Decalogo per un’Italia nuova

Non bastano le buone notizie dal campo e dai mercati per cambiare il destino di una nazione: però aiutano. A patto di non sprecare l’occasione. Le superstizioni sono un marchio d’ignoranza, ma le coincidenze sono segnali fascinosi, da non trascurare. La settimana che vede l’Italia del calcio in finale contro la Spagna, e i due governi alleati per convincere Berlino ad allentare la morsa sul debito, ha mostrato la vulnerabilità – perché no, la ragionevolezza – della Germania. L’Europa è la somma delle nostre magnifiche imperfezioni: avanti così. A quest’Europa, l’Italia può – anzi, deve – dare molto: a patto di crederci. E, per crederci, deve credere in se stessa.

Mi trovo negli Stati Uniti da un mese. Ho visto le partite degli azzurri in una pizzeria di Chicago, dentro una stanza d’albergo a Boston e Spokane, in un caffè di Portland Oregon. Giovedì all’Aspen Ideas Festival in Colorado: un italiano e un tedesco davanti al televisore, nell’indifferenza generale (mai sottovalutarci, Herr Meier!). Poco prima s’era tenuto un incontro sul futuro dell’Europa, con abbondanza di scetticismo e metafore calcistiche. Avevo detto, isolato ottimista: ce la farà l’Unione Europea, ce la farà l’euro, ce la farà la nazionale italiana. When the going gets tough, the Italians get going. Quando il gioco si fa duro, gli italiani cominciano a giocare.

Tutto questo, a una condizione. Anzi, a dieci. E’ un modesto decalogo per un’Italia nuova: uno dei sessanta milioni possibili.

1 NON TEMERE
Cesare Prandelli di Orzinuovi (Brescia) non ha piagnucolato, quando gli hanno riportato dal Sudafrica una squadra liquefatta. Non ha avuto paura del nuovo, non s’è rifugiato in nostalgie autarchiche. Nella prima intervista da CT, due anni fa, ha parlato dei “nuovi italiani” e di quanto avrebbero potuto dare alla nazionale. Uno di loro – lo sapete – si chiama Mario Balotelli (bresciano pure lui). La lezione, come spesso capita alle cose del calcio, è interessante perché va oltre il calcio. L’Italia è un Paese naturalmente conservatore, ma non tutto in Italia è da conservare. La nostra testa è una soffitta troppo piena. Dobbiamo imparare a distinguere ciò che è da tenere (molto) e ciò che è da buttare (non poco).

2 NON ESAGERARE
Dopo la vittoria, Winston Churchill disse: «Possiamo concederci un po’ di letizia, ma non dimentichiamo la fatica e gli sforzi che ci aspettano». Aveva vinto una guerra mondiale: non una partita di calcio o una concessione in un vertice a Bruxelles. Sono usciti dall’Italia, nelle ultime 48 ore, deliri compiaciuti, dichiarazioni roboanti, euforie infantili da parte di adulti insospettabili (Twitter non perdona). Ho visto, qua e là, titoli volgari e commenti offensivi. Sono gli eccessi dei repressi e i latrati dei frustrati: evitare. C’è una misura in tutte le cose. Chi lo ha scritto era nato dalle parti di Potenza.

3 NON ACCONTENTARSI
Oggi giocheremo la finale e, comunque vada, il torneo sarà finito. C’è una partita europea ben più lunga, come sappiamo, da cui non dipende solo il destino di una moneta, ma quello di una costruzione comune e del nostro benessere collettivo. Qui negli USA pochi guardano le partite o seguono la politica UE, ma molti hanno capito che un’uscita disordinata dall’euro porterebbe una recessione drammatica, ben peggiore di quella seguita alla crisi finanziaria del 2008. Il ridimensionamento della Germania – a Varsavia e a Bruxelles, sul campo di calcio e al tavolo delle trattative – non deve farci dimenticare che la richiesta di fondo è ragionevole: la disciplina di bilancio è necessaria affinché l’euro abbia un futuro. I tagli, in Italia, sono stati fatti. Ora bisogna crescere – finalmente l’hanno capito anche a Berlino – e per crescere dobbiamo produrre, e per produrre dobbiamo lavorare meglio, e per lavorare meglio dobbiamo slegare l’Italia dai suoi lacci. Questo Mario Monti non ha avuto ancora il coraggio di farlo, perché quei lacci sono collegati a rendite, posizioni, tradizioni, diritti acquisiti (un’espressione da vietare). E’ bello sentirsi felici in una domenica d’estate: ma non basta.

4 NON ASPETTARE
Spesso provare è rischioso, ma attendere è penoso. La Nazionale di Prandelli ha già ottenuto un grande risultato, riconosciuto in tutta Europa e oltre. Ha dimostrato che gli italiani non sanno solo difendersi, ma anche attaccare, giocando bene. Basta volere: è una questione di atteggiamento mentale e organizzazione. Se l’Italia vuole permettersi assistenza sanitaria gratuita, istruzione pubblica e previdenza sociale – cose di cui, girando il mondo, tanti di noi vanno fieri – deve pagarsele. E, per pagarsele, deve rimettersi in moto.

5 NON TACERE
I successi italiani vanno di là del calcio e della diplomazia (due campi dove veniamo regolarmente sottovalutati). L’elenco è lungo e inutile (lo conoscete). Basti dire che abbiamo insegnato al mondo a mangiare; e se non ha del tutto imparato, non è colpa nostra. Eppure siamo perseguitati da stereotipi negativi, come poche altre nazioni al mondo. Negli USA è evidente: dai Sopranos a Jersey Shore, l’italianità viene spesso rappresentata come criminalità, maschilismo, edonismo sfrenato. Gli italo-americani, giustamente, si lamentano: nessun’altra comunità viene trattata così, né lo sopporterebbe (non gli ispanici e non gli afro-americani, non gli ebrei e non gli asiatici). L’orgoglio nazionale è necessario, quindi. Questo non vuole dire difendere l’indifendibile.

6 NON NASCONDERSI
Ci sono i patrioti e ci sono i patridioti: quelli per cui l’Italia è perfetta così com’è (con la politica ingorda, la connivenza come religione, la metastasi malavitosa). E invece – lo sappiamo – si può migliorare, come ogni cosa umana. L’entusiasmo è un buon combustibile, e può accendere il fuoco del cambiamento: ma non dev’essere paglia, carta o diavolina (ogni riferimento milanista è puramente casuale). Il fuoco – la sapevano i vecchi, lo sanno i boy-scout – va mantenuto, alimentato, ravvivato. I successi regalano consapevolezza, e questo è importante. Ma rischiano di produrre pigrizie e autoassoluzioni. La scommessa italiana è trasformare i bei gesti in buoni comportamenti. Se la vinciamo, non ci batte nessuno.

7 NON RIMUOVERE
I media – quotidiani in testa – vengono accusati di creare ansia, quando occorre speranza. E’ vero: spesso esageriamo. L’Italia è piena di belle storie e gente buona (pensate al capolavoro quotidiano del volontariato). E se alcuni – anzi molti – chiedono di sapere tutto, per mesi, su un delitto sessuale, dobbiamo avere il coraggio di dire: no, basta. Altrimenti falsiamo la percezione nazionale. Detto ciò, guai a rimuovere. I farabutti – non mancano – sognano questo: che nessuno parli dei loro traffici, dei loro imbrogli, dei loro furti. D’accordo: i media non devono diventare strumenti di depressione collettiva, ma neppure armi di distrazione di massa. Torniamo all’attualità. Se non ricordassimo che questo splendido Europeo è stato preceduto da un vergognoso scandalo-scommesse commetteremo un errore.

8 NON ILLUDERSI
I successi dei nostri giocatori hanno infastidito molti. C’è infatti chi, fuori d’Italia, aspetta solo le nostre cadute per gridare che non sappiamo correre. C’è chi, in Italia, non prova neppure a camminare: sta seduto e bofonchia. C’è chi non fa le cose che dice, e non dice le cose che fa. Pensiamo alle autorizzazioni, ai certificati, allo stillicidio normativo e tributario: una piaga nazionale, come sa chi vuole aprire un’impresa, rifare una casa, assumere un dipendente. Noi cittadini chiediamo, giustamente, procedure snelle: ma dovremmo avere l’onestà di non approfittarne. E invece, appena l’autorità apre uno spiraglio, noi ci passiamo col carro armato.

9 NON AGITARSI
Sono anni di transizione, nelle società occidentali. Abbiamo problemi particolari, in Italia, ma non abbiamo l’esclusiva dei problemi. Venerdì, qui a Aspen, Robert Putnam spiegava l’imminente “social mobility crash”: gli USA sempre più divisi per classi. In Italia abbiamo finalmente capito – si spera – che un Paese dove si evade tanto, si ruba troppo, si produce poco, si lavora male, si complica tutto e non si cresce per nulla – be’, non ha futuro. Finora davanti a tagli e riforme (pensioni, lavoro, fisco) abbiamo mostrato autocontrollo. I tedeschi sono più emotivi di noi: l’hanno dimostrato in campo (incapaci di reagire agli eurogol) e fuori dal campo (incapaci di accettare gli eurobond).

10 NON FERMARSI
Il mio primo viaggio in America risale a trentacinque anni fa. Estate 1977, sei ventenni e una motorhome, anche allora da costa a costa, nell’autoradio sempre la stessa canzone: “Don’t stop” dei Fleetwood Mac.

Don’t stop, thinking about tomorrow, Don’t stop, it’ll soon be here, It’ll be, better than before Yesterday’s gone, yesterday’s gone

Non smettere di pensare a domani. Non smettere, presto sarà qui, Sarà qui, migliore di prima. Ieri se n’è andato

Don’t stop, non fermarsi: qualunque cosa accada, nel calcio come nella vita, il mondo va avanti. E l’Italia è parte del mondo. Una parte importante, profumata, inconfondibile: per questo abbiamo tanti occhi addosso. Cerchiamo di smentire chi ci sottovaluta e di non deludere chi ci stima. Nessun governo l’ha mai proposto, nessun parlamento l’ha mai votato: ma è un bel programma.

I VOSTRI COMMENTI
    • Maria Concetta Ghionna | 23 agosto 2012 alle 11:39

      Un commento semplice, semplice da una persona semplice: in riferimento al punto 10, ritengo che questa parte del mondo importante, profumata, inconfondibile, unica anche nella forma geografica (a parte la Nuova Zelanda, anch’essa a forma di stivale) ha gli occhi puntati addosso da chi FINGE di sottovalutarci, ma che in realtà, ci invidia per il nostro estro, fantasia, capacita’ di rimboccarci le maniche nelle circostanze piu’ drammatiche ed important; e contemporaneamente, anche ridere delle nostre stesse disgrazie. E’ sempre stato detto che l’invidia e’ la forma piu’ palese di ammirazione e sotto, sotto, nasconde un tentativo di emulazione… Quindi, cari Tedeschi che ci osservate pronti a coglierci in fallo, a rimproverarci e rinfacciarci i nostri errori, non dimenticate che e’ stato proprio un vostro antenato, germanico proprio come voi, ma forse un tantino piu’ sincero, a scrivere i versi “OH, QUANTO MAI FELICE IO MI SENTO A ROMA!”…..

Lascia il tuo commento