Nostro Nebraska quotidiano

Andate a vedere “Nebraska”, candidato a sei premi Oscar. Non è un capolavoro. Ma è poetico e opportuno: un piccolo film intelligente sulla vecchiaia, privo della gerontofilia obbligatoria nel recente cinema britannico (da “Quartet” a “Marigold Hotel”). Gli anziani del film sono sempre egocentrici, spesso egoisti, laconici o logorroici, ossessivi, occasionalmente feroci. Usano il passato come un’arma contundente, ma sono vulnerabili. “Ha l’Alzheimer?”, chiedono al figlio del padre. “No”,  risponde . “Crede a quello che dice la gente”.

Era ora che qualcuno raccontasse queste cose. La santificazione delle generazioni – qualunque generazione – è insopportabile. Bambini, giovani, adulti, anziani: non è mai troppo presto, né troppo tardi, per diventare tremendi.

“Nebraska” è stato girato in bianco e nero: non credo fosse necessario. I panorami, dal Montana ai Dakota fino alla destinazione, avrebbero comunque conservato forza e fascino anche a colori. Sono passato da quelle parti, non molto tempo fa: è l’America dimenticata dai miti e dai racconti, glabra e gelida, una terra di regolamenti di conti tra vento e fattorie, terra e agricoltura, uomini e natura. Uno sfondo perfetto per un bravo regista (Alexander Payne o i fratelli Cohen) o un musicista ispirato (Bruce Springsteen), decisi a cantare le complicazioni della vita americana.

La trama è semplice. Un anziano padre di famiglia di origini scandinave  (Bruce Dern) si convince d’aver vinto un milione di dollari alla lotteria, e vuole assolutamente partire da Billings, Montana, per andare a Lincoln, Nebraska, a ritirare il premio. Il figlio adulto (Will Forte) è costretto ad accompagnarlo, anche se sa che si tratta di un abbaglio e di una perdita di tempo. Sulla strada, i due tornano nella cittadina dove hanno abitato a lungo, dove li raggiungono la madre (una pestifera June Squibb) e l’altro figlio (lo stoico Bob Odenkirk). Poca roba, molta vita.

Gli eroi del film, cui va la nostra silenziosa ammirazione, sono i figli adulti. Si mostrano pazienti e amorevoli, tenaci e rapidi a intervenire. Molti spettatori, tra i quaranta e i sessanta, rivedranno le proprie gesta domestiche trasportate sull’orizzonte americano; e ne trarranno una  silenziosa soddisfazione. I due figli del film, metà bonzi e metà prestigiatori, sono maschi. In verità sono soprattutto le femmine, oggi, ad occuparsi dei genitori anziani.

Una cinquantenne, a metà del secolo scorso, viveva la sua seconda giovinezza: i figli ormai adulti e fuori di casa, un marito in pantofole, gli amati genitori ormai passati a miglior vita. Oggi, alla stessa età, una donna deve occuparsi dei figli e delle loro infinite adolescenze; dei mariti e delle loro illusioni di gioventù; dei genitori e del suoceri, spesso turbolenti. Sulle famiglie disfunzionali americane hanno fatto un film. Sulle italiane di cinquant’anni, eroine moderne, non ancora. Dovrebbero.

(dal Corriere della Sera)

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