In quei magici sessanta secondi (dal Corriere della Sera)

Ogni sessanta secondi partono 168 milioni di mail, Google risponde a 695.000 domande, Facebook aggiorna altrettanti status, YouTube riceve 600 nuovi video, Twitter pubblica 98.000 tweet e Skype gestisce 370.000 minuti di conversazioni.

Sarebbe interessante chiedere un commento a chi quindici anni fa – l’infanzia di internet in Italia – liquidava la rete come una moda passeggera, un vezzo, una distrazione per ragazzi e finti giovani. Non è andata così, ed è bene ogni tanto ricordarlo. Non per umiliare chi ha sbagliato previsioni; ma per complimentarsi con chi, invece, le ha imbroccate. E magari si è regolato di conseguenza.

Oggi può indossare quel minuto come una medaglia. Oppure appendersi in ufficio il grafico «Things That Happen On Internet Every Sixty Seconds» prodotto dalla Shanghai Web Designers. Mentre beviamo un espresso al bar, l’umanità – non tutta, ma sempre di più – si è combinata, parlata, informata, mescolata come le molecole di quel caffè. Per fare cose utili e inutili, fondamentali e irrilevanti, splendide e sciocche. Senza un’idea di fondo ma sfruttando, abilmente e istintivamente, un vantaggio.

Rileggete il primo paragrafo: qual è il comun denominatore di questi nuovi strumenti? La gratuità. Posta elettronica, Google, Facebook, YouTube, Twitter e Skype – i grandi dominatori del Web 2.0, insieme a Amazon – non costano praticamente nulla. Si è molto ragionato sul "modello di business" che si può costruire su questa base; si è parecchio discusso se il valore attribuito alle azioni di queste società possa essere giustificato (risposta: no). Forse abbiamo pensato meno ai vantaggi evidenti che quest’attivismo ha portato nelle nostre vite.

C’è, per esempio, un’Italia precaria e coraggiosa che in questo modo tiene la testa fuori dall’acqua della stagnazione economica. Soldi pochi, pensioni niente. Ma almeno può scriversi, informarsi, telefonare all’estero, concludere accordi e inventarsi mestieri grazie alla gratuità di internet. Dovesse pagare queste attività – in un Paese cresciuto in dieci anni meno di ogni altro sul pianeta (a parte Haiti e Zimbabwe) – un’intera generazione sarebbe vicina al suicidio sociale. Qualcuno lo spieghi al ministro Brunetta. Facebook ha fatto più di lui, e non svillaneggia i suoi utenti.

C’è chi gioca, in quei magici sessanta secondi; ma c’è chi inventa, prova e costruisce. Nel loro libro "Banda Stretta" (Rizzoli-Bur) – un testo da imporre nelle scuole: ai professori, ovviamente – Francesco Caio e Massimo Sideri ricordano ripetutamente come internet veloce consenta ai piccoli di competere coi grandi. Fino a pochi anni fa, per distribuire un video era necessario avere accesso alla televisione, e per diffondere un commento occorreva l’ospitalità di un giornale o di una radio. Oggi è tutto aperto, possibile e senza costi. Solo la quantità è un ostacolo; ma la qualità, prima o poi, rimedia.

In rete passano cose brutte, come sappiamo. Ma passa anche, e soprattutto, il profumo del mondo. Hal Varian, chief economist di Google, nel 2009 si accorse che l’aumento delle ricerche su auto e vacanze anticipava invariavibilmente maggiori vendite di quei prodotti. Uno studioso della Indiana University, Johan Bollen, si è messo a studiare i tweet pubblicati in un giorno. Si è accorto che a ogni aumento dell’ansia – uno dei sette componenti dell’umore collettivo, a suo giudizio – corrisponde una caduta dell’indice azionario (dopo tre giorni, in media).

Il suo algoritmo, pubblicato in febbraio dal Journal of Computational Science, è stato ceduto a un hedge fund di Londra. Noi che sappiamo leggere anche l’ironia – a differenza dei computer cui vengono affidate queste ricerche – possiamo aggiungere una cosa: nonostante la pigrizia o la miopia di molti uomini, altri uomini usano ogni strumento possibile affinché il mondo vada avanti. L’hanno fatto anche nei 180 secondi necessari per leggere questo articolo, durante i quali sono partite mezzo miliardo di email.

Non tutte inutili, credetemi.

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