Lettera aperta a chi va in piazza (dal Corriere della Sera)

Sia chiaro. Se mai usciremo da questo pantano, sarà per merito dei nostri ragazzi. La generazione dei nostri genitori, nata nella prima metà del XX secolo, ha ricostruito l’Italia. La nostra – i numerosi, loquaci, egocentrici figli del boom, nati tra il 1945 e il 1965 – l’ha arredata in modo da starci comoda. Ma la fattura, adesso, è in mano ai nostri figli e nipoti, sotto forma di debito pubblico (prossimo alla soglia siderale di duemila miliardi), e non solo.

Non è l’apologia astuta di una nuova generazione. È un incoraggiamento per chi non ha colpe. Non ha colpe e, diciamolo, ha ragione di protestare. Un ragazzo di vent’anni non ha avuto né il tempo né il modo di combinare i disastri che vediamo. Ma non deve protestare in modo violento, quindi sbagliato. Sbagliato tre volte. Perché pericoloso. Perché inutile. Perché controproducente.

Perché controproducente? Perché i coccodrilli italiani, acquattati dentro la solita melma, non aspettano altro. Una scusa, un’occasione per dire che non serve cambiare. Un pretesto per ripetere che le carenze nazionali – dal parlamento alle Regioni, dagli appalti ai servizi pubblici – sono le inevitabili imperfezioni di una società vitale. Non è vero: i ragazzi sanno distinguere tra fisiologia e patologia, anche se non studiano medicina. Perché inutile? Perché con la violenza, in democrazia, non si risolve nulla e si complica tutto. Se chi pensa d’aver subito un torto prende un bastone, torniamo all’età della pietra. Eppure è su questo sillogismo – «sto male, quindi spacco tutto» – che si regge parte della protesta. Una strada, una ferrovia, una riforma, un finanziamento mancato: se accettassimo l’idea che il dissenso giustifica la violenza, buonanotte Italia.

Perché pericoloso? Perché ci siamo già passati, negli anni Settanta. S’è cominciato a tollerare le minacce in assemblea e a giustificare caschi e spranghe in corteo; si è finiti ad asciugare il sangue per strada. Un pessimo momento economico, una politica distante, una classe dirigente insensibile, una nuova generazione prima illusa e poi frustrata: gli elementi ci sono tutti, oggi come ieri.

Questi discorsi non piacciono ai professionisti della catastrofe. I loro partiti, i loro giornali e i loro siti vivono di allarmismo cupo. Eccitare i giovani alla violenza – o giustificarla, fa lo stesso – è gravissimo. Dopo una trasmissione televisiva ho parlato con Iacopo, 24 anni, bergamasco, studente di medicina a Parma: ho rivisto lo sguardo e ho risentito gli slogan che hanno messo nei guai tanti giovani connazionali, trent’anni fa. Nelle università, nelle scuole, sui treni e nei bar ho discusso con moltissimi altri ragazzi, quest’anno. La maggioranza ha buon senso, ma rischia di essere scavalcata e derisa, come le vicende di piazza ogni volta dimostrano. Mi ha colpito l’incontro con una giovane leader studentesca romana, che chiamerò Lucia, per non metterla in difficoltà. Raccontava la frustrazione di trovarsi schiacciata tra un mondo di adulti ipocriti e di coetanei aggressivi, in cerca di titoli e servizi nei telegiornali. Se non aiutiamo ragazze e ragazzi come lei, stiamo scrivendo la ricetta della tragedia che verrà.

Aiutare vuol dire: non tollerare la violenza, mai. Ma semplificare l’ingresso nel mondo del lavoro, aumentare le risorse all’istruzione e alla ricerca, coinvolgere una nuova generazione in ogni decisione. Mai sprecare una buona crisi. In momenti come questi bisogna investire; non quando tutto va bene. Quello che vediamo – il lavoro latitante, la politica ingorda, le istituzioni rituali e goffe – non è bello e non è giusto. I nuovi italiani, ripeto, hanno motivo di lamentarsi. Ma imparino a distinguere: alcuni adulti sono interessati solo a proteggersi («diritti acquisiti» è un’espressione da mettere fuori legge). Ma altri – perché hanno figli, un cuore, una coscienza – hanno capito. E sono pronti ad aiutare. Chiamatelo egoismo lungimirante, se volete.

Ivano Fossati ha cantato «la fortuna di vivere adesso questo tempo sbandato». Un’affermazione poetica e paradossale, ma corretta. Non sono infatti le difficoltà ad affondare le generazioni, gli imperi, le società, le famiglie. Sono invece i vizi, l’arroganza, la sufficienza, la falsità. Non è un’attenuante per noi. Ma potrebbe essere una piccola consolazione per i nostri ragazzi. Quelli che rifaranno l’Italia, se non si lasciano ingannare dai violenti tra loro e dagli irresponsabili tra noi.

I VOSTRI COMMENTI
    • Luciano | 5 dicembre 2012 alle 09:43

      Le invio una riflessione di uno psicologo che vuole essere un’augurio alle nuove generazione :

      … Forse è proprio questo il segreto per cambiare le cose: conservare la tensione per tutta la vita, senza mai stancarsi. La cattiveria non serve, la rabbia forse sì, ma solo all’inizio, poi bisogna mettersi, con tutta la pazienza necessaria, a fabbricare risposte.

Lascia il tuo commento