Beppe Severgnini con Antonella Catena per MAX
La lingua degli anni Settanta

Come è strutturato “L’italiano, lezioni semiserie”?

Copio e incollo l’attacco della prima pagina: “Ho scritto questo libro per denunciare le violenze commesse contro l’italiano, ma non chiedo condanne. Lo scopo è la riabilitazione. Scrivere bene si può, e non è neppure difficile”.

Ha un lettore ideale?

Chi deve scrivere un tema, una relazione, un rapporto, una lettera, un breve saggio (testi non letterari, diciamo). Ma soprattutto, con “L’italiano, lezioni semiserie”, vorrei aiutare chi, ogni giorno, scrive molte email da cui possono dipendere tante cose (un amore, un’amicizia, un affare, un malinteso, una promozione).

Com’è nata l’idea?

Negli ultimi anni ho tenuto alcuni corsi sui cambiamenti nella lingua italiana – in Bocconi nel 2003, a Bruxelles nel 2004, negli USA nel 2006 – e ho pensato che quel lavoro potesse costituire la base di un libro utile. Qualcosa che in giro non c’è. Un “manuale di scrittura” semplice ma originale. Il fratello ideale di “L’inglese, lezioni semiserie”, scritto nel 1992, aggiornato cinque e dieci anni dopo, giunto ormai alla ventesima edizione.

Tra gli ultimi, qual è stato per lei il decennio più “rivoluzionario” dal punto di vista linguistico?

Tutti i periodi sono interessanti. Un decennio su cui mi soffermo nel libro sono gli anni Settanta – forse perché avevo vent’anni – e quest’ultimo, gli anni Duemila, che io chiamo “il periodo enfatico”: “straordinario” è l’aggettivo più abusato, “assolutamente sì” l’affermazione più ridicola, e il punto esclamativo va fortissimo.

Parliamo degli anni Settanta: quali le sue fonti?

I ricordi, i libri, i film, gli amici e i discorsi del periodo. Sono andato a ripescare perfino i volantini del liceo. Sono pieni di parole ridicole come “nella misura in cui”, “programmatico” e “impegnato”. Quest’ultimo aggettivo significava, in effetti, “impegnato politicamente”. Un’idea che io contestavo: non era possibile IMPEGNARSI sui campi di calcio o gareggiando con gli sci, come noi? C’era bisogno di mettersi a litigare con quattro bulletti barbuti (alcuni dei quali – era ovvio – sarebbero finiti male)?

Ogni periodo ha le sue parole-chiave?

Certo, ma non credo ci siano molti studi in materia. Ho cercato su Google e trovato poco. Ogni tanto qualche scrittore intuisce e indica qualcosa. Giorni fa Arbasino ha ricordato che gli anni ’50 erano quelli di “frescone” e “piscuano”. Vassalli parlando della lingua degli anni ‘8o ha indicato, per esempio, “motivato”. Nel mio libro ricordo come molte parole passano di generazione in generazione. In famiglia, le quarantenni dicono mostruoso e – tenetevi forte – megagalattico. Entrambi i termini vengono da Fantozzi, un film del 1975 che ha segnato il loro passaggio all’adolescenza. Giorni fa Valentino Rossi, pescato dall’Agenzie delle Entrate, ha detto “contro di me, accertamenti megagalattici”. Secondo me, l’ha imparato dalla mamma – l’aggettivo, non le furbizie col fisco.

Altre caratteristiche di quel decennio?

Direi una sorta di “principio antiautoritario”, anche nel linguaggio. La linguistica negli anni ‘70 ha registrato una grande espansione. Luca Serianni ricorda il rigetto del libro di grammatica. Nel 1975 – l’anno della mia maturità classica! – escono le “Dieci tesi per l’educazione linguistica democratica”. Il linguista Raffaele Simone, autore di “Libro d’italiano” (Le Monnier, 1978) ricorda agli studenti che “le regole non sono imposte da Dio, non sono fissare per l’eternità” (condivisibile). Simone arriva però a scrivere, sulla differenza gli/le per dire “a lui/a lei”: “…gli italiani non fanno più distinzioni, quindi bisogna concludere che l’uso del solo gli è OGGI quello giusto”. Curiosamente, “dopo i roventi anni Settanta, la distinzione gli/le si è consolidata” (cito ancora Serianni).

Si può parlare di un linguaggio del ‘77, a livello politico ma non solo? Gli slogan urlati e scritti sui muri delle aule, certe espressioni tipiche delle assemblee, i “suoni da fumetto” dei cortei degli indiani metropolitani, poesie e canti nelle feste…

Sì, tutto questo c’era. “Date l’assalto al cielo!”, e altre cose meno innocue. Ma ripeto: non cadiamo nel trabocchetto. Il 1977 non è stato solo politico. Molti italiani in quel periodo hanno scoperto Bruce Springsteen, che trasformava in un luogo mitico anche la tangenzale di Milano. Ecco: “Born to run” è meno importante di “Carabiniere, sbirro maledetto / te l’accendiamo noi la fiamma sul berretto”? Io credo di no. E diciamolo: è molto più intelligente.

Alla presentazione del libro di Enrico Franceschini a Milano lei ha detto: “Leggevamo gli stessi libri e vedevamo gli stessi film, ma la nostra è stata un’esperienza diversa”.

Mettiamola così: quello che io vedevo in fondo a una strada americana, in quell’estate del 1977, il mio amico, collega e coetaneo Enrico Franceschini lo trovava in un cortile di Bologna. Erano gli anni dell’antiautoritarismo instintivo, della confusione romantica, dell’altruismo, della diffidenza verso i fratelli maggiori (il sogno burocratico del ‘68 era comandare; oggi molti ci sono riusciti, e chi lo schioda più).

Una definzione della vostra generazione, quella che aveva vent’anni nel 1977?

Una generazione poetica e provvisoria. Qualcuno espulso, come me e tanti altri, a scoprire il mondo e imparare l’inglese. Altri rimasti in mezzo al trambusto dell’Italia che cambiava: nelle case, nelle piazze, nelle aule, nei letti.

La sua Polaroid del ‘77? 

Le leggo la chiusa di un capitolo in un altro mio libro, “Italiani si diventa” (Rizzoli 1998), una sorta di autobiografia generazionale. “Abbiamo una fotografia color seppia, scattata quel pomeriggio dell’agosto 1977 su una panchina di Boulder, Colorado. Quattro di noi guardano in macchina; due seguono qualcosa con gli occhi. Sembra la copertina di un disco, e tutti noi l’abbiamo appesa da qualche parte, perchè è perfetta: chi l’ha scattata è riuscito a cogliere il momento irripetibile in cui i nostri vent’anni si intersecavano, e volevamo tutti le stesse cose. E’ un autoscatto, naturalmente.”

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