Non capire Cambiasso

(dal Corriere della Sera)

“Cuchu” vuol dire “vecchio”, in spagnolo rioplatense. Esteban Cambiasso non è mai stato un ragazzo: ha sempre avuto una certa età. Un motivo in più per portargli rispetto. Un’aggravante per chi lo ha allontanato dall’Inter come fosse un rumore molesto.

Romanticismo calcistico? Ma no: riconoscenza, memoria, buon senso. E business. Qualcuno dovrebbe spiegarlo a Erick Thohir, che del calcio è nuovo. Una squadra non è soltanto una società e i suoi bilanci, per quanto importanti. Una squadra è una miscela di colori e ricordi, illusioni e delusioni, personaggi e pomeriggi allo stadio, la mano nella mano di un figlio o sulla spalla di un amico. Materia delicata, da trattare con cura.

Con Esteban “Cuchu” Cambiasso, purtroppo, non è stato fatto; e agli interisti dispiace. Non è stato fatto con lui e non è stato fatto con Diego Milito e Walter Samuel. Tre signori – uno a centrocampo, uno all’attacco, uno in difesa – che nel 2010 ci hanno fatto vincere il Triplete, un’impresa mai riuscita a una squadra italiana. Cambiasso è anche il giocatore che ha conquistato più titoli nella storia del calcio argentino: 24, uno più di Alfredo Di Stefano. Scusate se è poco.

Cambiasso, come Milito e Samuel, aveva il contratto in scadenza. Come loro, ha saputo pochi giorni prima della fine del campionato scorso che, per lui, non ci sarebbe stato nulla: non una proroga, non un incarico, non un ringraziamento, non una partita di saluto a San Siro, dove in tanti saremmo andati a ringraziarlo. Ha dovuto pensarci Javier Zanetti – oggi vice-presidente di nome ed esiliato di fatto – a coinvolgerlo nel suo match d’addio, quasi di nascosto.

Oggi Esteban Cambiasso gioca nel neopromosso Leicester City, ultimo in Premier League. Non era pronto, evidentemente, a lasciare l’odore dell’erba e degli spogliatioi, aveva bisogno di una camera di compensazione. Sarebbe potuto diventare il vice ideale di Roberto Mancini. Da anni faceva l’allenatore in campo, dove vedeva il gioco come pochi e capiva i momenti della partita; avrebbe potuto farlo anche alla Pinetina e dalla panchina. Se avete dubbi in proposito, non gli avete mai parlato: il Cuchu, in maglia nerazzurra, era un uomo tra i ragazzi. Un argentino serio a emozione ritardata: un tipo umano e professionale molto interessante.

Cambiasso sarebbe potuto – anzi, potrebbe ancora – diventare l’Ancelotti dell’Inter.  I due sono della stessa specie: dimostrano che il cervello, anche nel calcio, conta più dei muscoli. Esteban, come Carletto, è capace di concentrarsi e incapace di straparlare davanti a un microfono: due doti fondamentali per un professionista dello sport. Ma il Milan – è dura ammetterlo, ma in città siamo leali – è più bravo dell’Inter a coinvolgere i suoi uomini nei suoi progetti (guardate Inzaghi e Tassotti, va be’ c’è anche Maldini). L’Inter ha perduto Lele Oriali; ha umiliato un galantuomo come Ivan Cordoba (s’attendono spiegazioni da Walter Mazzarri); ha dimenticato Beppe Bergomi, lo Zio; illude e ignora Walter Zenga, l’Uomo Ragno. Sta facendo lo stesso con Esteban Cambiasso, detto il Cuchu.

Riportiamolo a casa: non è un regalo, è un investimento.

E intanto mandiamogli un saluto. A Leicester il suo vice-allenatore si chiama Shakespeare. Siamo certi che saprà parlargli con un po’ di poesia, quella che è mancata all’Inter e a Milano.

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