Perché questi Tempi amari possono dare Frutti dolci (dal Corriere della Sera)

A Pisa, giorni fa, ho visto un documentario del regista Roan Johnson – italianissimo, nonostante il nome – intitolato «L’uva migliore», girato tra gli studenti dell’Università. Il titolo viene da una frase di Antonio, iscritto ad Agraria: «Quando la vite soffre, dà l’uva migliore».

È il riassunto drammatico, e la speranza inconfessabile, di una generazione. Questi tempi amari potrebbero dare frutti dolci. È una considerazione che spetta ai nostri ragazzi, se si sentono di farla. Non a noi, che potremmo apparire viticoltori sadici, o almeno incompetenti. È vero, tuttavia. Tra molte difficoltà, esposta a esempi vergognosi, sta crescendo una generazione che ha tutto per affermarsi. Il talento, la tenacia, la tolleranza, la tenerezza e la testa: ottimista, nonostante tutto.

La proiezione del documentario accompagnava la presentazione del mio libro Italiani di domani . Pisa era una delle tappe dentro scuole e università. Avevo in testa – non so perché – un verso di Lucio Dalla: «Non c’è niente da capire, basta sedersi ad ascoltare». Ho provato a farlo a Trieste e a Urbino, a Roma e a Modena, a Bologna e a Torino: dicendo l’indispensabile e ascoltando tutto il possibile. Vorrei continuare nell’anno nuovo, nell’Italia del Sud. Dove le sirene d’allarme suonano, ma nessuno le sente. Francesca, studentessa di giurisprudenza, salita a Pisa dal Salento: «Non so dove andrò. Ma so per certo dove non tornerò».

Il mio viaggio è partito il 17 ottobre da Ca’ Foscari, Venezia, perché lì è nata l’idea del libro, parlando ai laureati in piazza San Marco, il 1° luglio 2011. Uno studente era salito sul palco, aveva preteso il microfono e gliel’ho ceduto; ma non è bello lasciare i discorsi a metà. Era arrabbiato, quel ragazzo, e non posso dargli torto. Ma ho provato a dirgli allora, e gli ripeto oggi: pretendete le grandi riforme pubbliche, ma cominciate con le piccole rivoluzioni private.

Cercate di capire qual è il vostro talento, senza farvi ingannare dalla passione; imparate il gusto della tenacia, consapevoli che non tutto arriva subito; coltivate tecnica e tempismo (a quel ragazzo in piazza San Marco suggerisco un corso accelerato); apprezzate la tolleranza, consapevoli che non tutti i compromessi sono malvagi; costruitevi il vostro totem di regole, circondandovi di persone oneste pronte a suonare l’allarme se ve ne allontanate; allenate la tenerezza, capace di oliare i pensieri, amate la vostra terra, e andate a scoprirne di nuova. Poi Torino, Trieste, Trento: tre «T Towns» perfette per un libro che gioca con le T. A Torino mi ha aiutato Mario Calabresi e poi Luca Sofri alla Scuola Holden. A Trento l’incontro è avvenuto nella facoltà di Sociologia: un luogo simbolo, dove la nostra generazione ha sperimentato le ricette peggiori, prima di accomodarsi tra cariche e nostalgie. A Trieste, azzurra e gelida, ho trovato ragazzi di tutta Italia, felici di vivere e studiare in una città magica che sta al nord del sud, al sud del nord, all’est dell’ovest e all’ovest dell’est.

Sono convinto, sempre di più: se gli italiani di domani hanno un difetto, è quello di essere, oggi, troppo mansueti. Al Borromeo di Pavia, la mia università, ho suggerito di modificare il motto del collegio, con tutto il rispetto per San Carlo: «Humilitas, ma non troppa». Oggi tanti ragazzi protestano male; molti altri, invece, mostrano una docilità che rasenta la rassegnazione. Abbiano invece il coraggio delle proprie idee e della propria età, espresso nei modi civili di cui sono capaci.

Lo spiega nel blog «Solferino28 «una studentessa di Filosofia ventenne, Alessandra (nata lo stesso giorno di Ruby Rubacuori!). L’ho conosciuta dopo l’incontro al Maxxi di Roma. Mi ha detto, poi ha scritto: «Smettiamola di nasconderci dietro l’alibi della crisi. La crisi c’è, esiste, ma prima di lamentarci e puntare il dito (giustamente) contro chi ci ha messo in questa situazione, siamo sicuri di averle provate tutte? Non mi si fraintenda: ho vent’anni anch’io, e per la storia bamboccioni /choosy /viziatelli mi innervosisco. Ma forse è il caso che tanti di noi la smettano di nascondersi dietro la crisi, la grande scusa che salva tutti».
Che bella lezione, per la loquace, distratta e affollata generazione dei figli del boom (1946-1966). I nostri ragazzi sono più lucidi di noi: ascoltiamoli. Anche perché, salvo eccezioni, abbiamo esaurito le proposte. L’ho detto a Udine, a Vigevano, a Modena, a Parma, a Cremona, rivolgendomi a tanti nuovi italiani che lavorano, o vorrebbero farlo. Se i vostri superiori sono intelligenti, ragazzi, chiederanno aiuto alla vostra fantasia. Se non sanno cosa farsene, delle idee fresche, va bene comunque: almeno sapete da chi scappare.

Mi ha colpito l’attenzione e la maturità tra i ragazzi nelle scuole superiori: al liceo classico «Giulio Cesare» di Roma e all’istituto tecnico industriale «Rossi» di Vicenza, al liceo «Raffaello» di Urbino, al «Righi» di Bologna e allo scientifico «Messedaglia» di Verona (fenomenale!). I ragazzi sono diversi e hanno idee diverse; ma sanno distinguere chi vuole imbrogliarli e chi spera di aiutarli. Sanno che devono evitare di scivolare dentro lo stupore alcolico dei lunghissimi aperitivi, dove molti vorrebbero confinarli. Non si offendono se qualcuno prova a parlare di queste cose, anzi. Non vogliono assoluzioni. Neppure prediche. Vogliono qualcuno che ragioni con loro.

Ho chiuso il tour ieri, all’università Bocconi di Milano, con Severino Salvemini e Vittorio Colao. Con gli studenti – molti erano venuti a trovarmi dal master di giornalismo «Walter Tobagi» della Statale – ci siamo inventati «il gioco dell’otto». Per ognuna delle otto T del libro, un ragazzo e una ragazza hanno preparato un commento o una domanda. Non importa cos’abbiamo detto noi, ma ciò che hanno chiesto loro. Elettra e Francesco, Luigi e Irene, Antonio e Micol, Angelo e Giulia, Alessia e Gabriele: un incoraggiamento a volare, perché le ali le hanno.

All’università di Parma, tempo fa, una studentessa si è alzata, al termine del corso, e mi ha detto, senza sorridere: «Sono qui perché lei è il più vecchio di noi, e non è il più giovane di loro». È il complimento più bello che mi abbiano rivolto in trent’anni di mestiere. Anche perché io so chi sono loro. E credo d’aver capito cosa dobbiamo fare noi.

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I VOSTRI COMMENTI
    • claudio | 16 febbraio 2013 alle 20:50

      a natale, ho regalato a mio figlio, dietro suggerimento di un mio carissimo amico,il libro(ITALIANI DI DOMANI)Oggi mio figlio Matteo, e’ partito con una buona laurea in agraria in tasca per l’Australia, da come ho avuto modo di notare da questo libro, pieno di sottolineature, ha ricevuto ottimi consigli, per questo Le sono grato. debbo essere sincero, io sono un po’ triste, ma convinto che le cose le cambieranno loro.

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