Multietnici sì, multiculturali no (lezioni d’inglese per l’Italia) (dal Corriere della Sera)

«Sotto la dottrina del multiculturalismo di Stato, abbiamo incoraggiato culture differenti a vivere vite separate, staccate l’una dall’altra e da quella principale. Non siamo riusciti a fornire una visione della società, alla quale sentissero di voler appartenere». Così David Cameron ieri, alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco.

Gli inglesi non sempre sono rapidissimi, ma ci arrivano. Il multiculturalismo – ognuno faccia ciò che vuole, basta rispettare alcune regole-base di convivenza – è stato, per la Gran Bretagna, una scelta dovuta a una necessità. Come l’immigrazione di massa, conseguenza di una poderosa storia imperiale. Integrare e motivare milioni di persone diverse per etnia, storia, religione e condizione economica era un’impresa troppo grande, per un Paese uscito stremato dalla seconda guerra mondiale.

Quando l’umore e i redditi sono migliorati, si sarebbe potuto tentare esperimenti più ambiziosi. Ma si è scelto di chiamare rispetto la rassegnazione e cautela l’impotenza. Le conseguenze si sono viste nel tempo. Gli anni Ottanta, in Gran Bretagna, sono stati costellati da incomprensioni, incidenti e imbarazzi: dalle rivolte nei quartieri-ghetto alle bimbe islamiche che pretendevano di entrare in piscina col pigiama. La rivoluzione cosmetica di Tony Blair, negli anni Novanta, ha coperto le magagne con le parole. Mentre Londra spendeva e brillava, nel resto del Paese molti staccavano la spina. Lavoro e silenzio. Questo erano pronte a offrire tante famiglie d’origine asiatica – ma non molto di più.

"Una società passivamente tollerante rimane neutrale tra valori differenti. Un paese davvero liberale fa molto di più. Crede in certi valori e li promuove attivamente" ha detto David Cameron in Germania, sotto lo sguardo d’approvazione di Angela Merkel. Sembra il riassunto – ripulito e retoricamente efficace – di tanto cinema e letteratura britannica di questi anni.

Si è capito, per esempio, che permettere a un padre bengalese di scegliere il marito per la figlia, e chiuderla in casa se rifiuta, non è multiculturalismo: è una crudeltà e un errore. In "Beauty", bel romanzo del 2009, si narra una vicenda simile. Una ragazza di Wolverhampton – Beauty, bella di nome e di fatto – fugge da casa per evitare un matrimonio forzato con un uomo anziano in Bangladesh; incontra la burocrazia britannica e alcuni inglesi strampalati che, a modo loro, l’aiutano. Tornerà in famiglia, dove hanno capito la lezione. Sebbene l’autore, Raphael Selbourne, abbia vissuto in Italia, il libro non è stato tradotto. Dovrebbe, perché queste vicende sono accadute, accadono e – se non stiamo attenti – accadranno sempre di più anche da noi.

A meno che ci muoviamo: è ora. Il Paese multietnico è una realtà; se gestito bene, una ricchezza. Il Paese multiculturale diventa invece, inevitabilmente, un luogo di ghetti, incomprensioni e solitudini. "Alcuni giovani musulmani si sentono sradicati", ha spiegato Cameron. Vero e pericoloso, dovunque. Magdi Allam parlava di "schizofrenia identitaria": un buon riassunto di una cattiva situazione che può diventare pessima. Pensate agli attentati di Londra (2005), bombe nel metrò e sugli autobus. Azioni pianificate e messe in opera da ragazzi cresciuti in Gran Bretagna.

L’Italia ha avuto un impero-bonsai: nulla di simile agli altri grandi Stati europei. Negli anni della ricostruzione postbellica e del boom economico la manodopera è arrivata dal sud, non dall’estero. Se il nostro Paese ha una vita politica spesso grottesca, possiede un’economia reattiva e uno stile di vita contagioso. Molti dei nuovi arrivati lo hanno adottato perché gli piaceva, non perché gli è stato imposto. Diamo loro diritti e doveri; e la cittadinanza a chi nasce qui. Altrimenti gli adolescenti di oggi diventeranno i clandestini di domani: è questo che vogliamo?

Possiamo non commettere gli errori degli altri. Anzi, per una volta partiamo avvantaggiati. I nostri leader devono avere il coraggio che ha avuto David Cameron, un conservatore che – si ha l’impressione – Gianfranco Fini invidia molto (ha il governo, più voti, meno anni). Certo: le nazioni multietniche devono inventarsi il futuro, a costo di rischiare qualcosa. Devono coinvolgere i nuovi arrivati in un progetto comune. Se la nuova Italia non sarà di tutti, infatti, sarà un posto più povero e triste, capace di procurarci meno soddisfazioni e più guai.

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