Com’è bello viaggiare con mio figlio

Ho scritto di viaggi dei ragazzi e di viaggi coi ragazzi. Ma erano i ragazzi degli altri. Quando sono i nostri, è diverso. I viaggi con i figli sono complicati e letterari; e sono letterari perché sono complicati. Gli scrittori americani hanno una certa tradizione, in materia. Robert M. Pirsig si porta Chris, undici anni, sul sellino posteriore (“Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”); il protagonista di “La strada” di Cormac McCarthy trascina il pargolo dentro un’America apocalittica; John Steinbeck, in mancanza di prole disponibile, carica sulla roulotte  il cagnolino (“Viaggio con Charley”).

Quasi sempre ai figli tocca la parte del pubblico: papà medita, discute e decide; la famiglia ascolta ed esegue.  I figli, anche fuori dai libri, rischiano d’essere il nostro pubblico ambulante. E l’estate è il tempo della rappresentazione. Vi siete mai chiesti perché la mia generazione, durante l’infanzia negli anni ’60, giocasse con le targhe e i colori delle auto? E perché i ragazzini, oggi, s’immergano in tablet e videogiochi? Il motivo è lo stesso. Evitare di ascoltare i genitori in vacanza, dopo averlo fatto tutto l’anno.

 

La prima regola con Antonio, quando viaggiamo insieme, è perciò questa: poche chiacchiere. Star zitti, tra persone che si conoscono bene, può essere un sintomo di disagio;  o la prova che ci si capisce anche senza aprir bocca. Non ho dubbi. Quando viaggiamo lui ed io – con l’autorizzazione entusiastica di mamma, che in questi periodi si sente libera e tranquilla – parliamo poco perché non c’è bisogno di parlare tanto. Lui sa, io so, noi sappiamo. Sappiamo che io talvolta ascolto, ma non sento; mentre lui non ascolta ma, non so come, sente sempre tutto. Sappiamo che entrambi esageriamo con l’iPhone, per motivi diversi: io lavoro, lui gioca. Al che Antonio ribatte: il tuo lavoro ti diverte, quindi è come se giocassi, quindi non protestare.

Oggi Antonio ha 21 anni. Abbiamo seguito le coste la Sardegna con due moto (2008) e attraversato l’America (2013) con ogni mezzo possibile: quindici Stati, sette grandi città, 8.230 chilometri, di cui 4.094 in treno, 894 in bus, 3.122 in auto, 110 in barca e 10 sopra un Segway, che lui ha imparato a condurre con sicurezza in cinque minuti, mentre a me c’erano volute, ai tempi, cinque ore. Ma non contano solo i grandi viaggi. Contano anche le giornate di maestrale in Gallura, in attesa dell’estate che non arriva: la mattina sulla battigia tra bandiere rosse e meduse spiaggiate, la sera davanti al televisore per la replica di una partita.

 

Uno guarda fuori, ammira i lecci e i ginepri che sfottono il vento, e pensa: ricordo quando alla sua età ero qui, e tutto sembrava nuovo e lucido, e le moto erano parcheggiate qui davanti come cavalli fuori dal saloon, e mangiavano molto e male negli orari sbagliati, e le ragazze del Lussemburgo erano contente comunque. Adesso tocca a loro, ai nostri ragazzi, e ogni tanto ci permettono di guardarli mentre prendono il largo, barche nuove che escono dal porto. Non dobbiamo far niente. Solo salutare con la mano, attenti a non farci vedere.

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