Mai sottovalutare le idee semplici

(dal Corriere della Sera)

Ogni organizzazione ha un marchio e vorrebbe possedere un’anima. Che è più importante, e non si può registrare. Gli americani ne sono convinti, ma credono che qualcosa vada fatto, per ovviare all’inconveniente. Innamorati delle regole, dei numeri e degli elenchi – un lascito dei padri fondatori anglosassoni e dei pionieri tedeschi – cercano sempre la sintesi. In questo caso, le parole memorabili che racchiudono lo spirito di un’impresa.

 
Un esempio? Amazon ha battezzato “Day 1 South” e “Day 1 North” i due edifici principali del quartier generale a Seattle, pochi isolati da Lake Union.  Day 1, Giorno 1? Un’indicazione criptica solo per chi non conosce la società. Per tutti gli altri è una citazione del fondatore, Jeff Bezos, e vale un ammonimento: “La gente non ha ancora alcuna idea di quale sarà l’impatto di internet e del fatto che questo è ancora il Giorno 1, in modo clamoroso”.


Facebook non poteva essere da meno. Ai dipendenti distribuisce un Little Red Book, un “libretto rosso”. Non è un segno d’interesse per il maoismo (così datato, e poi tutti quei colletti abbottonati). E’ un tentativo di far capire ai nuovi assunti dove sono finiti. Dal 2012, quando Facebook ha raggiunto un miliardo di utenti, ogni dipendente ne trova una copia sullo scrivania, il primo giorno di lavoro. Ora s’è scoperto cosa contiene. Uno degli ideatori grafici, Ben Barry, ne ha infatti pubblicato alcune pagine (http://benbarry.com/project/facebooks-little-red-book).

 
I concetti sono chiari. I caratteri di stampa, imponenti. Gli accenti, da principio, messianici: “Facebook non è stata creata per essere una società. E’ stata costruita per compiere una missione sociale: rendere il mondo più aperto e connesso.”
Poi i toni diventano impegnativi: “Ricorda che ogni ingegnere di Facebook è responsabile per circa un milione di utenti”.
Ispirati: “Quando non ti rendi conto di cosa non puoi fare, puoi fare roba veramente forte”.
Profetici: “Non ha senso fare piani quinquennali nel nostro campo. Ad ogni passo, il panorama cambia. Cerchiamo invece di capire dove vogliamo essere in 6 mesi e cosa vogliamo essere fra 30 anni”.
Stoici: “La grandezza e il comfort raramente coesistono” (con foto di dipendente stravaccato su una poltrona)
Evangelici: “I rapidi erediteranno la terra”.  Spiegazione: “Veloce è meglio di Lento. Mentre Lento aggiunge inutili belletti, Veloce è in giro nel mondo. Ciò vuol dire che impara dell’esperienza, mentre Lento può solo teorizzare”
Realistici. “Ricorda: la gente non usa Facebook perchè ci ama. Lo usa perché ama i proprio amici”.
Ambiziosi. “Cambiare il modo in cui le persone comunicano vorrà sempre dire cambiare il mondo” (con riproduzione della pressa di Gutenberg, per citare un antenato degno).

 
Tutto ciò vi sembra elementare? Ovvio? Banale? Vi sbagliate. Non sottovalutate le idee semplici: con quelle l’America s’è imposta nel mondo (e continua a cavarsela piuttosto bene). Diffidate, invece, delle inutili complicazioni: con queste l’Italia ha cercato di rovinarsi la vita (e prosegue imperterrita).

 
E poi ricordate che, in materia di semplificazione, il campione del mondo in carica non lavora a Facebook. Il detentore del titolo è probabilmente Stewart Butterfield, co-fondatore di Flickr, oggi amministratore delegato di Slack<https://slack.com/> (una piattaforma per la comunicazione interna ai gruppi di lavoro, valutata 2,8 miliardi di dollari). Giorni fa il quantaduenne Butterfield – canadese della British Columbia, figlio di hippies, cresciuto in una capanna di tronchi –  ha raccontato al “New York Times” le tre domande che pone ai candidati per valutarli:
1. Quanto fa 17 per 3?
2. Sai dirmi tre Stati dell’Africa?
3. In quale secolo è avvenuta la Rivoluzione Francese?
«Non mi aspetto necessariamente risposte giuste dai candidati, voglio solo che siano curiosi del mondo», spiega Butterfield. Sarà. L’impressione è che perfino i parlamentari italiani siano in grado di  rispondere. Se vogliono assumerne tre/quattrocento a Slack, non abbiamo nulla in contrario.
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