Intervista di Laura Ferrari per Alice.it

In occasione della pubblicazione del suo nuovo libro, L’italiano. Lezioni semiserie, l’autore ci racconta vizi e virtù della lingua via web.

La formula è quella già adottata in “L’inglese. Lezioni semiserie” (1992, aggiornato 1997 e 2002; 28 edizioni, circa 200 mila copie). Ma questa volta la sfida si rivolge alla nostra lingua. Una guida pratica che ha l’obiettivo dichiarato di aiutare a scrivere in maniera più efficace e corretta, senza le pedanterie del linguista e con una dose di salutare irriverenza. Dispensa “trucchi onesti” sull’uso della punteggiatura, snocciola perle di saggezza ereditate da illustri maestri (Montanelli e Flaiano docent), sdogana efficaci neologismi e bandisce l’anglismo dilagante. Vuole essere, per dirlo con le parole dell’autore, “un libro commestibile, non una mappazza indigeribile”. Noi lo abbiamo assaggiato e, tra un (sapido) boccone e l’altro, ci è parso di cogliere un messaggio: errare, anche nella lingua, è una facoltà; scrivere in modo corretto ed efficace, una possibilità. A voi la scelta. E le sue conseguenze.

Il suo libro depone la matita rossa e blu, ma non rinuncia a dar lezioni (seppure semiserie). Cosa si propone?

Il libro si chiama lezioni perché io vorrei davvero che i lettori imparassero qualcosa; semiserie perché insegno sorridendo, usando l’ironia. In altre parole: insegnare divertendo. Credo che i saggi di grande tiratura funzionino solo se riescono a dimostrarsi utili. Mi auguro che chi legge questo libro torni a consultarlo, e lo consideri una guida sorridente (alla fine c’è anche un indice delle parole e degli argomenti). E’ un manuale scritto da uno che non è un linguista di professione, ma un utente professionale. I linguisti intelligenti – cito qualche nome: Sabatini, Serianni, De Rienzo – lo hanno capito, e la cosa mi fa molto piacere. Per usare un paragone sportivo: io non sono un maestro di sci, ma con gli sci faccio le gare, da venticinque anni (articoli, libri eccetera). Conosco i trucchi del mestiere, e magari qualcosa posso insegnare. Per questo ho riservato solo un terzo del libro alla “diagnostica”, riportando i vizi e le infamie perpetrate sulla lingua corrente; due terzi sono occupati dalla parte “terapeutica”: come scrivere meglio. Perché si può, e impararlo è divertente.

Ogni lingua evolve. Cosa sta nascendo e cos’è in estinzione nella nostra?

Le lingue sono affascinanti perché ci permettono di scegliere. Io, ad esempio, ho scelto che ella, pronome femminile di terza persona, è finito, morto e sepolto. Ho scoperto poi che Manzoni, in una revisione dei “Promessi Sposi”, aveva già eliminato tanti egli ed ella – erano pallosi già allora. A proposito: palloso è un neologismo meraviglioso, un aggettivo di grande efficacia. Ma nell’italiano di oggi ci sono anche forme irritanti come assolutamente sì , orrenda espressione dell’anno 2007 (equivale a sì, ma è sei volte più lungo).

L’uso di termini inglesi è giustificato dal fatto che l’italiano fatica a rappresentare il moderno mondo del lavoro?

L’abuso di anglismi è sciatto e irritante. Non sono un purista: le lingue morte non le molesta nessuno, ed è salutare che l’italiano cambi nel tempo (accade da mille anni, per fortuna). Non penso certo a tradurre parole come computer, marketing o link, ma dico allegato e non attachment, scaricare e non download. Troppi anglismi denunciano pigrizia, conformismo e complesso di inferiorità. Chi dice “Devi venire asap perché dobbiamo fare un brainstorming con il ceo per settare la nuova mission” è un poveretto. L’ottavo dei miei Sedici semplici suggerimenti invita infatti a scrivere in ITALIANO. E’ una bella lingua efficace: usiamola. Ve lo dice uno che parla e scrive in inglese, quando serve.

Il danno è irreparabile?

No: basta costringere la gente a pensare. All’inizio di un corso di scrittura in Bocconi nel 2003 (da cui è nata l’idea di questo libro), ho messo nell’aula un cestino: un euro di multa per ogni parola inglese inutile, col ricavato saremmo poi andati a mangiare la pizza. Uno studente è riuscito a spendere 8 euro al primo intervento. Poi si è dato una calmata.

Internet e sms hanno influenzato il nostro linguaggio?

Il linguaggio degli sms è condizionato da fattori particolari: la fretta, l’utilizzo di una piccola tastiera, il fatto di scrivere in condizioni spesso non facili. Anche il linguaggio in chat – penso a Messenger – segue lo stesse non-regole. Si tratta di codici, per adesso: non lingue, anche se potrebbero diventarlo. Negli sms e nelle chat, quindi, ognuno scrive come vuole. Per le email, è diverso. Le considero figlie legittime delle lettere di carta. Devono seguire alcune regole: maiuscole, punteggiatura, ortografia, sintassi. Altrimenti perdono efficacia. Le regole mica le hanno inventate per niente.

E il congiuntivo?

Sapere usare il congiuntivo è come sapere usare il cambio dell’automobile: si può guidare anche con l’automatico, ma occorre conoscere anche il cambio manuale. Chi sa usare il congiuntivo ha il cervello con le marce. Aggiungo: la crisi del congiuntivo – che c’è – è legata al momento del Paese. C’è in giro una presunzione diffusa, un’arroganza sciatta: troppi sanno tutto di tutto. Come possono usare il congiuntivo, il modo del dubbio, della soggettività e dell’eventualità?

Ignorare la punteggiatura mette in difficoltà chi legge?

Ricevo email che sembra abbiano la varicella, tanto sono piene di puntini. I puntini di sospensione sono un segno di pigrizia e una piccola forma di vigliaccheria (come le virgolette, quando sono utilizzate per prendere le distanze dalle parole). Quando è difficile descrivere un’incertezza, c’è chi ricorre ai puntini, pensando che risolvano il problema. Una volta, passi. Ma se capita quindici volte in un’email, viene voglia di schiaffeggiare chi l’ha scritta – cosa che, purtroppo, non si può ancora fare per posta elettronica.

Le email segnano la disfatta della sintassi, o infondono vitalità alla lingua?

Gian Luigi Beccaria, lo storico della lingua con cui ero al Festivaletteratura di Mantova, ha appena scritto su “La Stampa” (v. Più sei secco meglio è): la scrittura è in crisi. Non sono d’accordo: per me la scrittura sta conoscendo un momento esaltante. In fondo anche l’accoglienza al mio libro lo dimostra. Il motivo? Semplice. Una email può decidere un lavoro, mantenere o rompete un’amicizia, conquistare o irritare una persona, complicare o facilitare ogni rapporto sociale. La scrittura è diventata un’indispensabile forma di comunicazione. I più svegli l’hanno capito. Gli altri, lo capiranno.

I VOSTRI COMMENTI
    • Sara | 24 luglio 2012 alle 14:46

      Ciao ho sentito che la bellissima Laura è andata su super a me mi a piacere e allora ti ho mandato un messaggino ti fa piacere???un bacio

    • Silvia | 9 gennaio 2013 alle 00:28

      Molte idee sono interessanti: le terrò presenti per qualche lezione in classe con gli alunni di quest’anno. Grazie

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