People are crazy and things have changed (Introduzione a L’Europeo / numero sugli anni Duemila)

People are crazy and things have changed.

La gente è pazza e le cose sono cambiate. Bob Dylan lo cantava nel 1999: come al solito, un buon profeta. Cambiamento e confusione sono stati il marchio di fabbrica degli anni Duemila. Stiamo andando da qualche parte. Ancora non è chiaro dove.

People are crazy and things have changed. L’ho riascoltata guardando "Wonder Boys" di Curtis Hanson, con Michael Douglas, basato sul romanzo di Michael Chabon. Dylan non voleva saperne di occuparsi della colonna sonora, poi l’hanno convinto. Bel film, magnifica canzone. Tra giovani aspiranti scrittori e adulti aspiranti marijuana passava lo spirito del tempo. Sullo sfondo post-industriale di Pittsburgh – fabbriche e neve, neon e vecchie case – la sensazione che la gente fosse confusa, e le cose stessero per cambiare.

E’ accaduto. Sono cambiate.

Raccogliere dieci anni in poche frasi è un’impresa disperata. Un decennio non è mai una misura cronologica esatta, né la somma dei grandi episodi. Di trasformazioni epocali si parla spesso a vanvera. Gli anni diventano epoche – un titolo di nobiltà – solo col tempo. E’ appena toccato agli anni Ottanta, aperti da Reagan e dalla Thatcher e chiusi dal tracollo dell’Unione Sovietica. Gli anni Duemila sono, insieme, troppo vicini e troppo complicati.

Non credo rappresentino un inizio. Semmai la continuazione di un periodo iniziato proprio con la fine del comunismo, uno degli esperimenti più ambiziosi e disastrosi dell’umanità, tumulato sotto il cemento del muro di Berlino. Non è finita la storia, come ha sostenuto imprudentemente qualcuno. Ma il secolo breve, secondo la definizione di Eric J. Hobsbawm, è terminato lì. Gli anni Novanta sono stati un post scriptum. Il decennio delle illusioni, crollate sotto altro cemento, quello delle Torri Gemelle a Manhattan.

L’eventuale cesura è stata segnata dalla consapevolezza. Dopo l’11 settembre 2001 – lo abbiamo capito tutti – il mondo andava ripensato. L’uso aggressivo della religione ci svegliava dal sogno pacifico, ma forse egoistico, della globalizzazione. L’America, traumatizzata, ha reagito in modo impulsivo, affidandosi a un presidente inadeguato come George W. Bush, eletto in modo controverso. S’è infilata in due guerre – una assurda (in Iraq), l’altra complicata (in Afghanistan) – e ha conosciuto scossoni d’altro tipo. La crisi dei mutui subprime, la bolla immobiliare e il crollo di Wall Street (2008) non sono state solo vicende economiche, ma sconvolgimenti nazionali. E’ entrato in crisi un modello di vita basato sull’ottimismo e l’indebitamento. La misura del trauma è data dall’elezione di Obama. Una scelta, insieme, coraggiosa e disperata. Mai un presidente quarantenne nero avrebbe varcato la soglia della Casa Bianca, altrimenti.

Uno delle poche linee stabilmente in crescita, nel grafico degli anni Duemila, è quella della Cina. Ma neppure gli indiscutibili successi di Pechino – guardiano dell’Asia, banchiere dell’America, fornitore dell’Europa, minatore del mondo – hanno tolto agli USA la capacità di guidare il mondo. Internet, nanotecnologie e biotecnologie – pensate a cosa ha significato la mappatura del genoma umano – sono settori dove gli Stati Uniti continuano a dominare, come dimostrano fatturati e premi Nobel. E costituiscono prove di lungimiranza.

Il capitalismo americano può piacere o non piacere. Ma è ancora capace di reinventarsi e ridisegnarsi: se dovessimo trovare un’icona degli anni Duemila, sceglieremmo il trittico iPod-iPhone-iPad, prodotti Apple (Cupertino, California). Simboli di un decennio asciutto, economicamente e stilisticamente. Guardando i prodotti rappresentati nel "2001 Book of The Year" dell’Enciclopedia Britannica, nello speciale "Design for the Third Millennium", è facile misurare la distanza trascorsa. Il Palm VII Digital Assistant, la Chrysler PT Cruiser e il Motorola Talkabout sembrano oggetti di modernariato.

Le nuove idee hanno trovato nelle università americane l’incubatore naturale. Un incubatore caotico, frenetico e rischioso, com’è prevebile. Ma formidabile, com’è la gioventù. Chi avesse dubbi torni a vedere il film "The Social Network", dove si racconta la nascita di Facebook a Harvard (2004), grande protagonista degli anni Duemila, insieme a Google (1999), ideato da due studenti di Stanford. Capirà perché l’America sopravvive alle ondate del mondo e agli squali di Wall Street. Perché la sua parte migliore – c’è anche l’altra – non frustra i ragazzi; li incoraggia. Non li sfrutta; ci investe. Non li investe di rampogne; ne accompagna il volo nella vita. Non è bontà: è bassa, egoistica lungimiranza.

Quella lungimiranza che è mancata all’area del pianeta dove si vive meglio, al punto da essere diventata la meta di molte, disordinate migrazioni: l’Europa. "Viva la vida" dei Coldplay è la colonna sonora del decennio; Harry Potter il fenomeno editoriale e cinematografico. Entrambi celebrazioni di una conquista raggiunta, ma simboli di una tensione che cala. Se vi chiedessero a bruciapelo quali sono state le grandi notizie europee degli anni Duemila, pensereste ad alcuni personaggi politici (Merkel, Sarkozy); a qualche avvicendamento (i giovani conservatori britannici al posto degli ex-giovani laburisti); all’evoluzione della Polonia e all’involuzione della Russia; alla conferma della Germania, che nel Mondiale di calcio 2006 ha festeggiato la liberazione definitiva dai brutti ricordi. Manca tuttavia il marchio di una novità epocale. L’Europa del 2010 non è così diversa dall’Europa del 2000. Ha vissuto ed è sopravvissuta: questa, forse, è la notizia.

L’esercizio potrebbe essere ripetuto per centinaia di altri Paesi, alcuni importanti, altri convinti di esserlo. Cosa ricordiamo degli anni Duemila? Il ricordo è un selettore crudele ma efficace. Molti risponderanno: la lenta riscossa del Sudamerica, l’immobilismo del Medio Oriente, l’avanzata dell’India, la stabilità australe, i microprogressi dell’Africa, che ha potuto ceòebrare il Mondiale di calcio in Sudafrica (2006): padrona di casa e spettatrice, come spesso le è accaduto nella storia. Sono linee di tendenza importanti. Forse più importanti, in prospettiva, delle tragedie che hanno concentrato l’attenzione del mondo a metà decennio: le bombe di Madrid (2004) e Londra (2005), lo tsunami nel Sud-est asiatico (2004).

Anche la nostra Italia frastornata, che nasconde l’ansia dietro i gadget, gli hobby e i sorrisi, ha attraversato un decennio strano. Molti addii – Giovanni Paolo II, Montanelli, Biagi, Sordi, Mike Bongiorno, Monicelli – qualche nuovo arrivo tra cui l’euro (2002), che otto anni dopo è ancora in neonatologia finanziaria. La cronaca è stata dominata da orrendi delitti, diventati spettacolo televisivo: da Novi Ligure ad Erba, da Cogne a Garlasco, da Perugia ad Avetrana. Un’ossessione che dimostra un’involuzione. Una nazione che ha un’idea narrativa di se stessa – sentirsi al centro di una vicenda che va avanti – non si perde nelle storie macabre.

Il dominatore italiano degli anni Duemila è stato Silvio Berlusconi. Trionfatore nel 2001 e nel 2008, sconfitto di misura nel 2006, non ha saputo trasformare il successo elettorale in conquista politica. La riforma delle giustizia e la riforma fiscale non sono arrivate. Le regioni continuano a spendere troppo e male. L’Italia è cresciuta meno di qualsiasi Paese della zona euro, e dal 1999 ad oggi è stato bruciato il 180% del capitale delle società quotate in Borsa. Berlusconi ha saputo però instaurare una lunga complicità con gli italiani: avallandone tutti gli istinti ha mantenuto la popolarità, ma non ha educato il suo popolo.

Il decennio italiano si chiude – non a caso – sotto il suo segno. Ma le stelle che lo formano si vedono meno. Colpa delle nuvole o dell’alba che s’avvicina: la scommessa italiana degli anni Dieci è tutta qui.

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