Oltre la violenza

La violenza sulle donne rischia di diventare uno spettacolo per uomini. Ma forse, finalmente, l’abbiamo capito. Donne le vittime, attrici e comparse. Femminile la giusta solidarietà. Femminili i commenti. Gli uomini sono i discutibili registi: stanno lontano,  mostrando un rispetto che  spesso profuma di disinteresse. E’ la commedia che segue la tragedia. Violentata, percossa e uccisa  sono forme passive del verbo. Dietro c’è un complemento d’agente, ed è un agente maschile: violentata da un uomo, percossa da un maschio, uccisa dal compagno, dal fidanzato, dall’ex-marito.

Abbiamo smesso di chiamarli “delitti passionali”, ed è già qualcosa: la passione, infatti, non c’entra. C’entra invece la prepotenza, l’aggressività, un senso d’orgoglio malato e criminale. “L’ho uccisa perché non potevo vivere senza di lei” è una frase folle, atroce e  purtroppo comune. “La violenza tra le mura domestiche” è un’espressione indicativa. “Mura” si usa soltanto in questo caso, e quando si parla di fortificazioni medioevali: un universo chiuso e arretrato, dove accadono cose che non vogliamo sapere.

Quando siamo costretti a guardarle, queste cose, noi uomini lo facciamo spesso in modo equivoco. La foto della vittima è sempre la più sexy di quelle che riusciamo a trovare nel discutibile saccheggio su facebook e in rete. In teoria, un omaggio alla bellezza ingiustamente ferita. In pratica, un assist al voyerismo imperante.

Ho pensato tutte queste cose, e altre ancora, quando il “Corriere”, in agosto, mi ha chiesto di commentare l’ennesimo femminicidio.  Scrivine tu, per favore: in fondo è un problema maschile, mi ha detto al telefono la collega. Considerazione impeccabile: il femminicidio non è una forma di suicidio; e la violenza sulle donne non è autolesionismo, anche se alcune pratiche diffuse – la fiducia quasi materna nel dialogo, la convinzione di poter addomesticare lo stalker, la concessione dell’”ultimo appuntamento” – mettono le donne a rischio.

Ero sulle montagne del Trentino, quando mi sono messo a scriverne. Per caso, poche ore prima, nello stesso posto – Madonna di Campiglio – era stata ammazzata una bella ragazza marchigiana, Lucia Bellucci (vedete? ho scritto “bella”, qual era. Che differenza avrebbe fatto se fosse stata brutta?). L’assassino, reo confesso, è un avvocato di Verona, Vittorio Ciccolini. Professionista di successo, sportivo, competitivo, bella auto e tanti amici. Ho pensato che avrei potuto incontrarlo al ristorante, la sera prima, e magari avremmo chiacchierato e scherzato. Perché i nuovi mostri sono normali, eleganti, sorridenti, sanno stare al mondo. Si nascondono bene perché ci somigliano molto. Sono tra noi perché sono come noi.

La violenza maschile si maschera, si camuffa, si protegge dietro un bel vestito o una battuta. Ha il profumo amaro di un complimento inopportuno durante un colloquio di lavoro: la candidata può solo abbassare gli occhi e cambiare discorso. Ha il sapore di un contatto sgradito, di una mano che s’appoggia dove non deve, e ci resta, con l’alibi incorporato: è affetto, è cameratismo, è normale fisicità. E’ una spinta, una sberla, un braccio stretto fino a lasciare un livido: quante brutte cose coprono la rabbia e le emozioni.

Noi uomini siamo i campioni delle giustificazioni: ma arriva il momento in cui dobbiamo dire “basta”, soprattutto a noi stessi. Violenza è tante cose. Tormentare, picchiare, ferire. Ma anche sottovalutare, minimizzare, tacere. Perché sono i grandi delitti che finiscono sui giornali; tante piccole umiliazioni si fermano nel cuore delle donne. E quel cuore dev’essere libero, invece. Libero di accogliere le cose belle della loro e della nostra vita.

(dal dossier “Oltre la violenza” del “Corriere della sera”)

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