha convinto molti utenti che la lingua sia come il pongo, e si possa piegare, schiacciare, allungare, bucare e strappare senza danno. Il movente iniziale – la velocita’ – e’ passato in secondo piano; sono subentrate la moda e la pigrizia. Il simbolo @ – l’esempio da cui siamo partiti – e’ ormai ubiquo: nato sulla tastiera di un computer americano, e’ ormai approdato nella vecchia Londra, in St James’s Street, dove il ristorante alla moda si chiama “@venue” (vocabolo ambivalente: puo’ essere avenue , viale; oppure at venue , nel luogo di ritrovo). In Italia, verbi come ceccare e scrollare hanno ormai sfondato. Chi sta seduto davanti a una tastiera, infatti, non intende compiere lo sforzo della traduzione (controllare, scorrere). Preferisce adattare il termine universale: l’operazione e’ piu’ veloce e il risultato sembra piu’ nuovo .


Che nome dare a quest’inglese che, come ha scritto qualcuno, “accetta di essere tutto, nell’ansia di essere sempre”? Come possiamo chiamare questa neolingua che si impone usando ogni mezzo (dai segni alla punteggiatura); che spazza via gli accenti; che assicura di voler “liberare il mondo dalle catene della grammatica” (cito dalla rivista Wired )? Qualcuno ha proposto Netlish , ovvero “l’inglese della Rete” (Net + English ). Altri hanno suggerito Geekicon , vale a dire “il lessico (lexicon ) dei fanatici di Internet (geeks ).” Il Financial Times ha parlato di lingua franca .The Economist di global tongue, lingua globale. Il presidente francese Jacques Chirac di “un enorme rischio per l’umanita’”.


Nomi, noi, ne abbiamo. Abbiamo pero’ un sospetto: che l’inglese, dopo aver conquistato l’America e i computer, si stia facendo s8 x l’@tacco finale. Prepariamoci.


Beppe Severgnini

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