Email a una professoressa

La scuola dev’essere come un ospedale: curare i malati e non guastare i sani La lezione di don Milani nell’Italia di oggi

Molte cose, molti anni e molte riforme sono passati dalla Lettera a una professoressa. Ma c’è sempre un po’ di Barbiana, nella buona scuola all’italiana. Vediamo cosa scrivevano don LorenzoMilani e i suoi allievi, e cosa possiamo aggiungere, quasi mezzo secolo dopo.

Chi era senza basi, lento o svogliato si sentiva il preferito. Veniva accolto come voi accogliete il primo della classe. Sembrava che la scuola fosse tutta solo per lui. Finché non aveva capito, gli altri non andavano avanti. (pagina 25)

Lei certamente sa, prof, che la parola «insegnante» deriva da in e signo: voi avete il compito, e l’onore, di lasciare un segno. La selezione è prerogativa dell’università. Alle elementari e alle medie — inferiori e superiori — bisogna scavare dentro i ragazzi e scovare le loro inclinazioni, correggendo le loro debolezze. Voi siete minatori di talento e spacciatori d’entusiasmo. Se oggi sono qui e posso scriverle questamail, è perché ho trovato persone così. Avevo una professoressa d’italiano che, in terza media, mi affidò due ragazzi che rischiavano la bocciatura. «Il tuo voto sarà misurato sul loro voto, il tuo successo sul loro successo», annunciò in classe, incurante del mio sguardo angosciato. Si chiamava Tilde Chizzoli, quella sua collega: ha cambiato la vita a tre persone. Grazie a lei, ho imparato insegnando: anche un po’ dell’umiltà di cui avevo bisogno, venendo da una famiglia privilegiata. Ho passato tanti pomeriggi con quei nuovi amici. Loro mi hanno insegnato a giocare a calcio, a basket, a guidare un motorino 50 cc e a conoscere le ragazze; io gli ho spiegato un po’ d’inglese e Fogazzaro. Ci ho guadagnato, sono convinto.

Ogni volta che capitava un ospite straniero che parlava francese c’era qualche ragazzo che scopriva la gioia di intendere. La sera stessa lo si vedeva prendere in mano i dischi di una terza lingua. (pagina 25)

Pensi a quanto inglese ci gira intorno. I ragazzi italiani ormai lo comprendono, anche se faticano a parlarlo, per eccesso di timidezza o carenza di opportunità. A Urbino e a Modena alcuni insegnanti — scuola superiore — dubitavano di questa mia teoria. Così sono passato dall’italiano all’inglese: i ragazzi, partecipando e rispondendo, hanno dimostrato di capire quanto bastava. E voi, prof?

Il nostro era all’antica. Fra l’altro gli successe che nessuno dei suoi ragazzi riuscì a risolvere il problema. Dei nostri se la cavarono due su quattro. Risultato: ventisei bocciati su ventotto. Lui raccontava in giro che gli era toccata una classe di cretini! (pagina 26)

Dica la verità: voi insegnanti, proprio come noi giornalisti, siete spesso tentati di esclamare «Non capiscono!». Ma se chi sta di là non capisce — allievi o lettori, fa lo stesso — la colpa è sempre di chi sta di qua. Il fallimento di una classe è il fallimento di un insegnante: non ci sono eccezioni a questa regola. L’eccessiva severità maschera l’inadeguatezza. I professori cattivi sono, quasi sempre, cattivi professori.

La scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde. (pagina 35)

La scuola superiore italiana, nel 2012, ha perso il 18 per cento degli iscritti: quasi uno su cinque, una percentuale drammatica. I ragazzi di oggi sono fragili, è vero. Le famiglie, spesso, non aiutano, e li spingono verso studi inadeguati. Ma voi siete le donne e gli uomini che devono creare gli italiani di domani. È vero, professoressa: si tratta di un’immensa responsabilità. Roba da far tremare le ginocchia ogni mattina, entrando in aula. Ma la severità, talvolta al limite del sadismo, non è una via d’uscita. Prima di giudicare, bisogna istruire. Prima di selezionare, occorre formare. Altrimenti, come diceva don Milani, «la scuola diventa un ospedale che cura i sani e respinge i malati».

Se ognuno di voi sapesse che ha da portare innanzi a ogni costo tutti i ragazzi e in tutte le materie, aguzzerebbe l’ingegno per farli funzionare. Io vi pagherei a cottimo. Un tanto per ragazzo che impara tutte le materie. O meglio multa per ogni ragazzo che non ne impara una. (pagina 82)

Potrebbe essere un’idea, prof. Che dice?

Non dica però di aver offerto il doposcuola quel preside che ha mandato ai genitori una circolare mezza stinta. Il doposcuola va lanciato come si lancia un buon prodotto. Prima di farlo bisogna crederci. (pagina 85)

Il lavoro di un insegnante è difficile: lo è sempre stato. E le ore di lavoro sono aumentate (cinquant’anni fa non c’erano i consigli di classe e d’istituto!). Eppure si deve trovare il modo di utilizzare le scuole al pomeriggio. Lasciarle vuote è uno spreco. Caricare i ragazzi di compiti a casa — com’è ormai la norma, soprattutto nei licei — è un’alternativa crudele. Non volete chiamarlo doposcuola o tempo pieno? Scegliamo un altro nome. Ministero, dirigenti scolastici, insegnanti, personale amministrativo, tecnico e ausiliario: voi trovate un modo, e noi troveremo i soldi. Nel 2000 ho regalato la rete wi-fi alla mia scuola, il liceo classico «Racchetti» di Crema: è rimasta per anni inutilizzata, per questioni didattiche, amministrative e assicurative. Ma se dobbiamo sempre aspettare il bidello con le chiavi, dove vogliamo andare?

La scuola costa poco, un po’ di gesso, una lavagna, qualche libro regalato, quattro ragazzi più grandi a insegnare, un conferenziere ogni tanto a dire cose nuove gratis. (pagina 91)

Il gesso è sempre utile (basta non usarlo per ingessare la didattica). Ma la scuola costa, come la sanità e la previdenza: sono i tre pilastri delle democrazie occidentali. In Germania la Cancelliera Angela Merkel ha picchiato il pugno durante un consiglio dei ministri: «Tagliate tutto, la scuola e la ricerca no! Sono il nostro futuro». Spendiamo troppo, in Italia, per l’istruzione? Spendiamo la stessa somma destinata al pagamento degli interessi sul debito pubblico. E quella è una cambiale del passato.

Nella nostra scuola l’andare all’estero equivale ai vostri esami. Ma è esame e scuola insieme. Si prova la cultura al vaglio della vita. (pagina 101)

«Il primo grande viaggio lascia nei giovani, di qualunque levatura e sensibilità, un dissidio che le abitudini non possono comporre; precisa l’idea degli oceani, dei porti, dei distacchi; crea quasi, nella mente, una nuova forma, una nuova categoria: la categoria della lontananza». Così scriveva Mario Soldati in America primo amore. Oggi, molti decenni dopo, andare all’estero, per un ragazzo, è più facile. Andare all’estero con i compagni di scuola, però, resta speciale. È insieme rassicurante e stimolante, un’avventura protetta. I ragazzi devono imparare il gusto dell’altrove. Bob Dylan si chiedeva «quante strade deve percorrere un uomo, prima che possiamo chiamarlo uomo». La risposta, secondo lui, soffiava nel vento. Soffia anche nelle vostre aule e nelle nostre case, se sappiamo ascoltare. Ai nostri ragazzi dobbiamo dare radici e ali: il resto lo troveranno da soli.

Il maestro dà al ragazzo tutto quello che crede, ama, spera. Il ragazzo crescendo ci aggiunge qualche cosa e così l’umanità va avanti. (pagina 112)

Voi dovete essere buoni insegnanti anche perché ci sono in giro tanti cattivi maestri. I ragazzi hanno bisogno di punti di riferimento diversi dai genitori: un amico più grande, uno zio eccentrico, un rapper convincente, un compagno di squadra. E un insegnante speciale. Il complimento d’un professore, a una certa età, vale più dell’incoraggiamento di mamma e papà. Certo: ai ragazzi bisogna spiegare che neppure il miglior insegnante può far molto, se trova continue chiusure. Dicono i cinesi: ilmaestro arriva quando il discepolo è pronto.

Un’altra materia che non fate e che io saprei è educazione civica. Qualche professore si difende dicendo che la insegna sottintesa dentro le altre materie. Se fosse vero sarebbe troppo bello. (pagina 123)

Un’idea, prof: non chiamatela «educazione civica», chiamatela educazione digitale. E portate i ragazzi in cattedra con voi: loro spiegheranno la tecnologia, voi le norme. Perché le norme — quelle del buon senso e quelle del diritto penale — valgono anche sul web, che è un luogo della vita.Molestie, minacce, stalking, calunnie, diffamazione: i ragazzi devono capire che certi errori si possono commettere molto presto; e lasciano conseguenze. Internet ha messo nel telefono e nel computer dei vostri studenti uno strumento di comunicazione di massa, un moltiplicatore, un veicolo potente e potenzialmente pericoloso. I nostri giovani connazionali sanno guidarlo. Ma bisogna aiutarli a capire quando fermarsi, e dove non andare.

Consegnandomi un tema con un quattro lei mi disse: «Scrittori si nasce, non si diventa». Ma intanto prende lo stipendio come insegnante d’italiano. (pagina 125)

Tutto s’impara: dove non arriva il talento, arriva la tenacia. Sa che, in prima superiore, ho preso qualche insufficienza in italiano scritto? Usavo vocaboli incomprensibili, una sintassi barocca, concetti astrusi. Devo ringraziare due sue colleghe — Paola Cazzaniga Milani al ginnasio, Giuseppina Torriani al liceo — se ho cambiato registro. A proposito: oggi come me la sono cavata?

 

(dal Corriere della Sera)

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I VOSTRI COMMENTI
    • Eugenio Scardaccione | 23 settembre 2013 alle 18:03

      Gentilissimo Beppe (permettimi un tono colloquiale),
      mi chiamo Eugenio Scardaccione, abito a Bari e faccio il preside (meglio che dirigente scolastico!)e ho ricevuto con sommo piacere lo scritto datato 13.09.2013 su “Il corriere della sera” che è in bacheca sul mio profilo “facebook”. Desidero ringraziarti di cuore per la lucida, puntuale ed impeccabile riflessione sviluppata. Soprattutto perché si fa un azzeccato richiamo a “Lettera ad una professoressa” libro collettivo degli alunni di Barbiana animata dall’inimitabile don Lorenzo Milani. Io ho avuto dal 1983 al 1988 la ghiotta opportunità insieme ad un coordinamento di insegnanti per la nonviolenza di promuovere corsi estivi proprio a Barbiana nel Mugello toscano. E poi di continuare sino ad oggi a frequentare come amici quattro
      degli 8 ragazzi che scrissero quel famoso ed ancora attualissimo libro edito nel 1967 un mese prima della scomparsa del priore. Ancora, per un mio strano, bizzarro passato scolastico, dopo 30 anni di silenzio , ho deciso di scrivere un libro dall’eloquente titolo “Tu bocci. Io sboccio” ed. La Meridiana-Molfetta 2004
      dove è descritto il mio percorso di fallimenti e successi clamorosi, essendo stato “bocciato” 3 volte e “sbocciato” 7 volte (2 lauree e 5 concorsi vinti ,l’ultimo dei quali da preside nel 1993!)

      Salutissimi formativi ed incoraggianti per tutti quegli insegnanti capaci di lasciare un segno indelebile e per alunni ed alunne ,in grado di raccogliere quei segni- Eugenio Scardaccione

      N.B. ti ho scritto un’altra volta a proposito di una tua opportuna lettera al guru saccente Beppe Grillo che sembra non abbia avuto buoni insegnanti, perché forse non ti ha risposto(sic!!) Avrei tanto piacere di un tuo riscontro questa volta ,che ne dici?

    • Isabella Milani | 1 ottobre 2013 alle 00:02

      Carissimo Severgnini, la situazione della Scuola è davvero difficile e il nostro lavoro è diventato faticosissimo, fra l’indifferenza generale. Abbiamo bisogno che qualcuno ci aiuti. E un giornalista può farlo. Desidero ringraziarla, quindi, della sua “Email a una professoressa”, che focalizza l’attenzione su molti aspetti che condivido completamente.
      La ringrazio anche per aver riportato l’attenzione sulle parole di Don Milani, perché negli ultimi anni c’è stato chi ha cercato di scaricare su Don Milani la responsabilità dell’inizio dello sfacelo della Scuola.
      No, lo sfacelo della Scuola è il frutto di una società che si basa su un sistema economico che per girare deve creare dei falsi bisogni e dei consumatori compulsivi. I ragazzi sono solo le vittime di questo sistema: devono diventare spendaccioni e mantenersi tali per tutta la vita, e per questo si deve cercare di renderli superficiali. Il potere economico non vuole che la Scuola abbia il tempo e la possibilità di insegnare il senso critico e perciò alle scuole non vengono fornite delle risorse necessari a costruire una Scuola che funziona. Le scuole sono fatiscenti, gli insegnanti sono pochi, le classi sono classi pollaio, i ragazzi disagiati non possono essere aiutati e la qualità dell’insegnamento ne risente non poco. La società crede alla campagna denigratoria portata avanti da molti anni dai media e dalla politica , e quindi non pretende a gran voce più risorse per la Scuola, ma, al contrario, chiede meno soldi per “quei fannulloni degli insegnanti” e per “quei maleducati dei ragazzi”.
      Nella Scuola italiana, checché ne dicano i male informati e quelli in malafede, ci sono molti ottimi insegnanti che fanno cose meravigliose e moltissimi insegnanti che svolgono il loro lavoro con impegno, nonostante i gravi disagi; e c’è una percentuale molto piccola di insegnanti che non avrebbero mai dovuto sedere in cattedra. E ora che ci sono non si possono mandare via.
      Bisogna ribellarsi a chi è in malafede, e punta il dito contro ragazzi e insegnanti. I ragazzi che si comportano male stanno solo imitando gli adulti spendaccioni, maleducati, aggressivi, quando non disonesti, che danno loro l’esempio. Gli insegnanti lavorano molto, ma possono fare ben poco, per “rieducare” i ragazzi a comportamenti più corretti, se la Società non diventa più seria e più onesta.
      La Scuola non potrà diventare un ospedale che cura i malati finché la Società non capirà che qualsiasi miglioramento passa attraverso una Scuola sicura ed efficiente e insegnanti messi in condizione di lavorare.

      Isabella Milani (http://laprofessoressavirisponde.blogspot.it/)

    • laura | 10 ottobre 2013 alle 11:31

      Concordo in pieno. Fino a che genitori e ragazzi penseranno che il mestiere dell insegnante e ‘ un mestiere.” Da sfigati” (testuali parole) diventa molto difficile riuscire a mettere in pratica il prezioso insegnamento di don milani.
      Grazie.
      Una giovane professoressa.

    • Michela | 14 ottobre 2013 alle 16:13

      Ho letto solo ora la “e-mail ad una professoressa” del 13 settembre: grazie Severgnini, c’è bisogno di riflessioni come queste nella scuola di oggi! Noi insegnanti dobbiamo “riprenderci” la scuola e l’insegnamento, credere in ciò che facciamo,confrontarci e “metterci in discussione” per far ripartire questo nostro Paese.
      P.s. Mia figlia l’ha “scoperta” al Lanza di Foggia ed ora la segue con molta attenzione…Torni dalle “nostre” parti!

    • Antonia | 18 ottobre 2013 alle 15:28

      Salve, sono la “simpatica dirimpettaia” di viaggio che ha incontrato sul treno che da Roma l’ha condotta a Napoli, nonché una maestra di scuola primaria (le vecchie elementari) piacevolmente sorpresa di scoprire che, oltre ad un ottimo scrittore e giornalista, è anche una persona attenta e sensibile alle tematiche riguardanti la scuola.
      Condivido in pieno tutto quello che ha scritto nell’articolo, dall’etimologia del termine a ciò che un buon docente dovrebbe considerare per fare in modo che si possa verificare il “successo formativo” per ogni singolo alunno, nonostante la situazione di partenza.
      Come già ho avuto modo di poter affermare durante la nostra piacevolissima conversazione, spesso gli insegnanti dimenticano di avere l’enorme potere di forgiare le menti, di plasmare il pensiero e l’agire delle generazioni future.
      Dimenticano che ogni alunno è diverso dall’altro, che è un universo a sé. Certo, oggi esercitare questa professione non è cosa facile; i continui tagli, la scarsa considerazione da parte della società, l’essere sottopagati, le condizioni in cui siamo costretti a lavorare, spesse volte ci impediscono e non ci permettono di fare tutto ciò che in altre situazioni sarebbe più semplice attuare… Potrei spendere tantissime parole sui problemi che ci sono nella scuola italiana, li conosco molto bene, li vivo quotidianamente… ma credo anche che, nonostante tutto, l’ATTENZIONE verso l’altro (in questo caso verso gli alunni, grandi o piccoli che siano) e l’ENTUSIASMO non dovrebbe mai mancare alle persone che decidono di intraprendere ed esercitare per una vita questo mestiere.
      Concludo con la frase, per me importante e di ispirazione, di un pedagogista polacco, che potrei definire il Don Milani di Varsavia,Janusz Korczak:
      “E’ faticoso frequentare i bambini perchè bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli. Non è questo che più stanca. E’ piuttosto il fatto di essere obbligati ad innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti. Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi. Per non ferirli.”
      Con questo, senza alcuna presunzione, spero di aver lasciato un piccolissimo segno anche in Lei. Sa… lo faccio per mestiere :-)
      Cordiali saluti, la maestra Antonia.

    • selva | 26 ottobre 2013 alle 16:41

      Vivo in Uruguay, paese del Sudamerica, sono insegnante della Scuola media Superiore, leggendo questi vostri commenti sono completamente d’accordo con voi e vi dico che nel piccolo paese dove abito, succede esattamente lo stesso con i nostri allievi e i nostri insegnanti. Evidentemente è un problema sociale che deve ser impostato diversamente con una politica sociale piú seria

    • andrea | 7 novembre 2013 alle 15:30

      Preside in pensione vanto con orgoglio almeno 1 record : Ho vissuto , per primo in Italia , l’esperienza dell’istituto comprensivo . Nelle mie scuole ci siamo tutti resi convinti di dover essere dei bravi sarti . Ad ogni alunno il proprio abito , su misura. Quasi tutti lo hanno indossato con dignità,soddisfazione e partecipazione . Noi siamo orgogliosi . Forse lo sarebbe anche il Priore.

    • Armando Risso | 10 febbraio 2015 alle 09:17

      Ciao Beppe, ho 77 anni e mi permetto darti del tu. Leggendo il tuo libro “La testa degli italiani”alla fine nei ringraziamenti scrivi: La mia riconoscenza va alla mia famiglia…. e a tutte le brave persone che tirano avanti facendo finta di niente.Oggi a distanza di quasi 10 anni pensi sempre allo stesso modo o qualcosa sta cambiando? Grazie e cordialità.

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