Azzurri e incompresi alla fine del mondo (dal Corriere della Sera)

C’è chi, a Johannesburg, si ritrova trentasei bionde olandesi in minigonna; e chi, qui a Città del Capo, si becca due ore di pioggia e vento. Vita da stadio: bello comunque. I sudafricani si stanno divertendo, e li capisco. Una nazione in movimento sa che questa è una tappa importante. Tutti dietro i bafana bafana,  neri e bianchi, bandiere al vento e vuvuzela pronte. Li ho visti: è vero.

La titanica FIFA (208 membri), che tutto vede e molto incassa, gongola. E’ l’organizzazione mondiale più autorevole ed efficiente. Se l’ONU (192 membri) fosse altrettanto rispettata, il mondo girerebbe meglio. Il calcio tiene insieme Israele e la Palestina, Cina e Taiwan: ci provi, la politica. Italia e Paraguay, Brasile e Corea del Nord, Giappone e Camerun: le combinazioni sembrano state decise da un bambino puntando il dito sul mappamondo. Ma funziona.

A Green Point Stadium osservavo i ragazzi vestiti d’azzurro correre alla fine di un continente. Credo non pensassero solo ai venti milioni d’italiani che li stavano guardando; ma anche a queste città che intravedono, agli avversari che sorridono e picchiano, alle luci identiche che illuminano la sere del pallone. Strano star lì tra altri tifosi dell’Italia che non parlavano italiano. Frotte di nipotine d’immigrati; e un gran numero di stranieri affascinati dalla squadra che – col Brasile – raccoglie più simpatie neutrali. Anch’io, con loro, ho suonato la vuvuzela: soffiare è un modo patriottico per riscaldarsi.

Il mondo del calcio, invece, poco ci ama e  meno ci considera. La mancanza di grandi nomi raffredda gli sponsor. L’assenza degli azzurri nei campionati d’altri Paesi ci inserisce nella categoria – quasi coloniale – dei pesi massimi: siamo importatori netti (come l’Inghilterra e la Germania), mentre i convocati delle cinque nazionali africane – con l’eccezione di quella di casa – giocano tutti all’estero, meno cinque. La vittoria imprevista del 2006 indispettisce i commentatori che – senza poterlo dire – pensano che quel titolo mondiale valga il titolo europeo della Grecia due anni prima: uno scherzo del destino e un miracolo della difesa, una pratica sportiva ontologicamente antipatica. Il business del calcio vive sui gol, e chi li impedisce non collabora.

Ma è forse questo che cerchiamo (Lippi, di sicuro). La sensazione d’essere incompresi, soli e lontani, in questi stadi alla fine del mondo. Dietro la porta di Buffon, lunedì sera, c’era solo l’Antardide; di fronte a lui un continente immenso per cui il pallone è un’illusione di equità. Uguale per tutti, potrebbe riservare sorprese. Guardate correre i calciatori africani e capirete che è solo una questione di tempo. Quando i piedi obbediranno perfettamente ai muscoli, il calcio finirà come il basket. Uno sport dove l’Europa pallida – se continuerà a fare del suo pallore una strategia – sarà comprimaria.

Ma c’è tempo. Intanto c’è un’intera nazione davanti a una birra e a un televisore, che sogna a colori e vuol dimenticare i suoi guai. In questo i sudafricani ci somigliamo. Forza azzurri, avanti bafana bafana: abbiamo tutti bisogno di sorrisi e buone notizie.

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