Occhiali rivelatori

Se, in un accesso di vanità non sconosciuto alla professione, cerco il mio nome su Google e seleziono “immagini”, so subito quand’è stata disegnata una caricatura o è stata scattata una foto: basta guardare gli occhiali. Sono, infatti, oggetti che cambio con regolarità. Ogni due anni, diciamo. Tanto ci metto a stancarmi o a demolirne un paio.

Il rituale è sempre lo stesso. Mi presento dall’ottico in via XX Settembre a Crema, e chiedo consiglio alle uniche persone di cui mi fido. Sono tre: la titolare, Isa; mia moglie, Ortensia; e in ultima istanza, autorità massima e indiscutibile, mio figlio Antonio. Isa propone, e la famiglia dispone. Io obbedisco.

Devo dire, col senno di poi, che hanno scelto bene. Bello non sono diventato – l’impresa è, insieme, impossibile e irrilevante – ma sono orgoglioso di non aver mai portato occhiali rossi e, negli ultimi anni, mi sono affezionato nell’ordine a:

  1. Occhiali rotondi di celluloide (1994-1995), quelli che vedete qui nella caricatura di Chris Riddell, pubblicata sulla copertina di “Un italiano in America”. La uso da anni sul forum “Italians”. Sebbene l’omino con l’impermeabile sia sessualmente sospetto, ci siamo tutti affezionati.
  2. Occhiali di metallo, sottili, ovali, che mi davano un’aria da Silvio Pellico in vacanza (1996-1997). Li ho amati poco perché erano minuscoli, e le cose che m’interessavano erano spesso fuori dal campo visivo.
  3. Occhiali senza montatura frontale (1998-1999), delicatissimi. Isa mi ha visto spesso entrare in negozio affranto, reggendo questi affaretti malconci. Un giorno si è stufata, e me ne ha dati altri.
  4. Occhiali metallici rettangolari, blu elettrico, aste nere: belli e interisti (2000-2002). Li ho apprezzati finché hanno cominciato a stingere (so qual è la casa produttrice: e non mi becca più). Voi direte: e allora? Be’, più che uno scrittore sembravo un naufrago, e non sta bene.
  5. Occhiali vagamente bombati, con montatura in metallo satinato (2003). Roba da attore di Hollywood. Poi un giorno mi sono guardato allo specchio e ho capito che non mi piaceva fare la comparsa.
  6. Occhiali leggeri, scuri fuori e chiari dentro, in cellulosa, aste in metallo snodabili (dal 2004 a oggi). Ottimi, devo dire. Due anni fa una studentessa di Princeton, facendo la cronaca di una mia lezione in quell’università, ha scritto che sembravo un professore imbranato. Cos’altro può volere, un uomo che affronta i cinquanta con le sue tre diottrie e i suoi capelli metallizzati?
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