CTS News, intervista di Francesco Cafaro

Italians. Il giro del mondo in 80 pizze. Non il solito libro di viaggi. Cosa significa per te viaggiare?
 
Io non ho ancora capito se viaggio per lavorare o, invece, lavoro per viaggiare. Non ho ancora capito se viaggio perché sono diventato giornalista o sono diventato giornalista e scrittore per viaggiare. Vivo a Crema e amo la mia città, ma dopo un po’ ho voglia di andar via, di guardare altro e di imparare cose nuove. Credo che il viaggio sia questo, stimolo e fantasia. L’ho capito da ragazzo e non ho cambiato idea.
   
In questi ultimi dieci anni di viaggi – quelli raccontati nel libro Italians – c’è qualcosa che hai scoperto sull’essere italiani?
 
Molte cose. Dal 1999, quando sono all’estero per i miei libri, per servizi giornalistici o altro, cerco di ritagliare una serata per incontrare i frequentatori del forum Italians (www.corriere.it/severgnini). Sono le famose Pizze Italians (siamo ormai a 89, mappa su http://www.corriere.it/Rubriche/Italians/pizzeitalians1.shtml). Ma fin dai primi viaggi indipendenti – nel 1975, a diciotto anni, sono stato al Circolo Polare Artico con cinque amici e un minivan scassato, nel 1977 ho girato l’America in camper (volando con un biglietto CTS!) – di italiani all’estero ne ho visti tanti. Quello che ho imparato è questo: gli italiani tengono all’Italia, non staccano mai completamente, nonostante tutto quello che succede. S’arrabbiano, ma non mollano. E questo fa loro onore.  
 
Forse ci tengono più loro di quelli che rimangono?
 
Credo ci tenga anche chi resta perché, a volte, l’eroismo rimanere. All’estero si hanno più possibilità di fare confronti. Alcune enormità italiane non ci sembrano tali fin quando non le guardiamo da una certa distanza.   
 
Il titolo del tuo libro allude allo stereotipo Italiani=Pizza. Di quale stereotipo dovremmo essere fieri e quale dovremmo cancellare?
 
Lo stereotipo che dovremmo cancellare è quello dell’inaffidabilità. La reputazione di noi italiani, purtroppo, è questa: simpatici, svegli, ma di noi non ci si può mai fidar fino in fondo. Questa cosa è triste e dannosa. Tutti noi dobbiamo cercare di essere individualmente affidabili per smontare il preconcetto. Lamentarsi non serve a nulla. La pizza? Rappresenta invece una serie di stereotipi buoni. Fa pensare alla semplicità e alla familiarità. La pizza è anche economica, sociale e salutare. Cosa vogliamo di più?
 
Noi all’estero e gli altri in Italia. Quanta importanza rivestono oggi turisti e immigrati?
 
I turisti stranieri arrivano meno in Italia, rispetto al passato. Nel 1970 eravamo la prima destinazione turistica; oggi siamo al quinto posto. L’ingresso migratorio è diverso: in pochi anni abbiamo raggiunto una percentuale di immigrati dell’8-10%, simile a quella degli altri Paesi europei, che però ci sono arrivati lentamente. Recentemente ho scritto sul Corriere della Sera che l’immigrazione è un’opportunità, ma anche un trauma. Se dimentichiamo tutti i lavori utili che i nuovi arrivati svolgono nel nostro Paese, be’: allora siamo degli ipocriti. Perché il trauma, allora? Perché una società omogenea e tradizionale come quella italiana deve avere modo e tempo di adattarsi alla novità dell’immigrazione. Mi sembra che questo passaggio sia stato male organizzato. La sciatteria è pericolosa: porta all’intolleranza o peggio. Dovremmo imparare a essere severi con quelli che si comportano male e generosi con quelli che si comportano bene. Purtroppo, finora, abbiamo sbagliato su tutti e due i fronti.
 
Il tuo prossimo libro. C’è una paese su cui ti piacerebbe scriverlo?
 
Un paese che andrebbe esplorato con attenzione, perché stanno avvenendo cambiamenti molto grossi, è l’America. Obama è un presidente raro, roba che salta fuori ogni secolo. È un presidente, per impatto e novità, come lo sono stati Jefferson o F.D. Roosevelt. Ma ha di fronte un compito immane, dopo il Grande Crash.
 
Il viaggio-con-pizza di cui custodisci il ricordo più bello?
 
Mi rifiuto di rispondere perché ce ne sono davvero troppi. Non posso scordare i bambini a Manila, il mare in Medio Oriente; ricordo la pizza Italians sulla baia a San Diego, California e quella preparata dagli Alpini a Kabul. Ho tantissimi ricordi, belli e chiari. Magari non proprio il nome della pizzeria in cui sono stato nel giugno 2001 a Chicago… beh no, ricordo anche quello.
 
Il tuo compagno di viaggio ideale?
 
Due persone, entrambe irraggiungibili, per motivi diversi. Una è Tocqueville, viaggiatore francese del’800 che dell’America, e non solo dell’America, aveva capito tutto. Ha scritto di democrazia come nessun altro. L’altro compagno di viaggio ideale è mio figlio Antonio, classe 1992, che è un altro viaggiatore sveglio. Ma ha 17 anni e, quando partirà – manca poco – vorrà farlo con gli amici o la ragazza. Non certo con il papà dai capelli metallizzati. Però, con lui e mia moglie Ortensia, abbiamo viaggiato molto, in questi anni. Quindi, bene così.
 
Cosa non deve mai mancare nella tua valigia?
 
La curiosità. Il resto si può comprare sul posto.
I VOSTRI COMMENTI
    • Evan | 4 maggio 2013 alle 16:52

      Song sampled from Beppe’s interview with Fareed Zakaria.
      https://soundcloud.com/evanball/its-not-over

    • Elena Orsini | 11 maggio 2015 alle 07:31

      Carissimo Peppe, a parte il fatto che sei simpaticissimo, bravissimo come giornalista, come scrittore, come critico, e ti adoro per tutto questo, ma mi vuoi togliere una piccola curiosità : i capelli cosi stupendamente bianchi e sempre aggiustati nello stesso modo, sono proprio tuoi e hai una parrucca ?
      Scusami ma sarei contenta di una tua risposta, d’altra parte ad una signora di 75 anni si possono anche dire certe cose, non ti pare ?
      A questa età non avrei certo la sfrontatezza di dirlo in giro, la saggezza è d’obbligo, non è vero ?
      Comunque ti ringrazio se mi risponderai e ti abbraccio per tutto il tuo sapere da cui apprendo sempre qualcosa che non sapevo!
      Evviva PEPPE !!!!!!!!
      Un abbraccio
      Elena Orsini Costantini

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