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24/08/2009

17 motivi per cui Ibra può andare (dal Corriere della Sera)

Diciassette motivi – tanti quanti gli scudetti dell’Inter – per cui Zlatan Ibrahimovic può andarsene a Barcellona (Eto’o permettendo):


1  Perché vuole andarci.

2  Perché "vuole provare qualcosa di nuovo" (anche noi: per esempio, vincere la Champions).
 
3  Perchè c’è chi si cura il mal di pancia coi fermenti lattici, e chi deve fare una passeggiata sulle "ramblas"

4  Perché adesso vediamo cosa sa fare Mourinho (vincere lo scudetto con Ibra? Ci riusciamo anche voi, io e Zaccheroni).

5  Perché Zlatan, finché è rimasto, è rimasto per passione e per soldi. Mica perché "gliel’aveva ordinato Dio".

6  Perché non potevamo lasciare al Milan l’esclusiva della partenze drammatiche e lacrimose.

7  Perché l’Inter non è un carcere. Le strisce bianconere verticali le indossa qualcun altro.
 
8  Perché una squadra di calcio è un "reality", e Zlatan s’è fatto la "nomination" da solo.
 
9  Perché, comunque, aveva esaurito lo spazio per il tatuaggio del prossimo scudetto.

10  Perché  noi piccoli tifosi  abbiamo il dovere di essere riconoscenti, e i  grandi calciatori hanno il diritto di mostrarsi  irriconoscenti.
 
11  Perché, partiti Ibra e Maxwell, per un po’ non sentiremo parlare dell’agente Raiola.

12  Perché Zlatan, per punizione, dovrà imparare il nome del direttore tecnico del Barcellona: Aitor Txiki Begiristain. Marco Branca era più facile.

13  Perché adesso Balotelli, per litigare con un giocatore dell’Inter, deve procurarsi uno specchio.

14  Perché il centravanti appena acquistato dal Genoa non rischia di diventare il Milito Ignoto.

15  Perché diamo qualche possibilità ai rivali: vincere facile non ci dà più gusto.

16  Perché Moratti, da oggi, è un miliardario meno povero.

17  Perché va bene così.

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24/08/2009

Impuniti sulle nostre strade? (dal Corriere della Sera)

Gli svizzeri sono poi così corretti (segreto bancario a parte)? Noi italiani siamo davvero ingovernabili? Gli stereotipi nazionali vanno presi, smontati e studiati. Solo allora possono rivelarsi istruttivi. 

All’inizio di agosto, qui sul "Corriere", avevo raccontato la sorpresa autostradale dell’estate 2009:  auto italiane preoccupate del Sistema Tutor, e in genere rispettose dei limiti;  auto straniere ben più disinvolte, spesso oltre i limiti. Il turbofanatico – quello che ti piomba alle spalle con gli abbaglianti, a 190 km/h, e chiede strada per la sua prepotenza –   è spesso  un forestiero.

Di targa, almeno. Parecchi svizzeri, avevo notato. Qualche tedesco. Alcuni olandesi. Francesi, romeni, croati e residenti di Montecarlo.  Le multe non gli arrivano? mi ero domandato. Oppure arrivano e vengono ignorate? Per saperne di più, ho scritto al Ministero dell’Interno, che mi ha girato all’ufficio legale della Polizia Stradale, dalla quale è emersa questa stupefacente realtà. Copio e incollo:

A) "Non esiste un meccanismo uniforme e condiviso di notifica internazionale dei verbali relativi alla violazione delle regole della circolazione stradale. Fatta eccezione dei casi in cui c’è un accordo bilaterale (come per l’Austria), non esiste un obbligo per lo Stato di residenza dello straniero di comunicare all’Italia l’intestatario del veicolo che ha commesso la violazione. Anzi, alcuni Paesi si oppongono fermamente a questa operazione"

B) "Non  esiste un sistema di esecutorietà delle sanzioni nei confronti degli utenti che, avendo commesso violazione in uno Stato estero, non abbiano provveduto al relativo pagamento. In tal modo le infrazioni stradali restano spesso impunite se commesse a bordo di un veicolo immatricolato in un altro Stato. Chi paga lo fa, sostanzialmente, per buona volontà".

Buona volontà! Tanti svizzeri, evidentemente, la perdono per strada, quando scendono in Italia.  Scrive un lettore di Zurigo, Dino Nardi: "Da inizio 2008,  ben 85.000  automobilisti svizzeri sono debitori di 1,4 milioni di euro per pedaggi non pagati in Italia. La Società Autostrade, per incassare quei soldi, ha  incaricato una società svizzera specializzata nel recupero crediti". Ho indagato. Secondo il Touring Club svizzero, si tratta di carte di credito scadute, mancanza di contante e passaggi indebiti nella corsia Telepass.

Conclude amaro il signor Nardi: "Evidentemente gli automobilisti svizzeri  (compresi noi stranieri che qui abitiamo), in genere disciplinati e ossequiosi del codice della strada, non prendono seriamente l’Italia e le sue leggi. Confidano nella   trasandatezza dell’applicazione. Se ciò accadesse a parti invertite, altro che impunità: farsi individuare in Svizzera, anche dopo anni, dalle autorità di polizia (magari in un controllo o un pernottamento) significa pagare caro, molto caro, il mancato pagamento di una multa, o altro. Provare per credere!"

Diciamolo, sarebbe sorprendente se i  transalpini, dentro di sé, la pensassero ancora come i loro antenati del Grand Tour:   l’Italia è attraente perché tutto è permesso. Ai tempi erano peccatucci sessuali, aborriti dalla morale protestante; oggi può essere un’Audi lanciata a 200 km/h su un’autostrada trafficata, alla faccia delle regole, della sicurezza e delle multe. Giacomo Leopardi –  uomo di Recanati, ma ha potuto evitare la A14 – aveva capito tutto: "Oggidì i viaggi più curiosi e più interessanti che si possono fare in Europa, cioè nel paese incivilito, sono quelli de’ paesi meno inciviliti".

Un sospetto, quindi:  è l’ambiente che crea il comportamento. Siamo animali sociali, imitiamo quelli che ci stanno intorno.  Non esiste una predisposizione alla sciatteria civile, anche se in Italia ci fa comodo pensarlo.  Chi viaggia, lo sa: gli italiani nel mondo rispettano regole che ignorano in patria (dal fisco all’ufficio, dall’università alla strada). Che gli svizzeri, amici e vicini, facciano il contrario è culturalmente e antropologicamente interessante (necessità di una pausa civica? voglia di  vacanza morale?). Ma è inaccettabile. Aiutiamoli a correggersi, regaliamo loro i beati giorni del castigo. Ci saranno riconoscenti, dai Grigioni all’Appenzello.

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29/06/2009

I no-no-no della segretaria (dal Corriere della Sera)

Ieri in Sala Buzzati qui al "Corriere", durante gli "Aperitivi della Milanesiana", lo scrittore irlandese John Banville ha definito l’ufficio "una serra di intimità". Nulla di paragonabile alle stanze del governo, è vero: ma l’intuizione è lodevole. E chi coltiva i fiori esotici dell’abitudine, nelle serre aziendali? Le segretarie, che qualcuno chiama "assistenti" e qualcun altro definisce  "P.A.", acronimo di Personal Assistants, cui è dedicato oggi il National Secretary Day. Siamo a Milano, si parla inglese: tutto torna.

Non intendo elogiare le segretarie. Lodi, chiacchiere e cha-cha-cha  sono trucchi per pagarle poco e costringerle a lavorare fuori orario. Aggiungo: anche questo femminile è sbagliato. Conosco ottimi segretari, e non portano le gonne se non quando s’esercitano in danze scozzesi.

Come esprimere, allora, la mia stima e la mia riconoscenza per le/gli assistenti, nel giorno loro dedicato? Con quattro consigli: probabilmente inutili, ma  sinceri e disinteressati.

1. Chi ha un capo scemo, se lo merita. Sbalzi d’umore violenti,  galanterie indesiderate, ordini contraddittori, incapacità di ammettere un errore. Se questi comportamenti si ripetono, l’assistente personale scelga la "Formula O’ Hara": via col vento, prima che sia tardi.  Ho letto "Il feudo del sultano"  di Paola Cominotti (ed. Il Filo), dove viene raccontato un tipaccio del genere, attivo nel bresciano. Un racconto dell’orrore.

2. Un capo egoista si lascia, non si conquista. Una giovane segretaria – femmina, stavolta –   dispone di un’arma efficace: il test di maternità. No, non è quello che pensate. Test di maternità vuol dire andare dal boss e dire: "Ho una bella notizia. Aspetto un figlio!". Se la reazione è irritata ("Ma che cavolo! E io come faccio, adesso?"), iniziate a pianificare la ritirata. Il boss è infatti un "CEO" (Capo Evidentemente Ottuso). Perché perderci tempo?

3. I capi sono come i figli: educateli. Un capo maleducato (o mai educato) diventa presto un problema.  Ritardi cronici, sospettosità, curiosità indebite, scarsa igiene personale, rumori molesti (oh yes!). L’assistente che tollera queste cose lo fa suo rischio e pericolo.

4. I capi parlano. Ma pagano? Diffidate della mitologia aziendale, dal romanticismo della dedizione assoluta, dalla trappola del lavoro infinito. E’ opportuno impegnarsi a fondo, è bene essere  leali, elastici e generosi. Ma le aziende fanno i loro interessi, non i vostri. Traduzione: la telefonata notturna dev’essere un’eccezione, non la regola. Vogliono un’assistente 24 ore su 24? La paghino.

Buona festa a tutte e tutti! Fate scivolare questo pezzo sulla scrivania del boss. Se vi licenzia, bingo! Uno così meglio perderlo che trovarlo.

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15/06/2009

Abbasso il campione musone (da La Gazzetta dello Sport)

Il calcio italiano sembra la sala-partenze di un aeroporto. Ritardi, imbarchi, lacrime, saluti e battute. Kakà – quello cui Dio, in gennaio, aveva ordinato di restare a Milano – assicura: "Non esulterò se segnerò ai miei vecchi compagni". Maicon racconta "il suo sgradevole rapporto con l’Inter" (la squadra che l’ha reso milionario, celebre e titolare nel Brasile).

Si potrebbe concludere che il genio dei calciatori sta nei piedi, non nella parte alta del corpo; ma si rimane, comunque, perplessi. Anche perché la storia non è finita. Resta un capitolo affascinante, e ha come protagonista Zlatan Ibrahimovic. Lo aspettiamo al varco. Speriamo non dimostri d’avere più tatuaggi che pensieri.

L’uomo vuole concedersi un altro ballo, dopo Ajax, Juventus, Inter? In Spagna, dove gli attaccanti hanno vita facile e borsa piena? Ci dispiacerà vederlo partire, ma è un desiderio legittimo. Gli interisti – da Moratti all’ultimo tifoso – sono pronti a ringraziare e salutare. A un patto: che il Barcellona o il Real paghino il giusto, e non provino a rifilarci lo scarto di turno. Coi soldi, infatti, si rifanno le squadre; con gli scarti si complicano le cose e le rose (vero Galliani?).

Paperon Laporta e Florentino Rockerduck hanno 70, 80 milioni per comprarsi uno dei quattro giocatori più forti al mondo? Se non li hanno, o non vogliono tirarli fuori, Ibra resterà a Milano. E a questo punto la faccenda si fa interessante. L’uomo dovrà rivelare di che pasta è fatto. E’ un grande professionista? Un campione duro e puro? Un fuoriclasse incapace di debolezze sentimentali? Bene: lo dimostri. L’Inter gli ha concesso il nulla-osta morale per il trasferimento in Spagna. Dovesse restare, però, resti con gioia. Gliel’ha suggerito anche Santon, che a diciott’anni si dimostra più maturo di tanti colleghi.

Non c’è nulla di più irritante, infatti, del campione musone. Certo, si può essere infelici anche guadagnando un milione (netto) al mese, giocando per vivere, vivendo adorato da tutti. Ma è, come dire, un brutto spettacolo. Ronaldo piagnucoloso che traffica per il trasferimento al Real, Cannavaro depresso che briga per tornare alla Juve: i tifosi, certe cose, non le dimenticano.

Non commettere errori, Zlatan Boy. Nessuno ti chiede di cambiare. Sei bravo, forte, alto: il tuo cuore è più distante dal prato di San Siro, rispetto a quello di Zanetti. Questo l’abbiamo sempre saputo, e ti diamo atto d’averci risparmiato lacrime e smancerie (vero Kakà?). Abbiamo esagerato con l’adulazione? Probabilmente sì. Il pubblico tratta attori, cantanti e calciatori come semidei e quelli, a un certo punto, pensano d’esserlo davvero. Con Ibra l’esagerazione era in agguato: uno così arriva ogni generazione. Non era facile ricordare d’avere davanti un giocatore umano – uno che prende i calci negli stinchi e invecchia, come gli altri. Poi abbiamo osservato il procuratore, il rubicondo Raiola, e ci ha riportato in terra.

Ricapitolando. Se parti, Ibra, grazie e saluti. Se resti – e potrebbe succedere – sorridi. Ti vogliamo felice e spavaldo, come sei stato finora. Ah, dimenticavo. Se la tua prima Champions arrivasse in Spagna, diranno: il Barça (o il Real) hanno fatto vincere la coppa a Ibra. Dovesse arrivare a Milano, grideranno: Ibra ha fatto vincere la Champions all’Inter! C’è una differenza.

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04/06/2009

Noemi, quattro cose ovvie (dal Corriere della Sera)

Un pesce rosso convinto d’essere un cardinale, gli economisti che ammettono di non averci capito niente, la politica fuori dalla nomine Rai, José Mourinho che lavora gratis. Sono molte le notizie surreali che avrebbero potuto colorare questa torrida primavera, ma è toccato a una ragazzina e ai suoi bizzarri rapporti col presidente del Consiglio.

Bizzarri: ecco la parola. Potete essere di destra o di sinistra, atei e cattolici, giovani o meno giovani, ma sarete d’accordo: se uno sceneggiatore avesse scritto un film con quella trama, gli avrebbero detto "Ragazzo, hai bevuto?". Invece è accaduto. Noemi, le feste, il papi, i genitori, le smentite, i fidanzati che compaiono e scompaiono. I marziani guardano giù dicendo: "E quelli strani saremmo noi?".

Quattro punti ovvii, per ridurre i litigi e provare a ragionare. Il primo: la frequentazione tra un settantenne e una diciassettenne – al di là del ruolo di lui – è insolita. La famiglia Letizia non sembra stupita, decine di milioni d’italiani sì. Una spiegazione plausibile ancora non l’hanno avuta. Se tanti lavorano di fantasia, a Palazzo Chigi non possono stupirsi.

Ovvietà numero due. Alcune affermazioni del protagonista sono state smentite. "L’ho sempre vista coi genitori": poi Noemi – ma cosa s’è fatta? era così carina! – salta fuori alla festa del Milan, sbuca al galà della moda, compare in Sardegna. Per cose del genere, nelle altre democrazie, i potenti saltano come tappi di spumante. Noi siamo più elastici – succubi, rassegnati, distratti, disinformati: scegliete voi l’aggettivo – ma un leader politico, perfino qui, dev’essere credibile.

Ovvietà numero tre. Le abitudini e le frequentazioni di Silvio B. riguardano solo Veronica L. (che peraltro s’è già espressa con vigore sul tema)? Be’, fino a un certo punto. Il Presidente del Consiglio guida una coalizione di governo che organizza il Family Day, mica il Toga Party o il concorso Miss Maglietta Bagnata. Michele Brambilla – vicedirettore del "Giornale", bravo collega e uomo perbene – spiega che, per il mondo cattolico, contano le azioni politiche, non i comportamenti coerenti. Io dico: mah!

Ovvietà numero quattro. L’opposizione, in tutte le democrazie, cerca i punti deboli dell’avversario, soprattutto alla vigilia delle elezioni. Dov’è lo scandalo, qual è la novità? Se Piersilvio s’indigna, non ha idea di cosa avrebbe passato suo padre in America, in Germania o in Gran Bretagna (dov’è inconcepibile che i capi di governo possiedano televisioni). Non solo in questi giorni: negli ultimi quindici anni.

Bene: quattro cose ovvie, in attesa di sviluppi. Intanto s’è insediato quietamente il governo Letta. Qualcuno che coordini ci vuole. C’è da lavorare, e il Capo è altrove.

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12/05/2009

Silvio Berlusconi: An Italian Mirror from ‘Time’ magazine

What do Italians make of Silvio Berlusconi? Easy. Most think: "He’s one of us." He loves his family, his football, his friends, his food. And his money, of course. He praises the church in the morning, family values in the afternoon and hangs around with young women at night at 72, that’s quite an achievement. He is fun, no doubt. On the left, most politicians are boring. Beating them? Piece of cake, for Silvio the maverick. reported instantly, compressed into sound bites can baffle foreigners. Italians abroad know this. They complain, rightly, that Berlusconi’s faux pas allow those who don’t like Italy to ridicule us, ignoring the good things we do around the world. harmless, and quite funny. Talking on his mobile while Angela Merkel was waiting for him at the NATO summit? He was just showing off ("I can convince Turkish leader Erdogan to accept Rasmussen as head at NATO. Leave it to me, guys.") And when he told earthquake victims in Abruzzo to think of their situation "like a weekend of camping," sure, it didn’t sound good to an outsider. But most Italians understood Mr. B. was just trying to sdrammatizzare, to play down the situation, defuse the tension.

Many Italians don’t care about his conflicts of interest (who hasn’t got a few?) or his problems with the law (defendants are more simpatico than prosecutors). Broken promises, half-truths, unanswered questions? The word accountability doesn’t translate well into Italian. This is the land of human nature, as one American traveller once said. And of emotional politics. France is a bit like that too. It’s no coincidence that a bright, quick, short populist, who also happens to be a bit of a ladies’ man, is running the show in Paris. Like us, the French see politicians the way the British see City bankers. We forget and forgive, even though we shouldn’t.

His gaffes? The majority of Italians think Berlusconi just speaks his mind, and they don’t care if foreigners are puzzled, or worse. Some remarks are unforgivable, of course. Obama’s suntan, jokes about concentration camps, sexist comments. If you head a government you must know that your words

To be fair, foreign media sometimes exaggerate the incidents. Calling out to the American President in front of Queen Elizabeth II, after the official photo op at the G-20 in London ("Mr. Obamaaa! I’m Mr. Berlusconi!") was a lovely Borat moment
  and often quite the contrary. Those who criticize him don’t vote for him anyway.
Berlusconi is a seasoned politician (he was first in office in 1994, and he’s the only European head of government born before World War II), and he knows that international misunderstandings don’t harm him at home
  first real estate, then television and soccer, finally politics the man thinks he can say what he likes, when he likes to whomever he likes.
His gaffes are not part of any grand strategy. Most likely they are spontaneous, the result of nouveaux-riches insecurities, fermented in self-esteem and turned into cockiness. Proud of his achievements
  including my own Corriere della Sera discuss him day by day, case by case, column by column.
He’s popular. A mixture of Juan Perón and Frank Sinatra. Never a dull moment. Does the Italian media criticize him? Not his papers and his TV stations. Nor, with a few exceptions, state-controlled outlets such as Rai. The right-wing press adores him. The left-wing press despises him. Only a few papers
  think the Sforza in Milan, the Medici in Florence led by a benevolent elder well-liked by his subjects.
Does this make Italy an authoritarian state? Of course not. We are too anarchic to allow anyone to tell us what do for long (they all failed, from Caesar Augustus to Benito Mussolini). Berlusconi has won three elections, lost two, and democracy is alive and (almost) well. Italy is like a postmodern signoria
  runaway public debt, red tape, organized crime, corruption, a grinding justice system and aging infrastructure but at least he’s provided stability. Italy averaged almost a government a year between the end of World War II and the turn of the century. Berlusconi completed his term between 2001 and 2006; re-elected in 2008, he may well last until 2013.
Is Berlusconi a good Prime Minister? Let’s just say he’s not much worse than his predecessors, and he sells himself better. He hasn’t solved Italy’s perennial problems
  even the best, the most honest and lucid are right to worry. Not about Berlusconi himself. But about the Berlusconi inside them.
The truth is that Berlusconi is not only Italy’s head of government, but the nation’s autobiography. He combines generosity, inconsistency, acting talent, stamina, tactical lapses of memory and loyalty. He promises things he doesn’t do, and does things he’s never mentioned. His Italian opponents
—-
Severgnini, a columnist for Corriere della Sera, is the author of "La Bella Figura: A Field Guide to the Italian Mind"
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04/05/2009

Tornando in un Paese psichedelico (dal Corriere della Sera)

Torno dagli Stati Uniti e volevo raccontarvi di case invendute sotto il sole d’aprile, della crisi dell’auto, degli amici americani che hanno smesso di fare gli spiritosi quando parlano della nostra Fiat. Descrivere la Forgotten Coast, la "costa dimenticata" a nord-ovest della Florida, dove i rednecks della Georgia e dell’Alabama scendono al mare. Parli di "influenza suina" e ti guardano storto: hot dogs con la febbre?

Volevo raccontarvi di queste cose, ma lo farò la prossima volta. Mi sembra, rientrando in Italia,  che le urgenze siano altre. Ad esempio: perché quella signorina lo chiama "papi"?

Siamo ormai un Paese psichedelico, guidato da un leader escatologico, con tratti bulimici. I fini ultimo del nostro primo ministro sono misteriosi, ma le sue trovate sono tali e tante da sconfiggere la presunta perfidia dalla stampa estera. "Divertimento dell’imperatore"? Signora Veronica, questa è pop art! Se un corrispondente straniero scrivesse che l’organizzatore del G8 cambia l’agenda per volare a Napoli e partecipare alla festa di una diciottenne in discoteca, in redazione non gli crederebbero.

Neanch’io volevo crederci, mentre scendevo sopra il Piemonte allagato, arrivando dalla notte atlantica. Confesso che non potevo immaginare la nomina di Mara Carfagna, ma poi è successo. Ero incredulo alla notizia che le gemelle De Vivo, fugaci apparizioni all’ Isola dei Famosi, fossero ricevute per un’ora a Palazzo Grazioli (prima di un ricevimento a Villa Taverna dall’ambasciatore americano): ma è accaduto. Fatico ad ammettere che letteronze e troniste vengano candidate al Parlamento europeo: ma avverrà (e io non voto).

"Ciarpame senza pudore"? E perché, signora Veronica? Suo marito è l’autobiografia onirica della nazione: fa le cose che tanti sognano. Le proteste a sinistra sono sospette perché preconcette: da quelle parti contestano Berlusconi anche se si gratta il naso. Altre reazioni non ci sono. Nel Dna civile di noi italiani è iscritta la Signoria, come in quello dei russi c’è lo zar: il capo non si critica, al massimo s’invidia.  "Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie": la psicologia del potere non è cambiata dai tempi dell’Ariosto.  In poche ore si passa dal ricevimento per Lukashenko, l’ultimo dittatore d’Europa, al ciondolo d’oro con diamanti per la ragazzina partenopea. Indignarsi? Sentimento antico, stancante e velleitario.  Vediamo di suggerire, invece, qualcosa capace di stupire ancora.

Che so, un Consiglio dei Ministri organizzato come il Grande Fratello, con tanto di televoto: sarà il pubblico a decidere quale ministro dovrà uscire dalla casa. Oppure un altro trasferimento del G8. Non a Roma, non in Sardegna, non in Abruzzo. In discoteca! I colloqui tra i leader avverranno sulla pista da ballo, mentre ministri e diplomatici si divincolano sui cubi, battendo le mani ("Rock the World, Baby!").

Sì, questa è una buona idea. Il mondo, visto quello che sta passando, ha bisogno d’allegria. Di questa materia prima, siamo i più grandi produttori mondiali. Vendiamola cara, al prezzo del petrolio.
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15/04/2009

Votare per l’Europa, e sentirsi fessi (dal Corriere della Sera)

Forse rassegnato, certo allibito, vagamente nauseato.  Fesso, no. Non voterò alle europee il 7 giugno. Se le elezioni per il parlamento nazionale sono state un’umiliazione – liste bloccate,  nostro compito era ratificare le nomine dei partiti – quelle per l’Europarlamento s’annunciano come una provocazione.
Dico, avete visto chi vogliono candidare? Vecchi delusi, giovani amiche, soliti trombati, parenti invadenti, ex-potenti indigenti, funzionari  sconosciuti.   I ristoranti di Strasburgo e Bruxelles li aspettano a braccia aperte: ammesso che  ci vadano, una volta eletti. I siti lo scrivono, i giornali lo riportano, le radio ne accennano. Ma davanti ai fotogrammi dall’Abruzzo – diciamolo – chi ha voglia di discutere l’opportunità della candidatura Mastella?
 
Così Clemente sarà nelle liste PDL, segno e simbolo del nuovo. E chi s’azzarda a dire che hanno voluto saldare il debito per aver silurato Prodi – tuona l’interessato – "è un farabutto!" Il partito, com’è noto, sarà guidato ovunque da Silvio Berlusconi  –  sebbene la carica di eurodeputato sia incompatibile con l’incarico di governo.  Ma se qualcuno avesse il coraggio d’affermare che il partito non guarda avanti, ecco Barbara Matera, 28 anni, scelta personalmente dal leader (curriculum: finalista a Miss Italia, annunciatrice RAI, «letteronza» a «Mai dire gol», «letterata» in «Chiambretti c’è», intepretete di «Carabinieri 7» e  «pattinatrice vip» a «Notti sul ghiaccio»).  A Strasburgo se la vedrà con la coetanea Elena Basescu, bella figliola del presidente della Romania, Traian Basescu. La ragazza ha competenze incerte, ma splendide foto. Memorabile quella sopra un cavallo deceduto o molto stanco (http://www.claudiocaprara.it/post/2214328.html).
 
A sinistra Dario Franceschini tuona contro le scelte della maggioranza e assicura: "Noi manderemo a Strasburgo solo persone autorevoli che ci resteranno per tutto il mandato!". Bene: allora  non si capisce perché candidano Bassolino (sicuri sia autorevole?) e Cofferati (non voleva lasciare la politica per la famiglia?). E gli alleati? Si presenta Di Pietro (la carica di eurodeputato è incompatibile con quella di deputato nazionale) e si presenta Vendola (ma non è il governatore della Puglia?).
 
Diciamolo: in fondo la scelta di Berlusconi di candidarsi ovunque – pur sapendo che all’Europarlamento non metterà mai piede – è sfacciatamente sincera. Vuol dire: "Queste elezioni non contano un fico secco, sono soltanto un sondaggio ufficiale dell’elettorato. E poiché ai sondaggi tengo, voglio esserci".
 
L’entusiasmo del 1979 –  primo Parlamento Europeo a elezione diretta  –  lascia il posto a questa commedia. Non in tutti i Paesi accade: pensate che qui e là, in campagna elettorale, parleranno di Unione Europea e poi eleggeranno gente che, a Straburgo e Bruxelles, ci andrà.  E noi? Non capisco perché dobbiamo prestarci a questo gioco.  Anzi, lo capisco.  Siamo la plebe democratica, e fanno di noi ciò che vogliono. 
 
Vuoi vedere che un po’ fessi  siamo davvero?
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01/04/2009

Gli Ottantini ce la faranno (dal Corriere della Sera)

Per gli italiani nati negli anni ’80 dobbiamo trovare un nome e un calmante. Il secondo è forse più urgente. Diventare adulti di questi tempi,  tra musi lunghi e vecchi squali, non è facile. 

Ne trovo dovunque.  Pensavo che l’Europa orientale fosse fuori dalle loro rotte  – Belgrado è fascinosa però non è Berlino, Sofia è una sorpresa ma San Francisco è meglio – e invece eccoli lì.  I toscani Federico e Laura, la friulana Greta e l’abruzzese Antonio, il calabrese Danilo, i lombardi e i veneti, i sardi che non mancano mai: pronti ad annegare le malinconie italiane nell’esotismo balcanico, e non è facile.  Ne ho incontrati in ogni angolo del mondo, di ragazzi così, e in tante città italiane. Il rivolo di trasferimenti da sud a nord – alimentato da economie spompate e pratiche vergognose – è diventato un torrente.

E’ una Generazione Samsonite che vive con la valigia in mano, o con un viaggio in mente. I titoli dei telegiornali li ottengono i coetanei che fanno casino davanti all’università, e la sera rientrano a casa da mamma e papà.  Gli ultimi posti  di lavoro se li sono presi i trentenni della Generazione Ikea, nati negli anni ’70.  Poi  il Big Crash. I ventenni  – infanzia felice anni ’80, adolescenza serena  anni ’90 –  non se l’aspettavano, questo scherzo.

Lo so, lo so: le generazioni sono semplificazioni, e ogni persona ha una storia diversa. Ma un comun denominatore esiste, e gli Ottantini – ecco, li chiamerò così – sono una generazione in corridoio, che si ritrova davanti tante porte chiuse.

Precluse le professioni liberali: migliaia di neo-avvocati si strappano di bocca piccole cause. Blindati i media: pubblicità e diffusione in calo, si esce ma non si entra. Sprangate banche e finanza (troppo tardi: i prestigiatori coi capelli grigi sono già scappati).  Serrate industria e commercio:  clienti e ordini calano. Sbarrata la politica: ormai si accede per il favore dei capi. Chiusa perfino la possibilità di metter su famiglia. Bisogna rimandare la prima Festa del Papà (oggi, auguri!), consiglia la futura mamma, che ha la testa sulle spalle.
 
Il catalogo è questo. Un Ottantino può scegliere: scoraggiarsi o reagire. Suggerisco la seconda soluzione, e  spiego perché.

Partiamo di qui: preoccuparsi è ragionevole. Come ha scritto Davide S. a "Italians",  ricordando l’invettiva di un vecchio professore: «Certe generazioni saltano, la storia ne è piena!».  Ma saltano per sfiducia, per arroganza o per mollezza:  non per il mondo che trovano intorno.  In America the Greatest Generation (© Tom Brokaw) coincide con la nostra. Nata dopo la Prima Guerra Mondiale, s’è beccata dittature, depressione, guerra e ricostruzione. Non ha mollato mai.

E voi, ragazzi? La "tempesta perfetta" della recessione vi ha accolto fuori dal porto (niente potrà più spaventarvi, direbbe il vecchio Conrad).  Avete tra i piedi un po’  di sessantenni rassegnati,  di cinquantenni opportunisti,   di quarantenni pavidi e di trentenni poveri (c’è di peggio). Forza e coraggio: è l’atteggiamento che cambia l’umore, la vita e la storia. Se scegliete d’essere sconfitti prima d’aver perso,  diventerete la "generación amargada".  Suona bene, ma fa male.

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19/03/2009

Mi sono rotta di essere insicura

 Intervista con Laura Pausini

Corriere "Magazine" – marzo 2009

“Mi sono rotta le palle di essere insicura”. E’ cambiata, la ragazza: l’avevo intervistata nel 1997 per “Italians, ciòè italiani” (Rai Tre/Rai International). Laura Pausini aveva ventidue anni ed era alla vigilia del suo primo tour mondiale. Non voleva dire quanto pesava, portava caste giacche nerazzurre, non parlava di uomini, cantava Solitudine e teneva in braccio un peluche. Me la ritrovo davanti. Spara il peso-forma (“Da 58 a 64 kg”), ha cambiato tre fidanzati (è in causa con uno di loro), ha vinto un Grammy (2006), venduto 45 milioni di dischi e mi rimette in braccio il peluche che le ho portato.

BS Ricordo che ti arrabbiavi quanto i giornali scrivevano cose inesatte. Eri scocciata con un telegiornale in Colombia che ti aveva dato per incinta.
 
LP: Oggi non do più importanza a certe faccende. Però è vero, mi facevano stare male. Forse ero molto…troppo sensibile e incapace di reagire.
 
BS: Dicevi che durante le interviste ti veniva il blocco allo stomaco. Hai il blocco allo stomaco?
 
LP: Non più. Però mi si blocca ancora la voce prima di entrare sul palco. Ho ancora paura, sono ancora emozionata.
 
BS: Sei la cantante italiana più conosciuta all’estero. 4,5 milioni di risultati su Google. Woody Allen, che ho intervistato prima di te per il Magazine e per Sky, ne ha il doppio: 9 milioni. Ma è Woody Allen.
 
LP: Be’, è chiaro. Per gli anni, non per la fama. No? (ride)
 
BS: Eccola, l’ex- ragazza modesta.
 
LP: Sono molto modesta, in realtà. E tranquilla con me stessa. Sai perché? Per non aver mai mentito. Sono stata sincera, nella musica e nella vita.
 
BS: Nata a Solarolo, provincia di Ravenna, nel 1974. 16 maggio, giusto? Giorno di San Ubaldo.
 
LP: sì (ride). Non m’è mai piaciuto questo nome, Ubaldo! Come se fosse troppo cupo. Io sono più… “solarola”, no? Il nome del mio paese è una celebrazione del sole.
 
BS: Hanno costruito un monumento per te? Qualcosa tipo “A Laura gloria patria / La cittadinanza riconoscente pose”.
 
LP. (ride) Spero non lo facciano!
 
BS: Sai chi è nato il tuo stesso giorno?
 
LP: Sì certo! Baglioni, Fiorello, Janet Jackson, Niccolò Fabi, Dolcenera…
 
BS: E Massimo Moratti. 16 maggio pure lui.
 
LP: Preferisco non commentare. Rossonera sono.
 
BS: Sei una cantautrice o una cantante?
 
LP: Una cantante. Anche se scrivo, comunque cantante. Credo.
 
BS: Hai esordito in un ristorante di Bologna che si chiama “Napoleone”. Pensa Berlusconi che invidia.
 
BS: Ho esordito con mio papà. Lo chiamano Gnocco, per via della mascella paffuta. Se verrà anche a me, mi chiameranno allo stesso modo…
 
BS: La versione femminile presenta un problema.
 
LP: (ride). È una questione di punti di vista.
 
BS Diventi famosa nel ’93 quando vinci il Festival di Sanremo, categoria Nuove Proposte, con La Solitudine,  ancora oggi uno dei più brani pù noti. Giusto?
 
LP: Giusto (comincia a cantare in spagnolo).
 
BS: Nel 1997, l’anno in cui ci siamo conosciuti, parti per il primo tour mondiale. Riesci a riassumere cosa è successo da allora, a parte gli 80 dischi di platino?
 
LP Non posso. Troppi anni, troppe persone, troppi incontri. Ci sono canzoni che ho dovuto scrivere altrimenti non sarei la persona che sono oggi. Non sarei una persona serena. Sono successe cose difficili. Ho incontrato delle persone che mi hanno colpita e cambiata..
 
BS: In bene?
 
LP: Non lo so, spero di sì! Sicuramente ho cominciato ad essere più…soddisfatta di me, o comunque ad avere più fiducia in me, cosa che prima non avevo.
 
BS: A proposito: su Max, nel 2005, uscì a sorpresa un servizio in cui eri supersexy, disinvolta, non vestitissima…
 
LP: … però non avevo le tette di fuori eh! Per me è una conquista essere andata su Max senza una tetta di fuori, capisci?
 
BS: Sai che quel numero della rivista è su Ebay a € 14,99?
 
LP: Mi da fastidio, ‘sta cosa… Perché € 14,99?
 
BS: Troppo poco?
 
LP: Assolutamente sì! Com’è possibile? (ride) Sai che c’è in vendita un biglietto di un concerto del mio tour – parto il 5 marzo da Torino – a 1200 euro? Cioè, assurdo!
 
BS: Dodici anni fa dicevi: “Mi scoccia che mi parlino sempre di mafia e corruzione solo perché sono italiana”. Cambiato qualcosa?
 
LP: Essere italiana è il motivo della mia fortuna all’estero. Sono orgogliosissima di essere italiana, ma non sono stupida e vedo quello che succede qui. I giornalisti, dovunque, mi chiedono di commentare Gomorra. Purtroppo diventiamo famosi solo certe cose. Così mi ritrovo a andare in una radio, mi sembra in Argentina o in Messico, che si chiama Radio Mafia. Devo fare ‘sta radio che è una radio importante, ma si chiama Radio Mafia e loro sono felicissimi e quando vado sembra che io sia la madrina. Non è che la cosa mi renda molto felice, ecco.
 
BS: Il Grammy nel 2006 per il miglior disco pop latino (Resta in ascolto):    una pietra miliare, immagino.
 
LP: Eh, non voglio dire una bestemmia, ma la mia pietra miliare è Sanremo, più del Grammy.
 
BS: Lo dici perché il tuo chitarrista e fidanzato, Paolo Carta, ha scritto per Marco Carta – omonimo, non parente – la canzone che ha vinto Sanremo 2009?
 
LP: Assolutamente no. Vedi, da ragazza io non desideravo la fama, volevo solo fare musica. Sanremo mi ha catapultata in una realtà molto più grande.
 
BS: Nove album pubblicati più i live, i best eccetera. Quarantacinque milioni di copie vendute. Scusa la domanda banale: sei ricchissima?
 
LP: Uhm.. ho tanti soldi.
 
BS: Oh, finalmente: una che lo ammette. Ho un fiscalista fantastico per te: Giulio Tremonti.
 
LP: E’ un mio fan!
 
BS: Lo sapevo: per questo te l’ho proposto. 
 
LP: Be’, potrei chiedere qualche consiglio! Una volta ci siamo trovati nello stesso programma televisivo, lui stava aspettando di entrare, era prima di me, e io nel camerino mi scaldavo la voce. Ho visto che lui mi osservava. Però ero un po’ intimorita dalla sua presenza, quindi non sono andata da lui. Quando c’è qualche politico mi sento un po’ a disagio ecco. Forse non dovrei, però…mi sento molto timida di fronte a loro. Comunque penso gli piaccia la mia musica.
 
PS Forse un po’ di Solitudine ce l’ha anche lui.
 
LP: (ride)
 
BS: Oppure pensa a Primavera anticipata – allegoria della ripresa economica che tutti aspettiamo.
 
LP: Diciamo allora che quella canzone la dedico a lui.
 
BS: Sei sempre in giro per il mondo. Immagino che sia questo il motivo per cui un’artista si mette insieme a persone con cui lavora.
 
LP: Penso di sì. C’è stato un momento della mia vita in cui molti amici mi dicevano che sbagliavo a fidanzarmi con persone che lavoravano con me. Ho riflettuto su questo punto. Però io penso che non si possa scegliere di chi innamorarsi. E’ facile che le persone che conosci meglio possano stimolare in te un desiderio di conoscerle di più. E questo l’ho trovato in tre persone, fino a oggi. Tutt’e tre facevano parte – fanno parte – del mondo della musica. Però…boh. Ho provato a uscire con qualcuno che non era dello spettacolo e mi sono   annoiata.
 
BS: Cosa facevano, se posso? Finanzieri, fruttivendoli, astronauti?
 
LP: I mestieri non contano.
 
BS: Chi è la più brava cantante italiana secondo te?
 
LP: Ornella Vanoni.
 
BS: Non Mina, come dicono tutti?
 
LP: Mina è fantastica, ma le mie orecchie hanno scelto la Vanoni.
 
BS: Hai sentito Benigni che la prendeva in giro? “Ormai sono rimasti solo Mina e Bin Laden che mandano in giro i propri video!”.
 
LP: E’ una battuta, però c’è anche un po’ di verità
 
BS: Vai d’accordo con le tue colleghe? Come reagisci all’invidia?
 
LP: Me ne frego! Sto con gli altri, con chi mi sta simpatico. Giorgia è una persona che amo, mi piacerebbe conoscerla di più. La sua musica, i suoi testi, le interviste. E’ una bella donna. Mi piace molto Elisa come musicista, mi piace tantissimo come persone e musicista Fiorella Mannoia. Mi piace Syria.
 
BS: Una cattiveria che ti è stata fatta.
 
LP: Una? Ne ho un po’.
 
BS: Una.
 
LP: Non ce la faccio a non dirla…(ride). Allora: ci sono persone che magari, non avendo più successo, utilizzano ricordi vecchi, inutili, per parlare di loro, perché magari hanno bisogno in quel momento. Ricordi che mi riguardano.
 
BS: Non ho capito niente.
 
LP: Meglio così. Tanto, chi deve sapere, sa.
 
BS: Una cosa di cui non puoi fare a meno? Non so: cioccolato, fidanzato, caffè, Topolino, Berlusconi, Franceschini…?
 
LP: Quello venuto dopo Veltroni. Di dov’è?
 
LP: Ferrara.
 
LP: Ah, ferrarese. Come Sgarbi – anche lui è di lì, no? Si somigliano?
 
BS: Diciamo che portano tutt’e due gli occhiali. Cambiando discorso: sei scaramantica? Segui dei riti prima dei concerti?
 
LP: Non sul palco. Ma non mi piace il numero 9. Non faccio niente di importante nei giorni 9. Se mi fanno uscire un disco il giorno 9,19 o 29 mi arrabbio molto. Per il 9 settembre 2009 ho già mandato email a tutti: non lavoro e vorrei che tutti stessero in casa.
 
BS: Una cosa che ti riesce bene al di fuori del lavoro?
 
LP: Amare.
 
BS: Pensavo a qualcosa di più terreno, non so, cercare i funghi…
 
LP: No guarda, non hai capito. Dicevo: fare l’amore.
 
BS: Alla fine dei concerti gridi: “Andate a fare l’amore!”. E’ così?
 
LP: Sì (ride). Mentre sto cantando sento cose che mi sconvolgono fisicamente, e le sento attraverso la musica. Quindi non posso far altro che augurare la stessa sensazione che ho sentito io fino a quel momento.
 
BS: Il giorno dopo? Dormi fino a mezzogiorno?
 
LP: Dopo il concerto non mi piacciono le feste, non vado fuori a mangiare, vado direttamente in camera, guardo la televisione, ma mi addormento solo verso le 3 o le 4… Certo se posso mi alzo a mezzogiorno, specialmente in tour. Anche perché chi mi sveglia prima non è molto contento di vedermi.
 
BS Spettinata?
 
LP Girata male. Per esempio: adesso sotto casa mia, qui a Milano, fanno i lavori. Cominciano alle 8 del mattino – così nei giorni dei concerti a Milano devo andare in hotel. La cosa mi sembra assurda, ma…
 
BS: Ho un’idea. Regala a quelli dei martelli pneumatici un biglietto per il concerto. Così attaccano più tardi.
 
LP: Ci ho provato. Mi hanno detto di no.
 
BS: Vai a votare?
 
LP: Sì certo!
 
BS: Non mi dici per chi?
 
LP: Assolutamente no.
 
BS: Lo sapevo. Perché la gente di spettacolo, in Italia, non dice quasi mai cosa vota? Paura di giocarsi metà del pubblico?
 
LP: No: è più rischioso dire che io sono del Milan e tu sei dell’Inter. Diciamo che non è giusto influenzare i giovani, fosse solo una persona su un milione.
 
BS: Una cosa che ti piace dell’Italia.
 
LP Siamo adattabili e pieni di risorse.
 
BS Una che non sopporti.
 
LP: Il fatto di non essere pronti a diventare un paese multirazziale. Peccato, saremmo un grande popolo colorato – perché lo siamo di nostro, colorati. Ma l’immigrazione non è stata gestita bene.
 
BS: Come ti trovo alla prossima intervista, tra 12 anni?
 
LP: Vorrei un figlio, non di più, perché ho paura di non essere così brava come madre. Nel lavoro vorrei produrre qualcuno, però non tutti sono Caterina Caselli. Tra poco compio 35 anni e da 16 giro il mondo e parlo con la gente. Mi piacerebbe regalare le mie conoscenze a qualcuno che ha talento e ancora non ha avuto la possibilità.
 
BS: Laura Pausini è sicura del fatto suo?
 
LP: Mi sono rotta le balle di non esserlo. Sono stata troppi anni a dirmi che io non valevo niente e senza gli altri non ero capace di far niente. Mi sono data forse una svegliata esagerata, devo ridimensionarmi: ma come donna è giusto che io sia sicura di me. Farò degli sbagli, ma sono pronta a farli. E quindi, sì: oggi mi sento forte.
 

BS: Così sembra. Grazie, anche a nome del peluche. Dimenticavo: si chiama Ernesto.

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