Tutto gratis non si può (dal Corriere della Sera)

Il convegno dell’Osservatorio Permanente Giovani-Editori, venerdì e sabato a Bagnaia (Siena), s’intitolava “Crescere tra le righe”, non crescere tra le rughe. Merito dei trecento ragazzi presenti, della loro curiosità e del loro entusiasmo. Perché diciamolo: di rughe, l’editoria ne presenta parecchie, non solo in Italia. La più evidente – un profondo, giustificato segno di preoccupazione – riguarda i profitti. Negli ultimi dieci anni, i giornali hanno perso un terzo delle copie e metà della pubblicità. Avanti così, e si chiude: tutti.


Il vuoto dei giornali – state certi –  verrebbe riempito: non da altri giornali, migliori; ma da intrattenitori, dilettanti e ciarlatani. I primi diranno d’esser popolari; i secondi grideranno d’essere onesti; i terzi cambieranno discorso, e si riempiranno le tasche. Un mondo senza giornali e giornalisti è il sogno segreto del potere peggiore, da sempre: fare i propri comodi evitando esami, critiche, obiezioni.

Profitto non è una parolaccia. Si può regalare parte del proprio tempo e del proprio lavoro: ma non tutto,  non sempre. ”Stiamo correggendo errori del passato, come le notizie diffuse tutte gratis sul web”, ha detto Mathias Döpfner, presidente e amministratore delegato del gruppo tedesco Axel Springer. Ammissione onesta. Negli anni ’90 i media tradizionali, in tutto il mondo, hanno scelto di offrirsi gratuitamente sulla rete; e adesso è difficile convincere il lettore che qualcosa dovrà cambiare. Anzi, sta già cambiando: si compra un abbonamento, si paga dopo un certo numero di accessi, si acquista sul mobile. Molto rimarrà gratuito; ma non tutto.

Come giustificare la svolta? Come convincervi che meritiamo il vostro denaro? Tutti gli ospiti – la direttrice del New York Times, il direttore del Wall Street Journal, i colleghi alla guida dei quotidiani italiani – hanno ripetuto, come un mantra:  la chiave è il “giornalismo di qualità”. Traduzione: produrre qualcosa che la gente apprezza, e per cui è disposta a pagare. Non è così strano, se ci pensate. La copia del “Corriere della Sera” che avete in mano l’avete acquistata (grazie!), e non vi è sembrato un ricatto o un’imposizione.

Certo, deve valerne la pena. Se i contenuti del “Corriere” fossero uguali a quelli di venti blog, se chiunque nel tempo libero potesse realizzare quanto trovate oggi sul giornale, nessuno paghererebbe per leggerci/guardarci/ascoltarci: giustamente. Ma i contenuti di un grande giornale sono un prodotto sofisticato, frutto di professione, investimenti, tecnica, passione ed esperienza. Il giornalismo è un mestiere, anche se qualcuno vuol farvi credere il contrario.

Non siete convinti? Pensate questo. I siti dei grandi quotidiani italiani dominano il mercato dell’informazione. Se riteneste che Corriere.it vale Frittomisto.com, sarebbe quest’ultimo ad attirare 2,5 milioni di utenti e raggiungere 36 milioni di pagine viste in un giorno (l’altro ieri!). Ma così non è, per fortuna nostra. E anche vostra, in fondo.

Tag: , ,

I VOSTRI COMMENTI
    • sergio | 24 luglio 2013 alle 11:23

      perchè troviamo normale che i giornali debbano far pagare qualche cosa per essere letti su web e la rete che ci permette l’accesso debba essere messa a disposizione gratuitamente leggendo un giornale seduti al tavolino di un bar?

Lascia il tuo commento