Quando partivamo prima dell’alba (mai capito perché)

I traghetti dalla Sardegna al continente navigano di notte, arrivano all’alba, partono al tramonto. Olbia è splendida a quell’ora: il sole basso sull’acqua scura, le navi bianche e le facce abbronzate. Se le partenze da Genova, Livorno e Civitavecchia sono spesso accaldate e nervose, i rientri sono sereni: anche i neonati, ho l’impressione, piangono con meno convinzione. Sembra che ogni persona, ogni coppia, ogni famiglia e ogni gruppo sia impegnato a redigere un sommario personale. I colori che ha visto, la gente che ha trovato, i profumi che ha imparato a riconoscere e sta per lasciare: elicriso e crema solare, fichi e vento, salmastro e birra Ichnusa.

Dura solo mezz’ora. Un saggio-omaggio del passato prossimo, per ricordarci cosa eravano e cosa siamo diventati: una società mai abbastanza comoda, mai interamente soddisfatta, mai completamente tranquilla. Alle vacanze si applica il “paradosso del progresso”, riassunto da Gregg Easterbrook in un libro dallo stesso nome:  la constatazione che le condizioni di vita e i beni materiali non danno la felicità. Portano invece l’infelicità quando li si perde. La macchina della società occidentale non è fornita di marcia indietro: in estate diventa più evidente.

Quarant’anni fa, nel 1973, eravamo reduci da anni di crescita economica che oggi definiremmo cinese, e allora chiamavano italiana. Un connazionale su quattro aveva l’automobile; i treni estivi erano economici, affollati e chiassosi; i traghetti per la Sardegna si chiamavano “Canguro”, un nome genuinamente allegro. Ricordo, per tutti gli anni Settanta, viaggi in Vespa lungo le statali, imbarco a Genova, posto-ponte per Olbia o Porto Torres, il che voleva dire dormire su un divano tra sconosciuti che giocavano a ramino, oppure sul ponte umido, tra selve di piedi. Era un rito efficace, pieno di un’euforia inconfessabile. Era l’inizio della scomodità, quindi della vacanza.

Eravamo i figli di un’Italia ottimista, dotata di grande pazienza e carica di ragionevoli aspettative: e qualcosa c’è rimasto addosso, insieme alla voglia di raccontarlo.

Nel 1997 il Corriere pubblicò la serie “Trenta scrittori per l’estate”. Avevo quarant’anni, l’età ideale per le prime prove di rimpianto. Scrissi il racconto delle nostre partenze familiari degli anni Sessanta, con la Lancia Appia seconda serie, quella con le portiere che si aprivano a salotto.  Eravamo in sei, rigorosamente senza seggiolini e cinture di sicurezza: cinque in famiglia (papà, mamma, tre figli), più la tata, che era il nome con cui si chiamavano le baby-sitter quando ancora capivano l’italiano.  

Ricordo che lasciavamo Crema un’ora prima dell’alba. Non ho mai saputo perché. La scusa ufficiale era che, in quel modo, avremmo evitato il caldo (ai tempi l’aria condizionata esisteva soltanto sulle automobili di James Bond). Ripensandoci, credo invece che la partenza nel buio fosse un modo di celebrare l’avvenimento, e dargli l’importanza che meritava. Alle dieci si parte per una gita; alle otto, per un fine settimana.  Per le vacanze estive – con papà, mamma, sorella, fratellino, tata, valigie, provviste e plaid – le quattro del mattino erano l’unica ora possibile. Immota, drammatica. Se Shakespeare fosse andato in vacanza in Versilia passando per la Cisa, senza dubbio, sarebbe partito alle quattro del mattino.

Dalle molte lettere ricevute dopo quel racconto ho scoperto che due intere generazioni erano partite insieme a quell’ora improbabile: i nostri genitori sul sedile davanti, noi sul sedile dietro. Anteguerra e dopoguerra sullo stesso mezzo, uniti da una silenziosa eccitazione. Industrie, uffici e negozi chiudevano tutti insieme, quasi con sollievo, in una grande espirazione collettiva; le città si svuotavano; e si partiva. Si partiva prima dell’alba per poesia, per purezza, per prudenza. Senza una vera necessità. Oggi partiamo in orari ragionevoli; guidiamo auto fresche e sicure che non non forano mai; ascoltiamo autoritari navigatori satellitari e controlliamo con il telefono orari, traffico e meteo. Mettete un italiano del 2013 su un’utilitaria del 1963 e si rivolgerà alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Piazzate un adolescente di oggi su una Vespa di ieri e i genitori grideranno allarmati. Non s’allarmano, invece, per la discoteca a Ibiza, dove i pericoli sono ben maggiori di un portapacchi instabile.

Degli anni Sessanta e Settanta noi ricordiamo gli odori, i sudori e i sapori: panini gommosi in viaggio, focacce oleose in spiaggia, cocco e bomboloni, l’acqua salata dopo il bagno. Che sapore di sale può sentire, oggi, chi scende a Forte dei Marmi per guardare i russi di notte e non trova neppure il tempo di entrare in mare? Non erano tutti saggi, i nostri genitori; ma erano consapevoli dell’importanza rituale dell’estate. Non avrebbero mai permesso che crisi o questioni politiche la rovinassero. L’estate era una tregua collettiva. La colonna sonora, oggi, è l’esito di un proceso. Allora – pensate un po’ – era una canzone.

Passammo l’estate 
su una spiaggia solitaria 


e ci arrivava l’eco di un cinema all’aperto 


e sulla sabbia un caldo tropicale 


dal mare. 
E nel pomeriggio 
quando il sole ci nutriva


di tanto in tanto un grido copriva le distanze


e l’aria delle cose diventava 
irreale.

 

Franco Battiato, quando canta “Summer on a solitary beach”, riassume un’esperienza comune agli italiani nati nei primi settant’anni del secolo scorso.  Anche a coloro – ed erano parecchi – che alle spiagge solitarie preferivano quelle affollate di pettorali e bikini. Se siete giovani  e,  leggendo, avete provato un po’ di invidia, non preoccupatevi: è normale. Vi è venuta voglia di cose semplici. Quelle che oggi tutti – voi e  noi – cerchiamo di compensare con mille contatti, cento occasioni,  stimoli continui. Non è vietato passare l’estate incollati a Facebook, Twitter, WhatsApp o Ruzzle, a patto di considerare l’esperienza per quel che è:  un anestetico.

Uno dei racconti più belli, nei “Sillabari” di Goffredo Parise, s’intitola “Grazia”.  

“Un giorno un uomo aveva appuntamento con una donna al caffè Florian, a Venezia, alle sette e mezzo di sera. Era l’inizio dell’estate, entrambi avevano un’età particolare, lui quaranta, lei trentacinque, in cui possono succedere molte cose nell’animo umano ma è meglio non succedano perchè è tardi ed è inutile illudersi di tornare ragazzi. Tuttavia i due, forse senza saperlo, avevano molta voglia di tornare ragazzi e accettarono quel loro piccolo flirt appena incominciato come un gioco ma, sotto sotto, con una certa speranza”  

Queste cose normali – lo sappiamo tutti – d’estate succedono ancora; ma facciamo fatica addirittura a desiderarle. La semplicità ci appare un ripiego, e dovrebbe essere un obiettivo. Siamo confusi perfino nei desideri: vorremmo vacanze avventurose e ben organizzate, estati spericolate ma senza pericoli, situazioni eccezionali e prevedibili. In questo agosto meteorologicamente, socialmente, politicamente ed economicamente complicato, dovremmo imparare dai convalescenti. Per loro la normalità non è noia, ma riconquista e gioia.  

 

(dal Corriere della Sera)

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