Quel narciso di Bruce Springsteen (dal Corriere della Sera)

“Il mio è un lavoro in cui giocano un ruolo l’egocentrismo, la vanità e il narcisismo, e hai bisogno di tutte queste cose per farlo bene; ma non devi permettere che ti travolgano. Ne hai bisogno, ma devi tenerle sotto controllo”. Avrebbe potuto dirlo un attore, uno scrittore, un dirigente d’azienda, un avvocato, perfino un sindaco o un ministro. Invece l’ha detto una rockstar. Una rockstar introspettiva: non un ossimoro, ma certo una rarità.

La citazione viene da “We are alive – Ritratto di Bruce Springsteen”, una microbiografia scritta da David Remnick per il “New Yorker” e pubblicata in Italia da Feltrinelli (ben tradotta e meno bene introdotta da Leonardo Colombati). Remnick è abitutato a dissezionare ego smisurati e talenti sconfinati. Ha scritto anche “Il re del mondo”, la storia di Muhammad Alì.

Cos’ha di speciale Bruce Springsteen? Non soltanto l’abilità di riempire stadi per trent’anni di fila, grazie a un’insolita combinazione di genio e regolatezza. Non tanto la forza di superare la depressione che temeva di aver ereditato dal padre. Non solo una forma fisica impressionante, frutto di allenamento regolare, che gli consente di saltare per quattro ore sul palco “come un vecchio canguro”. Il Boss ha la capacità di leggere se stesso e il mondo che gli gira intorno, con lucidità e – perché no? – autoironia.

E’ consavole dell’apparente contraddizione di essere un miliardario difensore dei poveri, un uomo che ama i lussi e gli agi che s’è conquistato (villa da 14 milioni a Beverly Hills, fattoria organica, jet e massaggiatori privati, alberghi a cinque stelle). Ma è anche profondo, informato e leale. Non c’è retorica, ma commozione, nel modo in cui ricorda Danny Federici e Clarence Clemons, due colonne della E Street Band che non ci sono più. Non c’è affettazione nel rispetto per i fan. “Tu dai forza a loro e loro danno forza a te: è tutta una battaglia contro la futilità e la solitudine dell’esistenza”.

Questa è capacità di guardare se stessi e costruire sul tempo che passa: saggezza, potremmo chiamarla. Tra “Greetings from Asbury Park, N.J.” (1973) e “Wrecking Ball” (2012) passano quasi quarant’anni. A differenza dei Rolling Stones, ridotti a riproporre la cover di se stessi, e di Bob Dylan, che trascina qua e là la propria icona, Bruce Springsteen è un artista vitale. Dice la moglie Patty Scialfa: “Quando sei così serio e bravo nel tuo lavoro, la tua abilità nel creare diventa la tua medicina”.

Pensateci: che bell’esempio di longevità. Che magnifica lezione per ogni professionista. Sì, anche se lavora a Monza, ha una segretaria come pubblico e non potrebbe tentare “Dancing in the Dark”: inciamperebbe nella fotocopiatrice. Non esiste sforzo e progetto che non utilizzi un po’ di egocentrismo e vanità come carburante: neppure i santi ne sono immuni. Ma esiste tanta vanità senza sforzo e tanto egocentrismo senza progetto: da questa gente, alla larga.

P.S. No, lunedì non ero a San Siro, purtroppo. Ma c’era un motivo. Anzi, due.

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