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Manuale dell’uomo domestico

Prezzo: 9.20 €
Pagine: 352
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Beppe Severgnini punta il suo occhio pensile sugli italiani domestici: casa e famiglia con le conseguenze del caso. Ne esce un quadro esilarante, ma realistico. L’Uomo Domestico è – purtroppo o per fortuna – l’Italiano Normale. Quello che cerca di fare dieci cose insieme, ma non ha abbastanza mani. Quello che s’inventa gourmet. Quello che compra la mountain bike, e scopre che ci sono le salite. Con ironia e buon senso Severgnini dipinge uno strepitoso ritratto nazionale. Un ritratto che coinvolge mogli e figli, fidanzati e mamme, amiche e colleghi. Un ritratto che parte dall’abitazione per spostarsi all’ufficio, all’automobile, ai computer e ai cellulari, sui quali sfoghiamo la nostra vocazione per l’eccesso.

Scrive l’autore: “Mi auguro che questo Manuale vi diverta e vi faccia pensare al mondo – e al modo – in cui viviamo. L’Italia infatti si nasconde nei dettagli, alcuni formidabili e preziosi. Come i cercatori d’oro, io li raccolgo e ve li sottopongo. Fatemi sapere se sono sassi o pepite.”

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Le cose che facciamo tra uomini e donne

Entrèe. Cartilagini di maiale gratinate al forno accompagnate da insalatina di arancia tarocco e finocchio. Il caldo contrasta il freddo, l’acido, il grasso, in una preparazione integrata di nord e sud. Accompagnato da Salina Bianco 1999, podere Ansonica-Cataratto

Questo testo è stato sottratto a un coetaneo, buon amico e bravo ortopedico, che si è inventato un’associazione di “gourmet” e l’ha chiamata “Club de la Brouette” (carriola, in francese). Due del gruppo cucinano, scrivono e stampano il menù, poi tutti assaporano, discutono, discettano. Voglio lodarli per non aver scelto il solito nome inglese. Per il resto, mi dichiaro perplesso.

La passione gastronomica si diffonde tra i coetanei come un’epidemia. Gente che fino a ieri per cena si scaldava un toast (e qualche volta dimenticava di togliere la plastica), ora discute di “vellutata di lenticchie profumata al cardamomo”. La generazione che si faceva un punto d’onore di bere Coca-Cola con l’arrosto ora discute del retrogusto di un Illivio dei Colli Orientali del Friuli. Sia chiaro: il fenomeno non è, di per sè, da condannare, anzi. Una cosa che sappiamo ancora fare, in Italia, è mangiare e bere. E’ la passione improvvisa e furibonda a insospettirmi.

Dopo molto pensare, sono arrivato a questa conclusione: trattasi di dirottamento del desiderio. A trenta e a cinquant’anni, lenzuola e campi di calcio sono terreni di battaglia, dove i trentenni sognano, e i cinquantenni rimpiangono: vedi per la parte amorosa, L’ultimo bacio di Gabriele Muccino.

I quarant’anni sono un intervallo tra due tempi. Un intervallo robusto e vivace, sia chiaro, in cui l’eventuale fiato corto viene compensato dall’esperienza e dalla buona volontà. Ma la voglia esuberante – per scelta o per necessità – viene convogliata altrove. L’erbetta verde un tempo si pestava correndo dietro a un pallone; ora si condisce con l’aceto balsamico. Dalle bianche lenzuola si passa ai bianchetti lessati in acqua salata.

E’ un modo di invecchiare anche questo, incanalando i desideri e scegliendosi le abitudini. Meglio gourmet che travet, in fondo.

Come il fiume porta a valle i rifiuti di plastica, così la tradizione italiana trascina con sè alcune vecchie idee. In un caso e nell’altro, si tratta di prodotti non-biodegradabili. Ovvero, la vita non li cambia.

Prendiamo la cena a due: uomo e donna intorno a un tavolo, con una bottiglia di vino davanti e un cameriere nei dintorni. Sui giornali e nella conversazioni, questa situazione viene presentata come qualcosa di romantico e/o sessuale, quasi come l’anticamera della stanza da letto. Ho il sospetto che non sia più così (se mai lo è stato). Gli italiani viaggiano, s’incontrano, lavorano fino a tardi. Due colleghi, amici o conoscenti possono cenare insieme per motivi che non hanno niente a che fare con l’amore o col sesso.

Sarò un ingenuo, ma quando incontro qualcuno in un ristorante con una persona diversa dalla moglie non immagino niente. Certo: se i due si rotolano sotto il tavolo e al mio arrivo fuggono coperti dalla tovaglia, è diverso. Ma questo accade raramente, anche perché le tovaglie moderne sono piene di posate, bicchieri e ammennicoli, e l’effetto finale sarebbe devastante.

So che molti lettori sono d’accordo con me. Ma i pregiudizi sono duri a morire. Non sto parlando del conto, che molte donne libere e adulte continuano a guardare con orrore, neanche il cameriere avesse deposto un topo sul tavolo

Parlo delle aspettative – chiamiamole così – sentimentali. Una giovane amica non sposata sostiene che, dopo cena, tutti gli uomini ci provano, spesso senza convinzione. A suo giudizio si sentono in dovere. Io non ci voglio credere.

Sospetto che sia lei a non capire che un quarantenne stanco, quando dice “Saliamo a fare quattro chiacchiere?”, pensa veramente a quattro chiacchiere. Se sono due, ancora meglio.

Sento già il rumore della fotocopiatrice. Molti di voi stanno pensando di riprodurre questa pagina e vogliono appenderla in cucina. Fatelo, ma solo se siete pronti a concedere a vostra moglie lo stesso trattamento. Altrimenti, lasciate perdere. Lei scoppierebbe a ridere, e le mogli che ridono, notoriamente, vincono sempre.

* * *

Chiamiamoli gli Assaggiatori. Anzi, chiamiamole le Assaggiatrici. perché lo fate soprattutto voi, care lettrici. Siete voi le gazze dell’antipasto, i rapaci del carpaccio, le aquile del contorno, le poiane del dessert. Siete voi quelle che dicono: “Magari ne assaggio un pò del tuo.”.

Una premessa. Il merito, o la colpa, di queste righe va a una giovane donna bruna, Federica, vicina di tavolo in un ristorante di Milano. La signorina non ha cercato di infilare la forchetta nel mio piatto, ma ha lasciato intendere che avrebbe potuto farlo, se fossimo stati in confidenza. Devo aggiungere che Federica è un’assaggiatrice reo-confessa, e questo le fa onore. Ha ammesso infatti che le donne – dai cinque ai centocinque anni – hanno questo difettuccio: non ordinano, piluccano. non s’abbuffano come noi uomini ma, appunto, “ne assaggiano un pò”.

Il giorno dopo il nostro incontro – c’era un fidanzato testimone, che deve averci rimesso due cucchiaiate di dessert – la signorina mi ha spedito una sorta di sfogo, recuperato su internet. Il testo contiene la frase-chiave, quella che passa nella testa di ogni maschio in queste occasioni: “Ma porca miseria, prendine una porzione e avanzala”.

Invece no. Questo non accade. Assaggiare dev’essere un piacere sublime. Vedere la faccia infantile del compagno privato di un terzo di tiramisù è una soddisfazione che noi uomini (titolari del tiramisù) non possiamo capire.

Ma non buttiamoci già. Possiamo rispondere, magari usando la stessa arma. Mettiamoci anche no ia pizzicare, piluccare, testare, sperimentare, lanciare la posata predatrice attraverso il tavolo. Il nostro modello sia Bill Clinton, che spingeva – probabilmente spinge ancora – la sua incontinenza fino ad assaggiare tutto quanto compariva sulla tavola (dovunque: Casa Bianca compresa). Voi direte: “Ma lui è l’ex presidente degli Stati Uniti! Nessuno ha il coraggio di protestare. Se lo facciamo noi, ci trapassano la mano con la forchetta.”

Calma: chi l’ha detto? L’importante è iniziare, e poi allenarsi fino a diventare professionisti. Gesti morbidi, rapidi ed essenziali. E, insieme, la formula magica: “Magari ne assaggio un pò del tuo”.

Forza ragazzi. La vendetta sarà (un) dolce.

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Spazio sul tavolo, cameriere premuroso, mezza di bianco, rivista illustrata, nessun rischio di furti (vedi sopra) né di venir trascinati in conversazioni inutili. Andare al ristorante da soli, ho scoperto è un piacere che gli uomini non confessano volentieri. Piuttosto, raccontano di aver invitato a cena la procace collega. Ma sanno che la procace non tace; perciò se ne guardano bene. Meglio una riposante solitudine condita di leggera misantropia (che è come l’aceto balsamico: usata con moderazione, è piacevole).

E’ questo l’imbarazzante segreto di molti uomini: ogni tanto, stanno bene da soli. Ed è questo che molte mogli, anche le più intelligenti, non capiscono. Non che sospettino che dall’altra parte del tavolo, invece di mezza minerale, ci sia Claudia Koll tutta intera. Ho esposto la mia teoria a diversi coetanei, negli ultimi tempi, e quasi tutti confermano. Un dirigente d’azienda mi ha ripetuto le parole chiave che ci tocca ascoltare prima o dopo queste occasioni: “Da solo?! Cosa ci trovi, poi.”

Cosa ci troviamo? Bè, tutto non si può dire. Ma fidatevi: non si tratta di tardo autoerotismo. Andare la ristorante da soli è un lusso da adulti. Piace quando è una scelta, e non una mancanza di alternative. Piace perché consente di mangiare in fretta, oppure con una lentezza estenuante. Piace perché permette di pensare. Solo alcuni sconsiderati trascorrono questo tempo prezioso parlando al cellulare. Meriterebbero di ritrovarsi al tavolo una di quelle oche giulive che popolano i varietà televisivi. Spero che accada quando io sono in sala. Osservare, infatti è un altro privilegio solitario.

Osservare le comitive che gridano con la bocca piena, e le coppie che pensano a tutto, meno a quello che hanno nel piatto. Osservare la specialissima malinconia dei camerieri sopra i sessant’anni, e la falcata del cameriere sotto i trenta. Osservare un altro solitario nell’angolo opposto della sala, e scambiarsi un’occhiata d’intesa, come due Robinson su isole vicine.

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Scriveva Cyril Connolly, critico e saggista inglese: “Ci sono solo tre cose che rendono la vita degna di essere vissuta. Scrivere un libro decente, partecipare a una cena per sei persone, e viaggiare verso sud con qualcuno che la tua coscienza ti permette di amare”.

Lasciamo perdere il libro e la coscienza (entrambi troppo delicati). Concentriamoci invece sulle cene, che non sono, come Connolly ben sapeva, un vezzo delle classi alte o un rito mondano. Sono – dovrebbero essere – una piacevole abitudine alla portata di tutti. Sono il caposaldo della vita sociale italiana, e corrono seri pericoli. Alcune bizzarre abitudini, infatti, stanno rendendo gli inviti rischiosi come discese nei torrenti. Uno sport estremo, che non tutti si sentono di praticare.

Cos’è successo? Diverse cose. La prima: molte cene italiane vengono offerte “per sdebitarsi”, e diventano occasioni drammatiche. Il senso del dovere, misto a senso di colpa, è dipinto sul volto dei padroni di casa, che hanno invitato troppa gente in uno spazio troppo piccolo. Queste serate sono conosciute come “cene in piedi” e sono riconoscibili perché tutti cercano, disperatamente, un posto dove sedersi.

Secondo problema. Tra le giovani padrone di casa si sta diffondendo una pericolosa “ansia da prestazione”, non dissimile da quella che assale i mariti/compagni in circostanze più intime. Queste ansie sono del tutto ingiustificate: in entrambi i casi, infatti, quel che conta è l’atmosfera. Gli invitati, a meno che siano sadici pignoli (in questo caso, non invitateli) non vengono per abbuffarsi o per gustare insolite prelibatezze. Vengono per quella che una volta si chiamava “la compagnia”. Piccola, possibilmente, e ben scelta.

perché le cene per sei sono piacevoli? perché si imparano in fretta i nomi dei commensali; perché permettono di conversare tutti insieme, senza gridare come hooligan da un capo all’altro del tavolo; perché anche l’esibizionista più sfrenato (che so, un culturista, un accademico, uno stilista, un giornalista) non troverà soddisfazione nell’esibirsi di fronte a sole cinque persone. E’ probabile, perciò, che costui si comporti in maniera pressochè normale; in qualche caso potrebbe addirittura rivelarsi una persona gradevole. (Non fatevi illusioni. Ho scritto: in qualche caso.)

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