Telecomandati e microregolati (dal Corriere della Sera)

Telecomandati e microregolati. E’ lo strano destino di un paese che non riesce a trivare una guida normale. Telecomandati dall’Europa: ormai ci dice quotidianamente ciò che dobbiamo fare, e ci sgrida per quel che (non) abbiamo fatto. Microregolati nelle nostre città grandi e piccole, che tengono botta, sebbene prendano botte, sotto forma di tagli e vessazioni varie.

L’ultima, per fortuna, è rientrata. Se abolire le province – tutte – ha senso, l’idea di cancellare i comuni sotto i mille abitanti è balzana. Quella è l’Italia, imperfetta ma orgogliosa, che raccoglie (quasi sempre) la spazzatura, che spesso assiste gli anziani, che incontra il sindaco in piazza e guarda, con uno stupore pari al raccapriccio, lo spettacolo della politica nazionale.

Se fosse un film, dovremmo dubitare della salute mentale dello sceneggiatore. Il governo ha provato più manovre di un ragazzino durante la scuola-guida. Il presidente del Consiglio appare stanco, e completamente assorbito dai casi suoi; ma il partito – come se negli ultimi due anni non fosse successo niente – vuole ricandidarlo nel 2013, contraddicendo tutti i propositi di rinnovamento.

L’opposizione, forse temendo di dover prima o poi governare, litiga e esita: perfino davanti a una scandalosa legge elettorale, quando dovrebbe portare il referendum in corteo, come un gonfalone. La terza forza futura? Continua a scaldarsi a bordo campo. Peccato che, tra poco, finisce la partita.

E finisce male, se non stiamo attenti. Torno da Bruxelles, dove mi sono sentito dire da gente che conta: l’Italia non c’è. Nel momento in cui ci sarebbe bisogno dell’energia e del coraggio di uno dei fondatori dell’Unione Europea, il nostro paese appare stordito, ha continuamente bisogno di indicazioni e istruzioni. La Banca Centrale Europea e la Commissione Ue, a turno, si sono assunti questo compito da baby-sitter: faticoso per loro, umiliante per noi.

Bruxelles, ieri, ha fatto sapere di guardare "con preoccupazione" alla rilevanza data nella manovra alle misure anti-evasione. Il portavoce del commissario per gli Affari economici e monetari Onli Rehn ha invitato a non farci "eccessivo affidamento", poiché l’impatto sui conti pubblici "è difficile da quantificare". Ovvio: soprattutto se le soluzioni proposte cambiano ogni giorno.

"Tutta questa bellezza senza navigatore", recita una canzone di Ligabue ("Buonanotte all’Italia"). E’ il riassunto, vagamente dantesco, di una situazione nota. Ma chi ci guarda da fuori – gli organismi internazionali, i mercati finanziari – non sempre ha l’animo disposto alla poesia. Vuole sapere, molto prosaicamente, cosa intendiamo fare per rimettere in ordine le nostre finanze pubbliche.

Le persone dentro le istituzioni internazionali e gli investitori dietro gli schermi dei computer sanno che le famiglie italiane sono tra le meno indebitate dell’Occidente, ma ricordarlo ora – come ha fatto più volte il governo – non ha senso. L’Europa e i mercati vogliono sapere un’altra cosa: riusciremo a finanziare il nostro gigantesco debito pubblico? In che modo il governo-cicala – e sarebbe potuto andar peggio, senza il cocciuto Tremonti – convincerà le famiglie-formiche a tirar fuori il grano, ora che viene l’inverno?

In attesa di conoscere la risposta – la manovra è ormai un testo esoterico, meglio vedere cosa uscirà dal Parlamento – la nazione stringe i denti e va avanti. Ha perso perfino la voglia di litigare, ed è tutto dire. I sostenitori di Silvio Berlusconi e Umberto Bossi non hanno più la forza di difenderli (e come si fa?). Gli oppositori non hanno più la forza di opporsi (ammesso che l’abbiano mai avuta). I fulmini economici e la grandinata di scandali ci hanno tramortito. Un’Italia esausta, in mezzo alla tempesta, si attacca dove può: in alto, all’Europa; in basso, al luogo dove vive.

Telecomandati e microregolati. Certo: se fossimo anche guidati, sarebbe meglio.

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