Chi non capisce la Velasca non capisce Milano (dal Corriere della Sera)

Un delfino-Trota che credeva d’essere una volpe e s’è rivelato un pollo. La zoologia politica lombarda diventa sempre meno rassicurante, meglio dedicarsi ad altro. Per esempio alla discussione, splendida e splendidamente inutile, sull’aspetto della Torre Velasca di Milano, classificata dal Daily Telegraph – non si sa in base a quale autorità – tra i venti edifici più orrendi del pianeta.

E’ bella o brutta? Che domande: è milanese, una categoria estetica a sé. Philippe Daverio, Mario Bellini, Vittorio Sgarbi: i primi apprezzano, il terzo dissente. “E’ il paradigma della civiltà dell’orrore”, dice. Ma poi aggiunge: “I milanesi la guardano come il figlio brutto cui vogliono bene comunque”. Se togliamo l’aggettivo, concordo.

Brutta? Ma no. A me la Velasca piace. Non perché sia un’abitudine, o rappresenti una citazione della torre del Filarete al Castello Sforzesco. Mi piace perché è originale; anzi, un po’ folle. Mi piace perché è una coetanea (1956). Simboleggia un’Italia ottimista e casinista che non ho visto – peccato, la prospettiva del cantiere da una culla doveva essere mozzafiato.

Nell’ingresso della mia casa di Milano c’è una Velasca dipinta da Marco Petrus, perfetta tra i tetti e i cornicioni del settimo piano. Chissà cosa succede dietro quelle finestre illuminate, penso spesso. Chissà che meraviglia la vista dalla Torre, in queste sere di primavera. Giù, sotto, uomini d’affari, studenti e immigrati, turisti e fidanzati. E le ragazze col passo di pianura, che non sanno passeggiare: camminano.

Milano è il prodotto fascinoso delle sue imperfezioni e la somma aritmetica di angoli d’altre città. Raramente le ha imitate, gli somiglia per caso. Milano è Madrid in piazzale Loreto, è Lisbona nelle strade a scacchiera dietro viale Piave, è Varsavia a Crescenzago e Bucarest in fondo a via Mecenate. E’ Londra in via Elba e in via Lorenteggio, dov’è identica a Sheperd’s Bush. E’ Beirut in piazza Sant’Ambrogio: solo laggiù (forse) penserebbero di costruire un parcheggio interrato da 350 posti davanti una basilica del quarto secolo.

Carlo Castellaneta sosteneva che, in via Melchiorre Gioia, Milano era Berlino Est (lo è rimasta, anche se via e città sono cambiate). Secondo Alberto Arbasino il quartiere intorno a San Lorenzo era un (mancato) Marais parigino. Ecco: la Torre Velasca è la nostra citazione newyorchese. A Manhattan amerebbero molto quel capoccione di cemento e quei tiranti improbabili: così si lega un pacco, non un palazzo di 27 piani.

Suggerisco di usare la Velasca come un test: chi dice che è orrenda, non capisce niente di Milano. Probabilmente crede che il capoluogo lombardo voglia gareggiare con altre città d’Italia in bellezze rinascimentali. Invece è orgoglioso dei suoi angoli strambi, dei suoi portoni, dei suoi cortili irregolari, dei suoi palazzi dove qualche incosciente vorrebbe sostituire il portiere con un citofono.

Mi piacerebbe domandare al Trota cosa ne pensa, della Velasca. Ma ho il timore che chieda aiuto al babbo, e poi torni a dirmi che si tratta di una protoerezione leghista.

 

I VOSTRI COMMENTI
    • Piero | 2 maggio 2012 alle 19:58

      Caro Beppe,
      quando avremo l’ onore di sentirti anche qui in Veneto?

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