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02/06/2003

POVERI ALITALIANS

Corriere della Sera



In Alitalia molte cose cambiano (il presidente, i menù di bordo). Altre, diminuiscono (gli scali, gli stipendi, la qualità dei menù di bordo). Di questo, si parla spesso. Si parla poco, invece, della passione con cui gli italiani seguono le vicende della compagnia di bandiera. Leggendo, chiedendo, bombardando di lettere una rubrica come “Italians”.  Anche le proteste, infatti, sono un modo di dire: ehi, guardate che ci teniamo a voi.


Non sto esagerando. Ho viaggiato abbastanza da sapere che molti  italiani preferiscono volare Alitalia. Alcuni perché non osano affrontare lo sguardo di un’assistente di volo della Lufthansa; altri perchè non capiscono cosa dice lo steward dell’American Airlines. Ma la maggioranza dei connazionali ama volare Alitalia per quel curioso “nazionalismo formato esportazione” che ci distingue da altri popoli. In patria, sull’Italia ne diciamo di tutti i colori. Appena fuori – nell’atrio di un albergo di New York o nella sala-partenze di un aeroporto di Londra – scopriamo di voler bene a questo nostro strambo Paese, capace di mandarci in bestia e in estasi nello spazio di cento metri e di cinque minuti.


Ecco: non sono sicuro che in Alitalia l’abbiano capito. Annullare le rotte dalla California, per i connazionali che vivono e lavorano laggiù, non è stato solo un inconveniente. E’ stata una piccola umiliazione. Penso di conoscere il motivo di quella decisione:  i voli da Los Angeles e San Francisco erano pieni, ma pochi passeggeri viaggiavano “business class”, e la compagnia operava in perdita. Ma è possibile – mi chiedo – che l’ufficio marketing non abbia saputo inventar qualcosa? Che so, tariffe per le coppie, del tipo “pagate uno, volate in due”? C’era bisogno di cancellare la rotta? E non solo dalla California: dall’Australia, da Bangkok, dalla Cina ben prima della Sars.


Non sono certo che in Alitalia capiscano altre cose. La sofferenza di un italiano davanti agli agghiaccianti – e ghiacciati – vassoi semifreddi di cibo: il  nulla servito a bordo delle compagnie “low cost”, a questo punto, è un passo avanti (come può ridursi così, il Paese che fa della cucina la sua bandiera)? L’imbarazzo entrando agli uffici Alitalia in molte città del mondo: perché quell’aspetto esteuropeo, anche se stanno in Nordamerica? Solo alcuni uffici Enit – sempre roba nostra – possono competere, in quanto a malinconia. 


Non credo che in Alitalia capiscano lo choc della nuova leva di professionisti davanti ad alcune disattenzioni (chiamiamole così). Scrive l’architetto Carlo Ratti  da Boston (ratti@mit.edu): “La nostra è la prima linea aerea deinternettizata. Negli ultimi anni qualche computer con annesso collegamento telefonico aveva timidamente fatto capolino nelle salette Ulisse e Freccia Alata. Oggi possiamo confermare che anche queste ultime enclavi sono state disinfestate – con buona pace di quegli zoticoni americani che, dopo aver cercato invano la presa ADSL e il trasmettitiore Wi-Fi (la nuova tecnologia senza fili che Lufthansa sta  installando persino sugli aerei), strillano perché gli spinotti dell’analogica a 56K non funzionano (nella sala Botticelli a Malpensa sono tutti fuori servizio)”.


Eppure noi italiani (compreso l’architetto Ratti) appena possibile chiediamo di volare Alitalia, e accumuliamo pateticamente “miglia” (airmiles). Perché? Per abitudine. Perché vogliamo dare una mano a un’azienda nazionale, e a chi ci lavora, in un momento difficile. Perché è una compagnia sicura. Perché ha piloti bravi che non atterrano come “top guns” su una portaerei. Perché il personale di bordo è più educato di un tempo, ha stile e usa il buon senso (anche se alcune graziose assistenti di volo, come ho già scritto, prendono troppo alla lettera la loro qualifica professionale: l’aereo vola, loro assistono). Perchè Alitalia  è casa lontano da casa. E se lo capisse, e tenesse a noi quanto noi teniamo a lei,  farebbe un mucchio di soldi. 


Invece, guarda caso, non li fa.  

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01/05/2003

Buenos Aires


Qui Touring




Qual è l’effetto che le grandi città del mondo producono su noi italiani? Non parliamo di reazioni individuali, ma del sentimento prevalente. New York, per esempio, induce vertigini artistiche. Berlino, un frullato di memorie storiche. Mosca, altruismo spericolato. Dublino, eccitazione cultural-alcolica. Amsterdam, insidiosi giovanilismi. Bruxelles, euforie europee (o antieuropeismo acuto: dipende). Buenos Aires, invece, produce familiarità,  stupore e un vago rimorso. Ovvero: fratelli,  come avete fatto a conciarvi così?
  Sono appena stato in Argentina, e non ho dubbi.  Noi italiani ci aggiriamo per la capitale con una naturalezza che si trasforma in leggero disagio. La città dei porteños è un incrocio tra Napoli e Milano, ma è  incamminata sulla strada di Bucarest. Sarebbe un disastro, e un peccato. Perché gli argentini sono dignitosi, spiritosi, geniali (hanno prodotto Gardel e Borges, non può essere un caso). Peccato siano talvolta pressapochisti, sempre fatalisti, spesso retorici (rischiano di rieleggere Menem, non può essere una coincidenza). Soprattutto, sono convinti – non tutti, ma troppi – che i guai siano sempre colpa di qualcun altro. Dell’America, della globalizzazione, della finanza, del governo, dei vicini, della sfortuna: mai loro. In questo, bisogna dire, sono italiani alla seconda potenza.
   Non è un caso, forse, che venti milioni di argentini – più di metà della popolazione – abbiano ascendenti in Italia. Abitano un paese che possiede tutto (terra fertile, materie prime, porti, clima temperato, popolazione omogenea, orgoglio nazionale). Eppure, dodici milioni di persone vivono in povertà, e la classe media rischia di scendere per quella china. Gli italiani arrivano, vedono, e cominciano a rimuginare.  Danno consigli non richiesti, sparano analisi economiche, dicono cose strane (“La milonga si mangia?”).
Li ho incontrati, i connazionali, allegri e frastornati, nelle piazze di Palermo (un quartiere, non una città), lungo Florida (una strada, non uno Stato), nei ristoranti di Costanera (non una costa ma la riva di un fiume color metallo). Li ho visti leggere il “Corriere della Sera” (in vendita con “La Naciòn”) dentro la pizzeria “Piola” di Libertad, dove l’Italia s’è fermata al 1992: elegante, incerta, minimalista. Li ho visti, gli italiani, discutere coi taxisti e dei taxisti. “Prendere solo radiotaxi. Con gli altri, non si sa mai!”, dicono. E poi s’infilano dove capita.
Appesantiti dalla carne ubiqua – dite “Parilla!” a un milanese dopo due settimane d’Argentina: implorerà una pastasciutta – i connazionali s’aggirano tra memorie italiane, nomi italiani, costruzioni italiane, esempi italiani. Dante Alighieri è uno degli uomini più citati di  Buenos Aires (ben prima che Benigni ne parlasse in TV). La Boca, assicurano le guide turistiche, è “una pequeña Italia en el corazòn del los porteños y su ciudad”. Prende il nome dallo sbocco del Riachuelo – un corso d’acqua che potrebbe piazzarsi bene nel concorso per il Fiume Più Sporco del Mondo – ed è storicamente terra d’italiani. Da queste parti i nostri antenati crearono il tango,inventarono il cocoliche e portarono il calcio. Col tango – grande musica urbana: non tollera gli spazi aperti –  ballavano. Col cocoliche – un'”italospagnolo” che prende il nome da un napoletano – comunicavano. Col calcio, sognavano. Gli italiani fondarono il River Plate nel 1901,  e il Boca Juniors tre anni dopo. Ancora oggi i gialloblu del Boca entrano nella Bombonera con la scritta “xeneizes” (genovesi) sulla maglietta. I visitatori italiani, al termine del pellegrinaggio obbligatorio tra le case colorate del Caminito, arrivano sotto gli spalti vertiginosi: lì dentro giocava Maradona!, dicono i napoletani.  Aggiungono gli interisti beninformati: e lo sbarbato Javi Zanetti disputò la partita che lo consacrò (mezzo Boca fatto in fuori in dribbling, e passaggio-gol). 
 Qualche italiano visita anche il cimitero di Recoleta – violentemente urbano, come il tango. Posto  stretto, memorabile, barocco. I visitatori puntano tutti verso la tomba della donna per cui gli argentini nutrono una devozione quasi religiosa, Evita Peron. Non la trovano subito, perchè sta nella cappella della famiglia Duarte. Così, strada facendo, si guardano intorno. E non vedono solo le statue, le guglie, gli angeli di pietra, i nomi altisonanti. Vedono l’incuria spettacolare, i fregi rotti, i vetri sporchi, il pavimento sottosopra. Buenos Aires è anche questa, purtroppo. E a noi italiani dispiace, in fondo. Perché l’Argentina è il nostro rimorso, e il nostro rischio.




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01/04/2003

Quarantacinque motivi per cui,  da lombardo, vi consiglio di visitare la Lombardia.

Qui Touring/TCI



1.Perché abbiamo le alpi, le prealpi, un assaggio d’appennini, le colline, la pianura, belle città, lunghi fiumi e grandi laghi. Certo, non abbiamo il mare. Ma ci stiamo lavorando.


2.Perché siamo convinti che niente sia veramente impossibile.


3.Perché respirare nebbia è un’educazione sentimentale.


4 Perchè delle stradine tra i fossi non si vede la fine.


5.Perché  ci sono fiumi scontrosi che da giovani erano torrenti.


6.Perché, se siete fortunati, vedrete i filari  di pioppi contro il cielo rosa.


7.Perché fa caldo (d’estate) e fa freddo (d’inverno). Così possiamo rinfrescarci, riscaldarci e goderci le mezze stagioni.


8.Perché dei laghi Maggiore, di Como e di Garda parlano bene Stendhal, D.H. Lawrence e George Clooney. E del lago d’Iseo parlo bene io.


9.Perché dove le valli si aprono nella pianura qualcuno ha aperto una fabbrica.


10.Perché i campi non hanno mai l’aria annoiata.


11.Perché la Lombardia era verde prima che lo dicesse Umberto Bossi.


12.Perché è europea, ma se glielo ricordi arrossisce.


13.Perché Milano è l’America. I milanesi sono i pellerossa, tutti gli altri vengono da un altro posto.


14.Perché a Milano comincia sempre tutto (dalla politica al costume), anche quando nessuno se n’accorge.


15.Perché a Milano c’è la Scala del calcio. E anche l’altra.


16.Perché ci giocano, rispettivamente, l’Inter e Riccardo Muti (d’accordo: anche il Milan e Claudio Abbado).


17.Perché la Madonnina, sul Duomo, c’è davvero. E ha una gran pazienza.


18.Perché “L’ultima cena” non è certo l’ultimo dipinto.


19.Perché la Galleria Vittorio Emanuele di Milano è il prototipo di tutte le “shopping malls”.


20.Perché all’università di Pavia i ragazzi studiano sotto le magnolie e il glicine.


21.Perché la ragazze hanno il passo di pianura (lo dice anche Ivano Fossati).


22.Perché i piccoli cimiteri di campagna sembrano barche bianche nel mare verde, e le chiese dei paesi sono navi in porto.


23.Perché il traffico si dirada, ogni tanto. 


24.Perché la gente sa designare (gli abiti, le lampade, i mobili, le macchine, qualche volta il futuro)


25.Perché in Lombardia sono nati e cresciuti il Touring Club Italiano e il Corriere della Sera, e tutt’e due portano bene gli anni.


26.Perché Buzzati e Brera non sono Manzoni, ma sapevano scrivere pure loro.


27.Perché Lucia Mondella è più sexy di una modella (ieri, ora e sempre).


28.Perché le ragazze di Brescia dicono “niènte” con la “e” aperta.


29.Perché ci vuole un interprete, per capire il bergamasco. Ma ne vale la pena.


30.Perché, come gli USA, esiste un sud e un nord. Cercate Rossella O’Hara lungo il Po. Magari si chiama Samantha, ma c’è.


31.Perché il panettone ha un aspetto rassicurante.


32.Perché in Franciacorta fanno uno champagne maiuscolo, ma senza maiuscole.


33.Perché a Crema mangiamo squisiti tortelli dolci, e siete tutti benvenuti.


34.Perché a Mantova mangiano discreti tortelli di zucca, e vivono in una città che è una delizia.


35.Perché tutti sono rivali di tutti, ma ci vogliamo bene.


36.Perché la polenta ha un colore super partes.


37.Perché le città mostrano le rughe della storia. Non le abbiamo fatte così per i turisti inglesi.


38.Perché camminare sull’acciotolato, di notte, produce un rumore interessante.


39.Perché molti paesotti lungo le provinciali sono così brutti da diventar simpatici.


40.Perché le piazze sono un po’ salotti e un po’ officine, un po’ mercati e un po’ assemblee, un po’ asili e un po’ ospizi, un po’ passerelle e un po’ palestre.


41.Perché il cielo di Lombardia, certe mattine, è più azzurro della maglia della Nazionale.


42.Perché la maggior industria lombarda è l’ottimismo.


43.Perchè siamo i re delle pubblicità. Anche di noi stessi.


44.Perché, se vedete gente con le mani in mano, c’è una spiegazione. Se le sta fregando e dice: bene, cosa si fa adesso?


45. Perché amiamo gli avi (i piemontesi), ammiriamo gli allievi (i veneti), apprezziamo gli amici (gli emiliani.) Ma nualtre sem fort bé (“Ma noi siamo proprio forti” – in cremasco).













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02/03/2003

Lettera a un Amico Americano

Corriere della Sera



Caro Amico Americano,

è da parecchio che non ci sentiamo, e sono successe tante cose. Prevedibili, forse: ma né voi né noi le avevamo previste. Molti, qui in Europa, pensano che siate irragionevoli e
aggressivi; tanti, lì in America, credono che siamo irritanti e codardi. Tu ed io abbiamo viaggiato abbastanza da sapere che le cose
non stanno così. Ma è bene parlarne. Perchè, se Saddam riesce a
dividerci, vince anche se perde. Mica vorremo permetterglielo?


Prima di chiederti un esame di coscienza – accadrà, preparati –
lascia che lo faccia io. Come molti italiani, francesi, tedeschi,
inglesi e spagnoli mi imbarazza constatare che l’Europa, al passaggio
decisivo, si presenta divisa; mi addolora vedere le bandiere
comuniste, che hanno sventolato su alcuni dei più grandi massacri
della storia, insieme a quelle della pace; mi irrita vedere che il
losco Tareq Aziz viene accolto come uno statista e un uomo di pace,
quand’è solo l’aiuto-macellaio. Ma pensare queste cose non vuol dire
sposare questa guerra. Ed è quello che voi, in America, sembrate non
capire.


Il motivo l’ho visto adombrato in un pezzo del “New York Times”,
firmato da Paul Krugman: non siete abbastanza informati. Certo, i
quotidiani americani fanno il loro mestiere (anche se il Wall Street
Journal sembra troppo emotivo: un po’ italiano, direi). Ma quanta
gente legge i quotidiani, negli Stati Uniti? Quel che conta è la
televisione. E la TV americana ha deciso di preparare il pubblico
alla guerra, non di discuterla.


In Europa tutti ci chiediamo: perchè proprio Saddam, tra tanti
manigoldi? In America ve lo chiedete in pochi. Forse perché la
maggioranza ritiene che gli attentatori dell’11 settembre fossero
iracheni (quand’erano sauditi). Non lo dico io: lo dicono i sondaggi,
e lo riporta il “New York Times”. Per citare ancora Krugman: “We
have different views partly because we have different news”, abbiamo
idee diverse anche perchè abbiamo informazioni diverse. In inglese,
lo ammetto, suona meglio.


In queste condizioni, caro Amico Americano, è difficile ragionare.
Eppure dobbiamo farlo. Siamo i vostri amici, i vostri alleati e i
vostri antenati: non i vostri sudditi. Abbiamo il dovere, non solo il
diritto, di criticarvi. Ci credi se ti dico che in questi giorni ho
capito come doveva sentirsi un indiano al tempo dell’Impero
Britannico? Ti assicuro: non è una sensazione piacevole.


Bada bene: sono tra quelli convinti che l’emersione di una
“superpotenza democratica”, dopo la Guerra Fredda, sia una buona
notizia. Meglio di una superpotenza non democratica (l’Unione
Sovietica, se avesse vinto); o di una democrazia superimpotente
(l’Europa, per adesso). Il mondo non è il giardino incantato che
descrivono i puffi del pacifismo. E’ un cortile affollato dove
occorre un guardiano che mantenga un po’ di disciplina: anche con le
maniere forti, se necessario. Ma il guardiano dev’essere cauto,
saggio e morale. E deve sembrarlo. Altrimenti sono guai. M’arrabbio
quando sento che qualcuno, in Europa, paragona Bush a Hitler. Ma sono
convinto che il vostro presidente stia mettendo in gioco la
reputazione dell’America: e non credo se ne renda conto. Mi ha detto
giorni fa uno che lo conosce bene: “George W. Bush è diverso da suo
padre, uomo del New England. E’ un texano, abituato a dividere bene e
male, amante delle decisioni nette. Dell’Europa sa poco.” Bene:
gliela spieghiamo volentieri.


Spiegheremo a George W. Bush che prudenza non equivale a
vigliaccheria, e dubbio non vuol dire tradimento. Qualche volta
dubbio e prudenza sono segni di saggezza (viviamo a un passo dal
mondo arabo. Certi soggetti li conosciamo bene). Gli spiegheremo che
un po’ d’autocritica rende più convincenti: ammetta che Saddam
(l’arabo laico!) l’abbiamo sostenuto anche noi occidentali; spieghi –
proprio perchè amico dei petrolieri – che il petrolio c’entra poco
con quello che sta accadendo (molti, in Europa, gli crederebbero, e
capirebbero che il movente è quello dichiarato: l’amministrazione
teme un 11 settembre chimico, batteriologico o nucleare).


Spiegheremo a George W. Bush che non basta far colpo sui nostri
governanti portandoli a Camp David. Deve conquistare i nostri cuori,
come fece John F. Kennedy a Berlino. La stima e la fiducia, infatti,
non si ordinano. Si meritano. Lo capiscono i padri, le madri, gli
amici, gli amanti, i colleghi. Perchè non deve capirlo l’uomo più
consigliato, informato e potente della Terra?








Dear American Friend,

We haven’t been in touch for a while, and a lot has happened. Predictable,
perhaps. But neither you nor I predicted any of it. Many people here in
Europe think you are being unreasonable and aggressive. Many of you believe we are irritatingly spineless. You and I have been around enough to know
things aren’t like that. Still, it’s good to get it all out in the open.


For if Saddam manages to disunite us, he’ll have won even if he loses. Are
we going to let him get away with that?
Before asking you to search your soul – don’t worry, we’re coming to that –
let me search mine. Like many Italians, French, Germans, British, and
Spaniards, I am embarrassed to note that Europe has arrived at this moment
of truth in disarray. It pains me to see the communist banners that flew
over some of history’s worst massacres fluttering alongside the peace
flags. It upsets me that the sinister Tariq Aziz is welcomed as if he were
a statesman and peacemaker, when he’s merely a butcher’s assistant.


However, thoughts like these don’t mean that I have committed to this war.
And that’s what you in America don’t seem to understand.
The reason for the confusion was pointed out by Paul Krugman in a New York
Times article. You are insufficiently informed. Obviously, American
newspapers do their job, even if the Wall Street Journal is a bit
over-emotional and – I’m tempted to say – “Italian”. But how many people in the United States read newspapers? What counts in the US is television, and American TV has opted to prepare its viewers for war, not debate the rights
and wrongs.


In Europe, we’re all wondering: why pick on Saddam, with so many other
rogues around? Not many people are asking that question in America. One
reason could be that most people here think the 9/11 terrorists were Iraqis
(they were Saudis), and that’s not just my impression. It’s confirmed by
the opinion polls, as has been reported in the New York Times. To quote
Krugman again, “We have different views partly because we have different
news”, or as we Italians might say, “abbiamo idee diverse anche perché
abbiamo informazioni diverse”. Admittedly, it sounds snappier in English.


In this situation, my dear American Friend, it’s hard to be rational, yet
reason is needed. We Europeans are your friends, your allies, and in many
cases your ancestors. We are not your subjects. It is our duty, not just
our right, to criticize you. Would you believe me if I told you that I have
recently begun to appreciate what it must have felt like to be an Indian
under the British Raj? The feeling is not a pleasant one, I assure you.


Mind you, I’m one of those who believe that the emergence of a post-Cold
War “democratic superpower” is a good thing. Better that than an
undemocratic superpower (the Soviet Union, if it had won), or a
superimpotent democracy (Europe, for the time being). The world is not the
magic garden some pixilated pacifists imagine it to be. Instead, it’s a
sort of overcrowded schoolyard that needs a supervisor to keep some
semblance of discipline. If necessary, by physical restraint. The
supervisor has to be cautious, wise, and morally justified, and must be
seen to be all three. Otherwise, there’s trouble. It angers me to hear
people in Europe comparing Bush to Hitler. Yet I am also convinced that
your President has put America’s reputation on the line, and I don’t think
he realizes it. A few days ago, someone who knows the President well said
to me, “George W. Bush is not like his father, who is a New Englander.


George is from Texas. He sees things in terms of good and evil. He likes
clear-cut decisions. And he doesn’t know much about Europe.” That’s fine.
We’ll be happy to explain.


We’ll point out to President Bush that caution is not the same thing as
cowardice, nor is doubt tantamount to treason. At times, doubt and caution
are signs of wisdom (we live next door to the Arab world. We know some of
these characters only too well). We’ll explain to him that a bit of
self-criticism can help you get your ideas across. He should admit that we
westerners have supported Saddam (the “secular Arab”!). He should explain – as a friend of Big Oil – that Iraq’s reserves have little to do with
current events. Many people in Europe would believe him, and accept that
the reason for the war is the one stated: the Bush administration is
worried that there might be another 9/11, this time with chemical,
bacteriological, or nuclear weapons.


We’ll explain to George W. Bush that impressing our leaders with a tour of
Camp David is not enough. He has to win our hearts, as John F. Kennedy did in Berlin. Respect and trust cannot be delivered to order; they have to be earned. Any parent, friend, lover, or colleague will tell you this. So why
shouldn’t the world’s most advised, informed, and influential man be able
to grasp the point?



(traduzione di Giles Watson)

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02/02/2003

Conoscete la Scuola di Danza “Rino Gattuso”?

Sportweek/Gazzetta dello Sport



L’avrete letto: Byron Moreno vuole creare una scuola per arbitri. La


notizia apre una serie d’inquietanti prospettive. Se tutti si mettono


a fare ciò per cui non sono tagliati, se si lanciano in iniziative da


cui dovrebbero restare a distanza di sicurezza, il mondo dello sport


è destinato a diventare uno strepitoso luna-park (più di quanto non


sia, intendo). Ecco alcune preoccupanti possibilità.





BUSINESS SCHOOL VITTORIO CECCHI GORI In assenza del fondatore


(assente per precedenti impegni domiciliari) il corso sarà tenuto dal


professor Sergio Cragnotti. Titolo della prima lezione: “Li pago, e


pèrdono. Non li pago, e vincono. Paradossi dell’economia calcistica.”





ACCADEMIA LINGUISTICA BOSKOV & TRAP I docenti terranno corsi di


sintassi italiana (Prof. V. Boskov) e filologia tedesca (Herr G.


Trapattoni). Alla domanda “E la glottologia?” il professor Boskov ha


risposto: “Non è affar mio. Parlatene col fisioterapista.”





SEMINARIO VESCOVILE DIEGO ARMANDO MARADONA Questa istituzione si


propone di far crescere il talento nella virtù. Testi adottati: “Io


sono il Diego tuo, non avrai altro Diego all’infuori di me” (primo


corso); “La mano di Dio” (secondo corso); “Con quella Boca puoi dire


ciò che vuoi (corso avanzato)”. Viva preoccupazione tra le autorità


ecclesiastiche.





GALLIANI SCHOOL OF GOVERNMENT Dal programma accademico (estratto


dalla presentazione del corso sul conflitto d’interesse): “Non è


giusto essere a capo della Lega e del Milan. Guardate Berlusconi: lui


dirige molte più cose!”





SCUOLA GUIDA ZEBINA Il forte giocatore della Roma insegnerà come


guidare una potente automobile ad alta velocità per le strade di una


grande città. Prova finale: gimcana tra i cassonetti.





SCUOLA DI DRAMMATURGIA VRATISLAV GRESKO


Il difensore del Parma (ex Inter) terrà la “lectio magistralis” dal


titolo: “Un colpo di testa all’indietro? Non è una tragedia”. La


lezione sarà in slovacco, per timore di reazioni inconsulte da parte


degli studenti interisti.





SCUOLA DI DANZA RINO GATTUSO


Il mediano del Milan, cui la scuola è intitolata, eseguirà un saggio,


“Il Lago dei Cigni”. C’è un problema: durante le prove, alla comparsa


di Gattuso, i cigni si sono dati alla fuga. Li stanno ancora cercando.





ISTITUTO DI RELAZIONI PUBBLICHE BOBO VIERI Il cattedratico terrà la


prolusione dal titolo: “Sgrunt”. Si prega d’essere puntuali perchè


durerà pochissimo.





ACCAMEDIA PER CORAZZIERI EMRE-OKAN


La tradizione militare ottomana sposa l’ottimismo milanese. Chi ha


detto che i corazzieri debbano essere alti? Belozoglu e Buruk


dimostreranno che conta l’atteggiamento. Se si ha fiducia in se


stessi (e Materazzi si toglie dai piedi), si può vedere l’orizzonte.





CORSI DI MEDITAZIONE FRANCO SENSI


Lo yogi Sensi insegnerà come mantenere la calma, e farla perdere a


Luciano Moggi.





SCUOLA DI PARRUCCHIERI MASSIMO E MILLY


La signora Moratti terrà un corso dal titolo: “Com’è possibile che


quest’uomo sia sempre spettinato in modo diverso?”





SOCIETA’ DI MUTUO SOCCORSO RONALDO DA LIMA


Il principio, enunciato dal titolare, è semplice: quando avevo


bisogno, siete venuti in mio soccorso. Grazie. Ora concedetemi un


mutuo. Devo comprare un appartamento a Madrid.







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03/01/2003

Anti-Americanism – Europe?s Epidemic?








THE AMERICAN ENTERPRISE INSITUTE


AND


THE NEW ATLANTIC INITIATIVE


A debate


with




BEPPE SEVERGNINI,


COLUMNIST, CORRIERE DELLA SERA


and


JOSHUA MURAVCHIK,


RESIDENT SCHOLAR, AMERICAN ENTERPRISE INSTITUTE




Tuesday, December 10, 2002, 5:00?6:30 p.m.


Wohlstetter Conference Center, Twelfth Floor, AEI




The pundits agree: anti-Americanism in Europe is on the rise. After a strong alliance of almost half a century, recent developments show an increasing divide between Europe and the United States. Europeans disagree with Americans on issues as diverse as the role of the United Nations, the environment, tariffs, Iraq, and Israel. They also criticize American culture, the U.S. economy and the American ?way of life.? This anti-American sentiment is powerful?in September, it swayed Germany?s electorate in favor of Gerhard Schröder. Do Americans deserve this vociferous criticism? Are the Europeans simply ?jealous?? Should the ?Yankees go home?? These topics and more will be discussed at the last debate in the New Atlantic Initiative?s discussion series on anti-Semitism, anti-Europeanism, and anti-Americanism.





BEPPE SEVERGNINI:




To talk about epidemics, I?d have to be a doctor.


To defend this case, I?d have to be a lawyer – and a very good one.


But I am a writer. So let me tell you a story.




Once upon a time, there were two brothers. They faced each other across a pond, and got along well. The younger brother was bigger and wealthier, and his house was larger. The elder brother?s house wasn?t as big, but it had charm.


One summer day the two brothers were walking in the forest, and they came upon a pot of gold. They took it home and shared it, and celebrated their good fortune.


With his half of the treasure the younger brother built a fence around his house, then bought a guard-dog and a rifle. The elder brother decided to make his house even more comfortable.


Winter came. One stormy night a pack of wolves surrounded the houses. The younger brother said: let?s go out and shoot them. The elder brother said: wait, it?s so nice (gemütlich) in here. Let?s see what those wolves do.


The brothers began to argue and soon were swearing at each other. This set the wolves to laughing, which they seldom do in fairy tales.


And this is NOT the end of the story.





I guess there is one bit of my story that needs to be explained: the pot of gold. Not to Joshua Muravchik, though, or to Radek Sikorski, who know all about the rise and fall of socialism. The gold the two brothers – America and Europe – found was the Cold War?s dividend. No more Soviet bears to fear. Less need of huge, expensive weapons. I know what you?re thinking ? that YOU paid for those weapons. But believe me: living next to the bear wasn?t comfortable, either.


It is obvious that America and Europe decided to invest that ?peace dividend? in different ways. Defence took a back seat, in the Europeans? mind. As most of you know, although our economies are roughly the same size, Europe spends less than half of the US on defence ($140bn against $350bn – that is before president Bush?s proposed increase of $43bn for 2003). So if we decide than power and weakness are the only things that matter, if we accept this Kaganesque world, we may stop here. If you were happy to be JUST the mightiest nation on earth, there would be no need to go on. But power is not the only thing that matter. And you?re NOT happy. If you were, you would not have come to a debate on anti-Americanism, in Washington, at the American Enterprise Institute. You want to be understood. Even more: you want to be liked. That?s what makes you so charming.





Yes. There is a lot of misunderstanding about America, nowadays, in the world. But when misunderstanding occur, it is too easy to say ?You just don?t get it?. If so much of the world doesn?t get it – including many of your friends – it means one thing: America, in 2002, it?s not getting its message across. This is not an opinion. This is a fact.





Why that? Conventional explanations don?t convince me. In Europe I hear people say: how can we trust the Americans? They create their own monsters! They sponsored the Taliban against the USSR, and we know what happened. They supported Saddam again Iran (I was in Baghdad in 1988: the place was swarming with American ?advisors?), and now they want to topple him. They pampered the Saudis, and now we find out Riad supports Reactionary Islam to the tune of $2 to $3 billion a year.


My answer to that is: this may be true. But America was right to act in the Balkans (genocide on our own continent!), and it had no choice in Afghanistan; America it?s more honest in its support of Israel (in Europe we abandoned Israel to its destiny and to its stubbornness – but we?re NOT anti-Semitic, that?s something else). America is self-sufficient, we are not (European armed forces outnumber those of the U.S., yet we can?t take them where they are needed. We have the grand total of eleven transport planes for troops; ridiculous).





But somehow I think that all this misses the point. Let me say it once again. Anti-Americanism is on the rise – in Europe, and beyond – because America can?t get its message across. And America can?t get its message across because it?s an idea, before it is a physical place.





Thomas Jefferson said that ?every man has two nations; his own and France.? Substitute ?France? with ?America? and it is still true. Many people who don?t like the place have never been here. The worst anti-Americanism comes from ignorance. This is partly your fault – we?ll go into that later – partly the world?s fault. But it is unpleasant and annoying, I agree. I remember being interviewed by Ted Koppel on ?Nightline?, not long after September 11th. I said how angry I was with the ?But Crowd?. Those Europeans who said that what happened in New York, Washington and Pennsylvania was horrible, BUT. But America made people suffer in the past. But American foreign policy has been so often wrong. But. But. I hate ?but-ism?. And I said so loud and clear in Europe, whenever I had the chance. One may – indeed one must – criticise one?s friend. But the timing of that criticism was terribly wrong, and much of it was unfair. Actually IS unfair, because it goes on.





Listen to this. It is a letter that a reader – Anna Boatti, a teacher – has just sent to my column for ?Corriere della Sera?.





Dear Beppe, Last night I accompanied my students to the Carcano theatre in Milan for a field trip to Iphigenia in Aulis by Euripides. The theme of Euripide’s play is universal and timeless: war, power, human ambition. I should have guessed that the theme would lend itself to easy anti-American manipulations, the new national pastime, but I thought that in an historic Milanese theatre, they would be aware, they would know that Euripides speaks and raises questions for all the dead, for the victims of all wars, in every era, every colour, every country. And yet, they didn’t. Some people think about war only when the United States is involved. An expert who illustrated and explained the tragedy had this to say about the figure of Iphigenia who decides to sacrifice herself for love of her country: we can say that Iphigenia behaves like a person possessed, that is, the way today a suicide bomber who has nothing more to lose and blows herself up might or “like thousands of fanatics who voted for the most bellicose president that ever was convinced he is going off to do battle to eliminate the barbarians without realising that the barbarian is he.” Now, I took my students to a production of Euripides. It is not acceptable to insult millions of free American citizens who expressed their right to vote by calling them “fanatics” (and reading between the lines, barbarians as well).





I?m not saying ?Come on don?t worry, it always happen to the head boy, to the gold medallist, to the world champion to be envied, even hated?. I say: do worry. In Italy anti-Americanism unites far left and far right, old and young, Catholics and greens. These people do NOT represent the majority of the Italian population. But they are many, they are influential, and their animosity is increasing. Some have become apologists for radical Islam: just because it?s against America. Some show how a quality such as tolerance can become pathologic, and become self-defeatism I am sure you read those Pew Centre findings. Those who believe that the circulation of American ideas is bad are 71% in France, 67% in Germany, 59% in the UK, 58% in Italy. These figures indicate that people in Western Europe are forgetting that you sorted us out ? twice , in World War Two and against Communism.


You must try to stop this worrying trend – but NOT in the way you?re doing. Dismissing Europeans – your oldest friends – as weak, whinging and hopeless; ungrateful, mean and ignorant; guilty, cynical and exhausted (I quote from a recent piece by John Lloyd in the Financial Times) would be a disastrous mistake. Do you think you won?t need anybody anytime anyplace? If you do, let me remind you of a word: hubris. It?s Greek (i.e. European). It means ?Overweening pride towards the gods, leading to nemesis?. This I won?t translate. Most of you know.





America, my friends, is not only the wealthiest, mightiest, and the most talked about nation on the planet. ?At times, it must be the policeman or head of the posse–at others, the mediator, the teacher, the benefactor. These are not my words: they are Joshua Muravcik?s. I took them from his book ?The Imperative of American Leadership: a Challenge to Neo-isolationism?. ?In short – Joshua goes on – America must accept the role of world’s leader.? I couldn?t agree more. But leaders lead. And mediators mediate. And teachers teach. And benefactor – a word straight out of Latin (European. again) – must do good.



So be patient, and wise. ?The United States must resist basing foreign policy on hegemonic power. Many of the problems affecting the world order are not susceptible to solution by military means? – this is no peace activist, this is Henry Kissinger in the Washington Post today. Polls numbers change, as politicians know well. If you want to win over your family once again – we are brothers, remember? The others are just business partners – you must accept the fact that we may say and do things that you don?t like. Family and friends are supposed to be frank – which doesn?t mean they are right.





But often, in what they say, there may a glimpse of truth. ?Foreigners can see things about America that natives cannot, and if there was a time when Americans needed such perspective, it?s now? writes Mark Hertsgaard in ?The Eagle?s Shadow. Why America fascinated and infuriates the world?. Some of the most perceptive comments about Europe come from Americans: many of you see easily what unites us (for instance that an Italian has much in common with a Pole, besides sharing a Pope). In my book ?Ciao, America!? – I know some of you have read it: thank you – I try to do the same. I want to convince you that many American customs are indeed American, identical in Maryland in Miami and in Milwaukee – from you admirable passion for the 6 C (control, change, comfort, competition, constitution and choreography) to your less admirable lust for iced water and cappuccino after meals (it?s is not only wrong. It?s ILLEGAL).





Therefore, on behalf of those who admire your optimism, your determination, your sense of personal responsibility, your adorable illusion that man can control everything, let me ask you a blunt question: are we anti-Americans or are some of you anti-Europeans? Because – you know – sometimes this is a feeling we have. ?Europeans – John Lloyd, again – are now in the uncomfortable position of being thought about, by a large part of the US elite, in the dismissive, contemptuous or condescending way in which the British used to think about the rest of the world – including the rest of Europe – when they were top dogs. That was pretty bad: and so is this.?





Forget the Kyoto protocol, the International Criminal Court or the Anti Ballistic Missile Treaty – there is no time to go into these matters now. Just think of this. Americans often complains at Europe is divided and speaks with too many voices. But as soon as we try to unite, some in the U.S. become suspicious. Don?t tell me that the euro was greeted with enthusiasm, or you cheered the EU enlargement – because it is not true. Don?t tell me that a European army is not seen by some with suspicion. To my most conservative American friends I?d like to ask: are you sure you really want a strong Europe?



We must respect you, my friends; but you must learn to respect us. We are not weak, whinging and hopeless; ungrateful, mean and ignorant; guilty, cynical and exhausted. I agree: sometimes Europe?s caution borders on appeasement. But we?re not all Eden; and our – common – enemies are not all Hitler. Please someone inform my fellow Italian Oriana Fallaci, about this.


Some of your criticism, I?m convinced, comes from a misunderstanding. Europe is not a nation, as you are. Europe will always be some kind of hybrid: more than a free trade area, less than a superstate. A crowded hybrid too. Now fifteen countries with 370m people. Soon 25 countries with 460m people, plus 70m Turks knocking at the door.


You may have the feeling that all these people talk about America all the time. Well, you?re right. You sell us great products – from films to music, from fashion to sports. It in only logical that consumers want to know more about the producers. And they find some things hard to understand.


And they are not the things you?d expect. Lewinsky? Come on. Election 2000? Not really. There was a draw and the winner was picked through penalty shoot-out (it happens in soccer too, you know, although Justices are seldom involved). Enron, WorldCom? Up to a point. Any smugness in Europe about Enron has not lasted long, in Europe. We had plenty of our scandals to explain (Lernout&Huaspie, Belgian; My Travel, British; Vivendi, French; Italy – you choose).





The things American that we find hard to understand are different. Sometimes it is a matter of substance, sometimes a matter of perception. Because, let? be frank – the country that invented PR is so often amateurish in its public relations.


Let me make just one example. Western media and public opinion is awash with speculation that behind this urge to remove Saddam there is the desire to get the hands on Iraq?s oil. I?m not convinced. But I?m surprised that this issue has not been tackled openly and publicly – yes, by the President. But he doesn?t seem to care about criticism. He doesn?t take head on opposing arguments. I know what you?re about to say: ?This is his style of leadership.? Fair enough. But let me know that many friends of America are confused. You don?t care what we say? Pretend, at least.


Thomas Friedman wrote this, in a column last March (now included in his book ?Longitudes and Attitudes?): ?Ladies and gentleman, in 1989 the Berlin Wall came down, and on the other side we found millions of people receptive of U.S. ideal and perceptions. Well, there is another wall in the world today. It?s not on the ground. It?s in people?s heads – and it divides American from the Arab-Muslim world. Unlike the Berlin Wall, though, this wall was built on both sides and it can be taken down only b both.? Absolutely right. But, if I were Friedman, I?d substitute ?U.S. ideal? with ?Western ideals?, and I?d ask myself: can our European friends – sorry, brothers – help us in this mission? After all, they?ve been in the Arab-Muslim world before, they?ve made mistakes (oh yes), they?ve learned from them (one hopes). Let me ask you: do you think we are so useless? We are not. Test us.


I am have been in Washington three days and I hear people talking of ?a Marshall Plan for the Arab-Muslim world?. That sounds like a brave and bold idea. We all know that the Marshall Plan helped nations that wanted to be helped, and had democratic governments; and this is not the case of the Arab-Muslim world. But why not try? Call it ?Powell Plan? after Colin Powell. And count on us. It would be a long process. But Europe loves a process.





So what is the moral of this story? That America and Europe are different, but not that different. That many of us don?t get it, but many of you don?t help them to get it. That as Condi Rice said ?if we can?t find a way to cooperate the countries that have benefited from neo-liberal values we won?t succeed. Europeans are our partner in this, our strongest partners.? That America and Europe provide the ?world?s operating system? (market economy, science and technology, the English language), and should be proud of this (let?s not try, though, to bundle in unwanted software, Microsoft-style). The moral of this story is that you, cari Americani, may have an affair with other parts of the world (once it was Japan, soon it?ll be China). But you are married to us.





I know what you?re thinking: but you told us we were brothers, living across a pond. Brothers can?t marry! Well, aren?t we all open-minded about sex nowadays?




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02/12/2002

Quarantacinque motivi per cui ritorno in montagna ogni inverno

Qui Touring



…(e sulle spiagge esotiche ci vadano p


1. Perchè sulle seggiovie si possono raccontare le favole ai figli.


2. Perché, quando i figli vanno per conto loro, si può guardare il panorama.


3. Perché una giacca a vento colorata è un buon antidoto a un abito grigio.


4. Perché finalmente l’auto 4×4 serve a qualcosa.


5. Perchè i vip presenti temono di scivolare, e tacciono.


6. Perchè il freddo brucia le idee stupide, e conserva quelle buone.


7. Perché la sera si può mangiare senza sentirsi in colpa.


8. Perchè in coda allo skilift si conosce gente interessante.


9. Perchè le stelle congelate non ci sono nemmeno nella pubblicità.


10.Perchè il Monte Pora (Bergamo) non è Selva di Val Gardena


(Courmayeur, Moena, San Martino di Castrozza, Campiglio, Cortina o


Kitzbuhel). Ma gli voglio bene.


11. Perchè gli alberghi italiani hanno qualcosa di austriaco, e


quelli austriaci qualcosa d’italiano.


12.Perché aspettare la neve dal cielo è una forma di ottimismo cattolico.


13. Perchè spararla coi cannoni è un’espressione di buona volontà protestante.


14. Perchè il vin brulé è così ingenuo da diventar quasi buono.


15. Perchè i rifugi sono eremi a portata di seggiovia.


16. Perchè chi ha inventato l’anfiteatro del Catinaccio è un Dio.


17. Perchè slittare è un diritto costituzionale.


18.Perchè la neve fresca è droga consentita.


19.Perchè su una spiaggia bianca si può bluffare. Su una pista nera, no.


20.Perchè le guance dei bambini che sciano diventano rosse come ciliegie.


21. Perchè i suddetti bambini magari si lamentano, ma poi smettono


(gli abeti sono baby-sitter pazienti).


22.Perchè i sorrisi delle ragazze di montagna sono come le coperte:


riscaldano.


23.Perchè i guanti di oggi sono migliori di quelli d’una volta.


24. Perchè si può indossare la calzamaglia senza sentirsi un ballerino.


25.Perché mettere la legna sul camino è una forma di meditazione


trascendentale (soprattutto quando è acceso).


26.Perchè la mappa delle piste è spesso incomprensibile, ma una cosa


è certa: scendono tutte.


27.Perchè, in fondo, c’è sempre lo sci di fondo.


28.Perchè erano anni che aspettavo di vedere il professore sui


pattini da ghiaccio.


29.Perché le discoteche sono piene. E il resto è a disposizione.


30.Perchè guardando le montagne al tramonto si capisce come hanno


tirato fuori certe fotografie.


31. Perchè la neve è pietosa, perfino con gli abusi edilizi.


32.Perché i maestri di sci non vogliono mai andare in pensione. Bene,


Giancarlo e Gianni: vuol dire che non vi annoiate.


33.Perchè ogni giorno arriva l’ora di levarsi gli scarponi.


34.Perché un tempo ero piccolo e avevo sci grandi; adesso sono


grande e ho sci piccoli. Ma mi diverto allo stesso modo.


35.Perché nei locali del dopo-sci riconosco subito quelli che non


hanno mai sciato.


36. Perchè respirando si evita il solito aerosol di idrocarburi.


37.Perchè la neve è pioggia col senso del dovere. Domani sarà più bello.


38.Perché si può entrare nel letto alle cinque del pomeriggio senza


sentirsi in colpa.


39.Perchè il mare d’inverno va bene per i poeti. Ma i bambini, cosa fanno?


40.Perché la settimana bianca è il primo miraggio dell’anno nuovo.


41. Perché c’è sempre qualche nome che non si riesce a pronunciare.


Ma nelle valli perdonano questo ed altro.


42.Perchè nello sci agonistico ho collezionato più punti di sutura


che punti in classifica (sono orgoglioso degli uni e degli altri).


43. Perchè Piera, nel 1964, ci accompagnava alla Presolana dentro un


pullman del CAI (Club Albino Italiano) che profumava di mandarino. E,


in fondo, noi siamo sempre quelli.


44.Perchè le montagne ci guardano dall’alto in basso, ma senza supponenza.


45.Perchè c’è sicuramente qualcuno che non condivide nessuno dei


quarantaquattro punti precedenti, e andrà ai Caraibi. Che dire?


Buon viaggio. Aspetto la cartolina con la palma.

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02/11/2002

MEET THE BOSS (Incontro con Bruce Springsteen)

Corriere della Sera




BUFFALO (New York) –  Sono venticinque anni che torno negli Stati Uniti, e pensavo che nessuna risposta potesse turbare gli agenti dell’immigrazione, quando biascicano: “Quanto tempo? Motivo della visita?”. Questo fino a domenica, quando ho detto: “Solo un paio di giorni. Ho un appuntamento con Bruce Springsteen.” L’agente ha mosso un sopracciglio, poi l’altro. “Wow! Vada.”
E io sono andato, assaporando il primo di una serie di piaceri infantili. Anzi: piaceri da teenager, perché quello ero, nel 1975, quando ho ascoltato  “Born to run”, e ho capito che quel ragazzotto del New Jersey indicava la via d’uscita da un mondo popolato di Yes e Jethro Tull. Cantava con rabbia dolce, Springsteen, e la sua voce riempiva le nostri notti lombarde. “Thunder Road” nell’autoradio riusciva a trasformare una tangenziale in una highway. Per questo gli siamo  riconoscenti.
Ma non è facile – pensavo – intervistare il proprio idolo di gioventù, soprattutto quando la gioventù è finita per tutt’e due. Sbagliavo: Springsteen non è il tipo che vive di ricordi, e non ti permette di farlo.  “The Rising”, scritto di getto dopo la tragedia delle Torri Gemelle, è il capolavoro di un artista che ha saputo tenere alte le antenne tra i capelli grigi. Ma è, soprattutto, la reazione di un uomo decente. Nessuno, infatti, l’ha accusato di voler approfittare dell’accaduto. Tutti hanno capito che quel disco era il modo con cui un americano del New Jersey cercava di riempire l'”empty sky”, il cielo vuoto che si trovava davanti quando usciva dal tunnel sotto l’Hudson.
Bruce Springsteen e la E Street Band suonano a Buffalo, ultimo di venti concerti americani. Seguiranno sette concerti europei (tra cui Bologna, 18 ottobre), e altre venti date negli USA, fino a metà dicembre. Chiedo se è stanco. Risponde: “Stanco? Troppo presto!”, e scoppia a ridere. Poi borbotta: “Non mi sono lavato i capelli, li copro perché sono orrendi. Di solito non tengo il cappello nelle interviste, ma oggi sono un vero casino”. Nessun problema. Ma sappia che gli tocca il “tu”, perché non riuscirò mai a chiamare “Signor Springsteen” uno con un cappellino così.
Dico: ero a Monaco di Baviera, nel 1982, e saltavi sul palco come un canguro. Lo fai ancora, a cinquantatre anni? “Adesso sono un vecchio canguro” risponde, ridendo di nuovo. E’ una lunga chiassosa risata popolare,  condita di  “Yeah!” e “Doing great!”, che gli consente di fare una cosa che pochi intervistati fanno: pensare alle risposte. Mentre ride, pensa. Mentre stringe le braccia sul petto e butta fuori i bicipiti, pensa. E quando apre bocca, si vede che ha pensato.
Quando gli chiedo come se la passa il  suo “runaway American dream”, lo sfuggente sogno americano che apriva “Born to run”, mi guarda male. “Wow! That’s a big question!  Accidenti, è una grossa domanda! Non so se sono in grado di rispondere.” Ma poi risponde, naturalmente. “Il sogno americano? Ancora irrealizzato, direi. E sarà sempre così, in qualche modo, perchè  promessa e sogno sono idee americane, come  giustizia e fraternità sono idee francesi. Trenta milioni di persone, negli USA, nella nazione più efficiente sulla terra,  vivono in povertà. Questo andrebbe affrontato.  E non mi sembra che lo sia. Non in modo sistematico, almeno. Manca  un leader con una visione, manca idealismo tra la gente. Mi chiedo se esista la volontà di affrontare certi problemi. O se invece non abbiamo deciso di segregare quelle persone, di non vederle e non sentire la pena delle loro vite.”
Siamo dentro la HSBC Arena di Buffalo, ventimila posti che tra un’ora saranno tutti pieni. Prima dell’intervista Springsteen ha proposto di seguirlo al “sound check”, la prova del suono. Ascoltarlo da solo al piano davanti a ventimila seggiole vuote, mentre canta la vecchia “Lost in the Flood”, mette i brividi. Sentire la E Street Band che attacca “The Rising” lascia sbalorditi. Sono cinquantenni invecchiati insieme, che suonano a memoria e sembrano divertirsi ancora. Chiederò a Clarence Clemons, il monumentale sassofonista, se immaginava che Springsteen avesse tanta benzina, quando l’ha incontrato, trent’anni fa. “Mai avuto dubbi – dice – Ho conosciuto il Boss e ho abbandonato tutti gli altri progetti. Perché ho capito che uno così non l’avrei trovato più.”
The Boss, lo chiamano.  Springsteeen mi dice  – malvolentieri, la domanda lo annoia – che il nome gliel’ha dato il gruppo. E’ un segno di affettuoso rispetto per un artista che ha sempre tirato dritto, e si è preso le sue responsabilità. Mentre Michael Jackson trasformava il proprio profilo in un disastro ecologico, e Mick Jagger cominciava a imbalsamarsi da vivo, Bruce Sprinsgteen ha continuato a descrivere Asbury Park, che non  è solo la sua città nel New Jersey, ma un luogo metaforico: la periferia del mondo, in tutto il mondo. Springsteen ha scritto, anni fa: “Ho visto amici e conoscenti che cercavano di condurre vite decenti e produttive, e ho sentito in tutto questo una sorta di eroismo quotidiano. Lo sento ancora.”
Questa sensibilità gli ha consentito di riuscire dove quasi tutti gli scrittori americani hanno fallito, dopo Steinbeck (che lui conosce e ama).  Springsteen ha raccontato il dramma e la poesia di un’America che accumula sconfitte, ma non è sconfitta. Sui suoi taccuini a righe, in trent’anni, il Boss ha scritto testi fenomenali. Prendete l’ultimo album,  provate a tradurre  “You’re missing” e a restare indifferenti, se ci riuscite.  Ascoltate il primo disco, “Greetings from Asbury Park” e pensate che aveva solo ventitre anni, quando ha scritto  quelle canzoni.  
Ma queste cose non si possono dire, a un intervistato. Meglio fargli raccontare di quando, nel 1975, dopo il successo di “Born to run”, ha deciso che doveva conoscere Elvis Presley (è arrivato di notte a Graceland e l’hanno buttato fuori. Lui gridava “Ma io sono sulla copertina di ‘Time’ e ‘Newsweek’!”, e le guardie dicevano: “Come no”). Oppure si può provare a chiedergli di mamma Adele, la cui famiglia veniva da Sorrento. O della moglie-cantante, la rossa Patty Scialfa, che ha un papà di Catania. The Boss conferma, spiega, racconta l’educazione cattolica. “We’re a big Italian family, siamo una grande famiglia italiana”, conclude sorridendo.
Chiedo: “Sei cattolico, oggi?”. Questa non se l’aspettava. “Once a Catholic, always a Catholic, one could say. Una volta cattolico, per sempre cattolico, si potrebbe dire.” Gli cito un articolo di “Civiltà Cattolica”, dove si parla della “qualità redentiva dell’opera di Springsteen” e di “una ispirazione ricca di valori, termini e simboli di valore religioso”. Mi guarda:  “Cattolico? E’ una di quelle cose che sei e magari non sai di essere. Però avevo paura quando ho visto l’ Esorcista.” Ride, poi diventa serio. “Io credo che nei primi dodici anni  accumuliamo le immagini che ci accompagneranno per tutta la vita. Io frequentavo una scuola cattolica. L’anima non è un’astrazione per un bambino. E’ molto molto reale. La prendi alla lettera. E l’immaginario cattolico, così come la Bibbia, è un modo straordinario di esprimere il viaggio dell’uomo, dello spirito umano. Io ritorno a quelle immagini d’istinto. E non sono l’unico. L’America  è nazione religiosa, anche se all’estero talvolta non lo capiscono.” Gli dico di fermarsi, o lo faranno santo prima d’arrivare a Bologna.  Dice: “I santi? Tutti colpevoli finchè non dimostrano la propria innocenza.”
Ha tre bambini, Springsteen, tra gli otto e i dodici anni. Dice che gli hanno cambiato il modo di vedere le cose. “Con loro la vita è vissuta più intensamente.  In modo solido. Gli ultimi dieci anni –  i bambini, il matrimonio con Patty – sono gli anni più tangibili della mia vita. Una volta segnavo il tempo solo col lavoro. Ora guardo i figli crescere.” Domando se i figli ascoltano la sua musica. Dice di sì, ma non resistono un intero concerto. “I figli vedono il pubblico come un rivale. I bambini vogliono possedere interamente papà e mamma.  Non dividerli con altri.”
L’11 settembre 2001 eri a casa? “Sì ero a casa.” Mai temuto,  lavorando a “The Rising”, che qualcuno ti accusasse di voler sfruttare la tragedia? “No. Perchè la comunicazione  è tra me e chi ascolta. Questo disco l’hanno capito tutti subito; con altri – come “Darkness on the edge of town” o “Born in the USA” –  c’era voluto più tempo. E poi, vedi, io scrivo da trent’anni su questi argomenti: idealismo, coraggio,  eroismo quotidiano. Certo, bisogna esser cauti e sensibili, e pensare a cosa si sta facendo. E aver fede nel proprio pubblico.”
“Un po’ di vendetta e anche questo passerà”, dice la canzone d’apertura, “Lonesome day”. Chiedo se la vendetta è esaurita, oppure altro deve venire. Capisce subito a cosa alludo. “Sono confuso anch’io. Posso dire però che la gente, in America, non è convinta di buttarsi in una nuova guerra. Con l’Afghanistan, non avevamo scelta. Eravamo stati attaccati. Tutti erano d’accordo. Con l’Iraq   è  diverso. Non penso che la gente voglia mandare figli e figlie in prima linea in base alle informazioni di cui dispone.” Dico: in Europa abbiamo la sensazione che l’America non sia più interessata a quello che diciamo. Risponde: “Dipende da amministrazione a amministrazione. Certo non vedo l’impegno che vorrei. Eppure abbiamo bisogno di creare un fronte comune.  Come cittadino, vorrei vedere gli USA che agiscono in accordo col mondo.  In fondo, è così piccolo.”
Lo lascio andare alla folla che aspetta.  La sua manager, più tardi, riferirà: “Bruce s’è divertito, nell’intervista.  Ha detto che alla fine si sentiva Henry Kissinger.” Gli ho mandato a dire: è vero, avete tutt’e due una bella voce. Ma l’America l’hai capita meglio tu, Boss.




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02/10/2002

45 motivi per cui torno in America da 25 anni.

Qui Touring




Estate 1977: primo viaggio in America, a vent’anni, con cinque amici
e una “motorhome”. I Fleetwood Mac cantavano “Don’t Stop”, e noi non
ci fermavamo: costa-a-costa in sei settimane, con puntate a
Yellowstone, Las Vegas, Grand Canyon. Estate 2002: Washington D.C.,
Philadelphia, New York, San Francisco, Los Angeles, San Diego,
Seattle (sette città in venti giorni per presentare il mio libro
“Ciao, America! An Italian Discovers the U.S. – BroadwayBooks/Random
House). Ecco altri 45 motivi per cui torno in America da 25 anni.


1 Lo spazio. Niente claustrofobia, nemmeno negli ascensori.
2 La bandiera. Magari la usano per farci il cappottino al cane, ma le
vogliono bene.
3 La prevedibilità. Se esiste una soluzione semplice, gli americani
scelgono quella.
4 Gli errori. Sbagliare non vuol dire fallire, in America. Vuol dire
averci provato.
5 Le facce. Difficile sentirsi diverso, perchè di uguale non c’è
(quasi) nessuno.
6 La carta di credito. Una soluzione semplice per un mondo complicato
(basta averla).
7 I gadget. Piccoli grandi oggetti di cui gli americani non riescono
a fare a meno (noi nemmeno, dopo un paio d’anni).
8 Gli autonoleggi. Dieci minuti e siamo al volante.
9 Distributori, bagni pubblici, motel, interruttori: sono dove
servono. E funzionano.
10 Le strade. Sembra di essere in America (ma perchè parcheggiano nei
“driveways” e guidano nei “parkways”?).
11 La lingua. Chi scrive “2nite” invece di “tonight” di sicuro ha in
mente qualcosa.
12 Le celebrità di Hollywood. Sono i reali d’America. Il vantaggio è
che ogni tanto li cambiano.
13 I parchi-divertimento. Sembra incredibile, ma ci si diverte.
14 Gli ottovolanti. Sono più di otto, e quasi si vola davvero.
15 Il succo d’arancia. Talvolta sa addirittura d’arancia.
16 L’umorismo. Quando lo capiscono, gli americani si divertono.
Quando non lo capiscono, ci divertiamo noi.
17 La correttezza politica (political correctness). Una buona
intenzione diventatata una leggera assurdità. Con questa, vi
divertite di sicuro.
18 Le autoradio. Non sono computer spaziali come in Italia.
19 I poliziotti. Ci sono e si fanno notare. Talvolta sembrano aver
visto troppi telefilm, ma glielo si perdona.
20 Il nome proprio. Lo dite una volta, e un americano lo ricorda per
sempre (mentre voi dimenticate il suo).
21La salsa barbeque (BBQ Sauce). Un profumo inebriante per
un’esperienza importante.
22 I sobborghi (the suburbs). I tropici dell’antropologo dilettante
che si nasconde in ogni europeo.
23 Le mance. Provate a non lasciarle, e la vostra diventerà una
vacanza-avventura (oh yes).
24 Le bistecche. Capirete perché piacciono tanto a Tex Willer.
25 I ristoranti vietnamiti. Bella conseguenza di una brutta guerra.
26 I “Chocolate Chips Cookies” (biscotti con pezzetti di cioccolato).
Niente da aggiungere: assaggiateli.
27 I SUV (Sport Utility Vehicles). Potrebbero arrivare in Patagonia
per montagne e deserti, e invece sono parcheggiati tutti davanti alle
“malls”.
28 Gap, Banana Republic, Ann Taylor: fate gli ultimi acquisti, prima
che diventino italiani (leggi: belli, ma cari e sofisticati).
29 Brooks Brothers. Quaranta dollari per un’ottima camicia: sembra onesto.
30 Il cotone. E’ un’altra cosa.
31 I saldi e gli sconti: le vere armi non convenzionali dell’America,
contro cui non c’è difesa.
32 Elvis, the King. Venticinque anni dopo, resta un bel tipo.
33 Bruce Springsteen: il più influente pensatore americano esiste davvero.
34 I cimiteri: riposanti, e non solo per i residenti.
35 I “pankakes”. L’anima dolce del continente.
36 E-commerce: c’è perfino qualcosa da comprare (esempio: interessa
“Ciao, America!”? Lo trovate su Amazon.com. Trenta per cento di
sconto).
37 I dollari. Gli americani non si vergognano a parlarne (ho imparato
anch’io. Vedi sopra).
38 Le scritte al neon, i calmanti dell’ansietà nazionale.
39 I secchi della spazzatura. Grandi, efficienti. E li portano via.
40 Il basket in TV. Meglio se con pizza Domino e birretta gelata.
41 Birre. Sam Adams e Sierra Nevada, e andate sul sicuro.
42 Il ghiaccio. Utile per rinfrescare la fronte, fermare il sangue
dal naso, curare piccole botte. Basta non metterlo (in quantità
industriale) nella Coca-Cola.
43 Il “Drive Thru”. Quando devono ordinare il pasto davanti a un
citofono, gli italiani si fanno prendere da panico. Spassosissimo.
44 Il cappuccino. Ormai vale il nostro (basta non berlo dopo i pasti,
come fanno loro).
45 Linguini Primavera e Fettuccini Alfredo. Spiegate che in Italia
non esistono, e li hanno inventati gli americani. Diventerete
l’uomo/la donna più popolare della comitiva.

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02/09/2002

Il Deserto dei Tartarinteristi

Sportweek


Interista ufficiale, Giovanni D. partì una mattina di settembre per raggiungere la Fortezza Meazza, sua destinazione.
  Si fece svegliare ch’era ancora notte e vestì di nuovo la divisa da tifoso. Come ebbe finito si guardò nello specchio, ma senza trovare la letizia che aveva sperato. Nella casa c’era un grande silenzio, si udivano solo piccoli rumori da una stanza vicina: sua mamma stava alzandosi per salutarlo.
 Era quello il giorno atteso da tempo, l’inizio delle partite vere. Pensava alle giornate squallide di maggio, si ricordò delle amare sere quando sentiva fuori nelle vie passare gli juventini liberi, e presumibilmente felici; dei risvegli notturni nella camera calda, doce ristagnava l’incubo di Gresko, e delle punizioni che gli avrebbe inflitto. Ricordò la pena di contare i giorni uno ad uno, che sembrava non finissero mai.
Adesso era finalmente iniziato il campionato, non aveva più da consumarsi sui giornali né da tremare alla voce da sergente del collega rossonero: tutto questo era passato. Tutti quei giorni che gli erano sembrati odiosi, si erano consumati per sempre, e non si sarebbero ripetuti mai.


  Mi perdonerà, Dino Buzzati, se ho leggermente adattato l’attacco del suo capolavoro, “Il deserto dei Tartari”. Anche noi interisti infatti, come il tenente Giovanni Drogo, conosciamo il piacere estenuante dell’attesa, la consolazione delle regole, il sostengo dei compagni di fede. Dovessi dare un titolo a questo scampolo di prosa neroazzurra, potrebbe essere: “Il deserto dei Tartarinteristi”.  Il nostro è lungo tredici anni, ormai (scudetto 1988/89). Ma prima o poi scenderanno i tartari delle colline – le stesse dietro le quali è scomparso Ronaldo, Coniglio Mannaro – e daranno un senso alla nostra vigilia.
  Ora che ci penso: anche altre squadre offrono spunti letterari. Per la Juventus, sceglierei Gabriel Garcia Marquez e “Cent’anni di solitudine” (la Vecchia Signora piace infatti ai suoi tifosi, ma è da sempre antipatica a tutti gli altri). L’attacco, appena ritoccato, potrebbe suonare così:


   Molti anni dopo,  di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Lippi si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui lo avevano condotto a conoscere il ghiaccio: Bettega.   Torino era allora un villaggio costruito sulla riva di un fiume dalla acque diafane….


All’ambiente vivave della Roma, invece, s’adatta il “Libro della Jungla” di Kipling.  Ditemi se l’inizio non è perfetto:


 Eran le sette di sera, d’una serata caldissima tra i campi di Trigoria, quando Babbo Lupo (Sensi) si svegliò dal suo riposo diurno. Si grattò, sbadigliò e stirò le zampe una dopo l’altra per scuotere dall’estremità il torpore del sonno. Mamma Lupa (la squadra) se ne stava accovacciata, col grosso muso a terra, in mezzo ai suoi quattro cuccioli (Totti, Montella, Cassano e Batigol) che si rotolavano guaiolando, e la luna splendeva entro la bocca della tana che era la loro casa.
  – Aughr! – gridò Babbo Lupo – è ora di rimettersi in caccia.




  Resta il Milan, quarta pretendente allo scudetto. Quale celebre attacco potrebbe adattarsi ai cugini (“attacco” letterario, caro Galliani: so che con Inzaghi-Sheva-Rivaldo-Thomasson siete a posto)? Il “Rosso e il Nero” di Stendhal? Prevedibile. “La banda dei brocchi” di Jonathan Coe? Crudele.  “L’ultima spiaggia” di Alex Garland?  Eccessivo. Ecco, ci sono: “I Demoni” di Dostoevskij. Sempre diavoli sono.


Nell’accingermi alla descrizione degli avvenimenti tanto strani svoltisi non è molto nella nostra città, sono costretto, per la mia inesperienza, a rifarmi alquanto da lontano; e precisamente da alcuni particolari biografici intorno a Silvan Berlusconovic, uomo di molto ingegno. Questi particolari non serviranno che d’introduzione, mentre la storia che mi propongo di scrivere seguirà poi.




Bene: Inter, Juve, Roma e Milan sono a posto. Forza, adesso: mancano  quattordici squadre di serie A. Sportivi, fate uscire il letterato che è in voi. E voi, letterati, siate sportivi, almeno una volta.

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