Articoli

07/08/2015

Londra, provincia italiana

(da SETTE, Corriere della Sera)

Sembra trascorsa un’era geologica da quando gli italiani andavano a Londra con la guida verde del Touring Club, s’infilavano in Carnaby Street, si facevano spennare nella King’s Road, sedevano sui gradini in Piccadilly Circus, cercavano il fumo di Londra (che non c’era) e guardavano dalla parte sbagliata prima d’attraversare la strada. Se arrivavano per lavoro (banche, aziende, giornali), prendevano tutti casa a South Kensington, e poi si stupivano di trovarsi la domenica mattina (“Luca! Cristina! Anche voi qui?”)
Sono passati meno di venticinque anni, invece. La prima migrazione contemporanea è avvenuta all’inizio degli anni ’90, in un momento di difficoltà economica in Italia. Poi sono comparsi internet, i voli low-cost e la banda larga (con Facebook, Skype e compagnia). E la somma dei viaggi e dei traslochi ha creato un esodo.

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22/07/2015

Mai sottovalutare le idee semplici

(dal Corriere della Sera)

Ogni organizzazione ha un marchio e vorrebbe possedere un’anima. Che è più importante, e non si può registrare. Gli americani ne sono convinti, ma credono che qualcosa vada fatto, per ovviare all’inconveniente. Innamorati delle regole, dei numeri e degli elenchi – un lascito dei padri fondatori anglosassoni e dei pionieri tedeschi – cercano sempre la sintesi. In questo caso, le parole memorabili che racchiudono lo spirito di un’impresa.

 
Un esempio? Amazon ha battezzato “Day 1 South” e “Day 1 North” i due edifici principali del quartier generale a Seattle, pochi isolati da Lake Union.  Day 1, Giorno 1? Un’indicazione criptica solo per chi non conosce la società. Per tutti gli altri è una citazione del fondatore, Jeff Bezos, e vale un ammonimento: “La gente non ha ancora alcuna idea di quale sarà l’impatto di internet e del fatto che questo è ancora il Giorno 1, in modo clamoroso”.

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13/05/2015

#ringraziaundocente: Anna, Ida, Tilde e Paola, «minatrici di talento» tra le donne della mia vita

(dal Corriere della Sera)

Gli insegnanti italiani vengono pagati in ricordi e stima, perché una retribuzione adeguata all’importanza del loro lavoro, in Italia, non riusciamo a dargliela. Anche la considerazione sociale – che non paga il mutuo, ma solleva lo spirito – non è quella d’un tempo. Questo posso dire, alle quattro donne della mia scuola: siete tra le donne della mia vita. Anna Mancastroppa, all’asilo Montessori. Ida Prola, maestra alle elementari di Borgo San Pietro. Tilde Chizzoli, professoressa di lettere alle medie Civerchio. Paola Cazzaniga Milani, insegnante di latino, greco, ironia e tolleranza al liceo classico Racchetti. Tutte diverse, tutte a Crema.
La signorina Mancastroppa avrà avuto vent’anni; ma era, per noi, una donna d’età indefinita, circondata da un’aureola di pazienza. Aveva il sorriso d’una santa minore, portava i cappelli alla Brigitte Bardot, indossava un grembiule accollato e c’insegnava le regole-base della convivenza (chiedi permesso, saluta, ringrazia, metti in ordine, aiuta i piccoli e lascia in pace i grandi). Il pomeriggio ci portava a giocare in giardino, tra la vite e i gelsi, dove trovavamo lombrichi pasciuti: li offrivamo come anelli alle bambine, che scappavano urlando. Primi riti di corteggiamento, che la signorina Anna osservava compiaciuta.
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11/03/2015

I notai non sono simpatici a tutti

(dal Corriere della Sera)

Annuncia il governo: per le transazioni relative a beni immobili a uso non abitativo fino a 100mila euro, e la costituzione di alcune società (srl semplificate e società semplici), non ci sarà più bisogno del notaio. Potremo rivolgerci agli avvocati, anche riuniti in società di professionisti, magari con una banca come socio di capitale. Avvocati, banche, notai. C’è chi è contento, e chi no. Indovinate.

I notai non sono simpatici a tutti. Guadagnano molto (meno di un tempo), spendono parecchio, dialogano poco. Il vecchio notaro col mantello al ruota era un punto di riferimento sociale; il nuovo notaio va in barca con altri notai. Centinaia di sedi sono scoperte. I concorsi sono selettivi ma caotici: prima d’annunciare i risultati delle prove scritte, è stato indetto un nuovo concorso. Questo ha indotto i candidati a ripresentarsi, intasando il sistema.
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11/02/2015

Cosa deve fare il maniscalco quando sente il rumore del trattore?

(dal Corriere della Sera)

 

Cosa deve fare il maniscalco quando sente il rumore del trattore? Come dobbiamo comportarci quando capiamo che il nostro mestiere rischia di scomparire? Non è una domanda retorica. Non sono scomparsi solo i maniscalchi, insieme ai cavalli da tiro; sono spariti i macchinisti a vapore, le balie, i linotipisti e i riparatori di fax. Alcuni mestieri sono ridotti a nicchie: stenografi, arrotini, spazzacamini, bottari, bigliettai. O hanno gli anni contati, come il cassiere di banca. Altri ancora rischiano grosso: il mio, per esempio.

Cosa deve fare il maniscalco quando sente il rumore del trattore?
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12/01/2015

Noi, sonnambuli della democrazia

(dal Corriere della Sera)

 

Ricordo l’episodio, non la data. Primi anni Duemila, direi. Pontignano, vicino Siena, incontro anglo-italiano, presieduto da Giuliano Amato e Ralf Dahrendorf. Si parlava di identità europea, della nostra tiepida convinzione, della determinazione feroce dei nostri avversari, islamisti in testa.

Ho domandato: “Per diventare cittadini americani, è necessario prestare un giuramento solenne e prendere una serie di impegni. Per ottenere un passaporto europeo, non è richiesto nulla di tutto ciò. Perché?” Non ricordo la risposta di Amato, ma ricordo l’espressione. Una rassegnazione quasi paterna, un modo educato per dire: inutile illudersi, in Europa certe cose non si fanno. Continua a leggere…

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10/12/2014

Non capire Cambiasso

(dal Corriere della Sera)

“Cuchu” vuol dire “vecchio”, in spagnolo rioplatense. Esteban Cambiasso non è mai stato un ragazzo: ha sempre avuto una certa età. Un motivo in più per portargli rispetto. Un’aggravante per chi lo ha allontanato dall’Inter come fosse un rumore molesto.

Romanticismo calcistico? Ma no: riconoscenza, memoria, buon senso. E business. Qualcuno dovrebbe spiegarlo a Erick Thohir, che del calcio è nuovo. Una squadra non è soltanto una società e i suoi bilanci, per quanto importanti. Una squadra è una miscela di colori e ricordi, illusioni e delusioni, personaggi e pomeriggi allo stadio, la mano nella mano di un figlio o sulla spalla di un amico. Materia delicata, da trattare con cura. Continua a leggere…

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05/11/2014

Siamo più pessimisti, ci mancano i sogni

(dal Corriere della Sera)

Era l’ultima certezza: nonostante tutto siamo un popolo resiliente e tenace, capace di reagire alle difficoltà! Il timore è che non sia più così. Forse stiamo perdendo anche l’ottimismo. Il rapporto Prosperity Index 2014, appena pubblicato dal Legatum Institute, ogni anno mette a confronto 142 Paesi. Nell’indice di prosperità siamo scesi al 37° posto, perdendo cinque posizioni rispetto al 2013. L’Italia registra i picchi negativi alle domande «L’economia andrà meglio?» e «È un buon momento per trovare lavoro?»: siamo 134° su 142 Paesi. Siamo più pessimisti di spagnoli (132°), francesi (120°) e ucraini (107°). Uscendo dall’Europa, più di peruviani (36°) e thailandesi (quarti!). Le grandi masse cinesi e indiane (rispettivamente 54° e 67°) sono più ottimiste di noi.

Sorprendente? Non tanto. L’ottimismo delle nazioni non è legato ai numeri, ma alle prospettive. Non ai fatti, ma alle percezioni e alle aspettative. Gli umani sono esseri sognatori e misurano la felicità sul progresso. È un grande sabato del villaggio globale: e in Italia stiamo perdendo il gusto del dopo. Kazaki (30°) e uruguayani (43°) non stanno meglio di noi, oggettivamente; ma sono convinti che oggi sia meglio di ieri e domani sarà meglio di oggi. Queste cose contano, nella vita delle persone, delle famiglie e delle nazioni.

I più grandi masticatori di futuro vivono negli Usa. Non dipende solo dall’economia e dall’occupazione (248.000 nuovi posti di lavoro in settembre). Vecchi residenti o nuovi arrivati, gli americani sono convinti di poter condizionare il proprio futuro. Gli Stati Uniti sono una nazione fondata sul trasloco, nuove residenze e nuove conoscenze. Ogni presidenza è una catarsi; ogni elezione un inizio; ogni lavoro una sfida. Il fallimento, che in Italia è un marchio d’infamia, negli Usa vuol dire: almeno ci ho provato.
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07/10/2014

Lezioni Americane 2.0

(dal Corriere della Sera)

Dagli USA impariamo molte cose, e spesso sono le cose sbagliate. Esistono tuttavia alcune lezioni sottintese, e sono le più utili. Speriamo che Matteo Renzi, nel suo viaggio californiano, le abbia colte. Non ha molta esperienza dei luoghi, ma è curioso ed è stato ben guidato: dovrebbe bastare.

SEMPLICITA’ Ogni parola, norma, richiesta e condizione superflua non è soltanto inutile: è dannosa. So che gl’italiani d’esportazione l’hanno spiegato al Presidente del Consiglio, tra un selfie e una pacca sulla spalla. C’è gioia nell’avere un’idea, costruire un progetto, realizzarlo in tempi ragionevolmente brevi.

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12/09/2014

La fame e la rete fanno miracoli

(dal Corriere della Sera)

Al seminario Ambrosetti di Cernobbio, lontano dalla logorrea di Roberto Casaleggio e dai fantasmi di Matteo Renzi, sedeva una coppia di Los Angeles. Sembrava uscire dal film “The Social Network”. Lei si chiama Nanxi Liu, e ha co-fondato Enplug Inc., una società che ha creato una rete di grandi schermi pubblici interattivi (per aeroporti, stazioni, impianti sportivi). Lui è Daniel Rudyak e ha fondato Cortex Composites. Ha brevettato un nuovo cemento leggero che si vende a rulli, come un tappeto, e s’indurisce quand’è idratato. Hanno decine di milioni di dollari di fatturato e quarantasei anni: in due.

Daniel racconta che l’idea del cemento portatile gli è venuta nel traffico, bloccato per due ore dietro una betoniera  (se non è vera, è ben trovata).  Nanxi spiega, con candore impressionante, come si butta conoscere persone che le sembrano importanti. Le avvicina in pubblico, si presenta. “Si comincia con un chiacchierata ” dice con un sorriso radioso “poi finiscono a investire nella società”.

Nanxi spiega che ogni business, in qualche modo, copia altri business, ma non è un problema. Non c’è neppure bisogno di diventare perfetti: basta essere il 10% migliori dei concorrenti. Daniel ricorda tutti i “no” che ha raccolto prima di trovare investitori (“Non è un problema, basta continuare a chiamare”) e afferma: “I brevetti servano solo a guadagnare un po’ di tempo”. Li ascoltavamo. Si può conoscere il gusto del futuro dell’America, ma fa impressione vederlo stampato in due occhi asiatici e in un sorriso esteuropeo. Continua a leggere…

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