Quello che i genitori non dicono (ma fanno)

(Corriere della Sera)

Piccola storia istruttiva di fine d’anno scolastico. Mi scrive un papà preoccupato: “Mia figlia Alessandra deve presentare per la maturità una tesina su Expo, spiegare cosa un Evento di questa portata può generare su base mondiale. Ha trascorso pomeriggi interi in biblioteca per cercare di documentarsi e consultato vari siti. Ci siamo rivolti a te per varie ragioni: sicuramente negli archivi del RCS sono custoditi documenti di primissimo piano a cui non abbiamo accesso nell’istante.  Alessandra ha una particolare stima e terrebbe molto a un tuo personale intervento (infatti, se glielo consenti, sarebbe suo sommo piacere di apporre il tuo nome come Persona alla quale si è rivolta per la stesura). Nel pomeriggio, appena rientrerà a casa da scuola, ti faremo avere la bozza di quanto è riuscita di mettere insieme fino ad oggi  per un tuo graditissimo giudizio professionale.”

Qualche dubbio, confesso, l’ho avuto subito; chi abusa delle maiuscole (Evento, Persona) mi mette sempre agitazione. Anche i modi della richiesta mi sono sembrati bizzari (“Le chiediamo un contributo tangibile come contenuto e stesura”). Ma io cerco di accontentare i lettori,  nei limiti del possibile. “Mi faccia di scrivere da sua figlia”, ho risposto. Sottinteso: una ragazza di diciannove anni capisce al volo che, per la maturità, non ha bisogno di “documenti di primissimo piano” (!) “custoditi negli archivi RCS” (?).  Un padre, non sempre.

E’ seguito uno scambio di mail, sempre con papà. Alessandra – nome di fantasia – non ha mai scritto. Forse non aveva intenzione di chiedermi aiuto; forse era imbarazzata dall’approccio paterno. Meno insolito di quanto immaginiate. Modernità, per tanti genitori, è impicciarsi quando non devono.

Ho peccato anch’io, in materia. Ma quanto vedo e sento in giro va oltre. Ragazzoni che arrivano per i test universitari con i genitori. Venticinquenni che si presentano ai colloqui di lavoro scortate da papà. Madri che telefonano dieci volte al giorno mentre la figlia lavora. Papà che hanno scoperto WhatsApp e chattano come adolescenti col figlio trentenne,  il quale risponde a monosillabi e faccine imbarazzate.  Lo so, è difficile tagliare il cordone ombelicale: ma quello italiano è diventato lungo come una matassa, e rischia di strangolarci tutti.

Cosa spinge papà e mamme a questi errori? L’amore, ovviamente. L’ansia: se i pargoli non hanno più bisogno di noi, stiamo invecchiando. La leggerezza. La complicità dei figli stessi, talvolta, che s’impigriscono e accettano/chiedono aiuto. Un po’ di presunzione. La convinzione che l’esperienza, in un paese labirintico come il nostro, sia indispensabile. Errore. L’esperienza è un antipasto preparato da qualcun altro. Si può assaggiare o rifiutare, ma non bisogna mai consumarne troppo, anche quand’è offerto con amore. Altrimenti passa l’appetito per la vita, che è il pasto promesso ad ognuno.

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I VOSTRI COMMENTI
    • louispetrella | 26 marzo 2015 alle 11:37

      È proprio vero, Beppe. Amore, ansia, leggerezza, complicità, presunzione. E anche un po’ di nostalgia, di quando i figli avevano bisogno di noi, e ci sentivamo utili e importanti per loro. Bisogna accorgersi del momento in cui, al posto della gioia di averti vicino, noti arrivare l’imbarazzo o addirittura il fastidio della tua presenza. Specie quando stanno coi coetanei. Un genitore sensibile e intelligente a quel punto deve saper fare un passo indietro e allontanarsi senza darlo a vedere, pur restando vigile a distanza. Almeno fino alla maggiore età.

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