Perché l’Indonesia non ci fa paura

Amleto Moratti deve decidere: cedere o non cedere? Questo è il problema per lui, comprensibilmente. È un problema meno grave per i tifosi, e lo dimostra la calma filosofica con cui vengono seguite le trattative. Non è ingratitudine, né disinteresse. Il motivo per cui i tifosi nerazzurri accettano il probabile, imminente cambio di proprietà è più semplice e, insieme, più sofisticato: siamo convinti che la proprietà inevitabilmente passa, come passano gli allenatori, i giocatori, gli sponsor, gli stadi.

Solo due cose restano: una città, la maglia e i suoi colori. È la riduzione di una squadra di calcio a idea platonica. Il tifoso non ha bisogno d’altro, per ottenere la continuità in cui crede. Al resto pensano i ricordi: quelle prime domeniche con papà, il figlio che voleva la maglia di Emre, gli spettacoli della curva, le attese spasmodiche, gli abbracci con gli sconosciuti, i ritorni delusi, gli entusiasmi brucianti e le malattie psicosomatiche, le ansie inspiegabili e le soddisfazioni indimenticabili. Ah, il 2010! Che anno, quell’anno. Non è ingratitudine e non è insensibilità.

La famiglia Moratti molto ha fatto, molto ha dato e molto ha speso per l’Inter. Da Angelo, lo scopritore di Helenio Herrera, a Massimo del Triplete, con l’eterna sigaretta e la smorfia da esistenzialista francese. Rimarranno nella memoria di una società fondata un giorno di marzo in un ristorante di Milano, e colorata come il termine della notte. Ma la famiglia Moratti, come ogni cosa nella storia del Football Club Internazionale, è funzionale a un progetto più vasto e più longevo di qualsiasi maggioranza azionaria. Se gli interisti sembrano accettare il passaggio al gruppo indonesiano di Erik Thohir – difficile immaginare nome e luoghi più esotici – significa che la transizione è completa e irrevocabile: l’età del romanticismo azionario è finita.

I Moratti, infatti, hanno rappresentato la quintessenza della milanesità calcistica. Massimo, petroliere sognatore, e Milly, ambientalista realista: che fantastico ossimoro familiare, che attaccamento alla squadra. 1995-2013: lunghe attese, grandi successi, qualche bruciante delusione e alcune difficoltà di gestione. L’Inter come forma di allenamento alla vita, esercizio di autoironia, occasionale malinconia: non dimenticheremo questi diciotto anni. Il tifo nella sua forma migliore – c’è anche l’altra, becera e rancorosa – è una fantasia colorata. Cambiano gli stadi, cambiano i rituali, cambiano i tesserati. I tifosi sanno che i giocatori sono professionisti cui si può chiedere impegno, serietà e amore a pagamento: niente di più.

Dopo l’abbandono di Maldini e Del Piero, con Totti e Zanetti all’ultimo giro, gli uomini-bandiera sono scomparsi. Non ci sorprendiamo più di vedere i nostri eroi intenti a promettere ad altri tifosi eterno amore per la stagione in corso. Gli chiediamo solo di non esagerare, e non sbaciucchiare ogni maglia che indossano. Le labbra si consumano, caro Ibrahimovic: come le reputazioni. I presidenti sono più costanti: anche perché, salvo eccezioni, ci mettono i soldi, non ne prendono. Ma anche loro passano. Sono le pietre miliari lungo la via, e la via è la squadra con la sua storia.

Ecco perché devono essere rispettose, le società di calcio. L’A.C. Milan sbaglia, quando dichiara ufficialmente il proprio sostegno al presidente condannato in Cassazione: perché mette la storia al guinzaglio della cronaca, il calcio al seguito della politica, una tifoseria al servizio di una persona. È come se i Moratti, contestati per il progetto di trivellazione ad Arborea, chiedessero il supporto dei tifosi nerazzurri: che c’entra il gas con Guarin? Anche per non aver commesso questi errori, quindi, li ringraziamo. Ma se vogliono lasciare, lascino. Certo, ci dispiacerà.

Ai nuovi proprietari concederemo meno tempo e meno errori; da loro ci aspettiamo investimenti e vittorie. Saremo il fiore all’occhiello di un gruppo internazionale, come il Manchester City, il Liverpool, il Chelsea, il Paris Saint Germain, la stessa Juventus. Alla fine, non sarà così strano. L’Inter non sarà indonesiana, come la Ducati non è tedesca e Bulgari non è francese. Loro l’avranno comprata, ed è importante. Ma noi l’abbiamo sognata, ed è più importante.

 

(Dal Corriere della Sera)

 

 

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I VOSTRI COMMENTI
    • Franco | 20 settembre 2013 alle 11:31

      come non condividere… con un po’ di malinconia.

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