Ci avessi preso così anche col calcio e la politica, accidenti (dal Corriere della Sera)

Avessi trent’anni di meno, e dovessi pensare a un mestiere, sceglierei di nuovo  il giornalismo. Oppure – perché no? – la pubblicità. Qualcuno dirà: perché non le piattaforme petrolifere o il collocamento dei bond greci, visto che le piacciono le cose complicate? Risposta: perché le difficoltà sono energetiche. E’ l’abitudine che spegne le teste e le professioni.

Certo: i giovani colleghi si affacciano sul mondo del lavoro nel momento più schifoso a memoria di cronista; e devono pure scontrarsi con i nostri egoismi. Ma hanno a disposizione un mezzo meraviglioso: internet. Solo la generazione degli anni ’30 ha avuto la stessa fortuna, negli anni ’50: nasceva la televisione. E i ventenni erano lì, a farle da ostetriche e da balie.

Oggi è  perfino meglio. Per lavorare in TV occorreva – occorre ancora  – una TV. Per cominciare a lavorare su internet – sì, anche in video – bastano un computer e una telecamera. E idee, ovviamente. Le possibilità di creazione, trasmissione, fruizione e condivisione sono spettacolari. Domanda: tutta questa meraviglia serve per pagarsi l’affitto? 

Qui entrano in gioco i pubblicitari. Puntare su internet  è un azzardo?  Non avrà ragione Eric Clemons (Wharton School), per cui della pubblicità in rete "non ci fidiamo, non abbiamo voglia, non  abbiamo bisogno"? Risposta: no, ha torto. Certo, bisogna scegliere tempi e mezzi giusti. I social networks non sono adatti –  la pubblicità su Facebook infatti non decolla – mentre funziona quella che precede i video, per esempio.  Già tre anni fa DoubleClick (poi comprata da Google) segnalava che un video aveva lo 0,4%/0,7% di possibilità d’essere cliccato, contro lo 0,1%/0,2% di un’immagine (web banner con relativo link).

Qualcuno dirà: i video? ma chi li guarda? Be’, tanta gente.  Nel dicembre 2009, negli USA, ne sono stati visti 33 miliardi; nel dicembre 2007 erano 10 miliardi. In Europa ci arriveremo. Oggi  in Francia,  Germania e UK ci sono 30 connessioni banda larga ogni 100 abitanti; in Italia e Spagna 20.  Numeri che crescono in fretta. Gli adolescenti – se ne avete uno per casa, lo sapete – consumano video a go-go: professionali (come quelli su Corriere TV e Gazzetta TV) e generati dagli utenti (il 23 aprile YouTube ha compiuto 5 anni).  In Italia – ricorda Emilio Pucci di e-Media Institute – si vendono 5 milioni di televisori l’anno (uno ogni cinque famiglie!): i nuovi modelli sono già attrezzati per la banda larga (OTT, Over the Top Television). E vedrete il botto di iPad, se non verrà strangolato in fasce dalla scarsità di wi-fi, su cui il governo sembra puntare poco (sarà un caso?).

Ecco: questo pubblico dobbiamo imparare a servire (noi giornalisti); in questo mercato dovete provare a investire (voi pubblicitari e aziende). Costa poco, per ora: è il tempo, meraviglioso e incosciente, degli esperimenti. Dite che mi illudo? Be’, nel 1995, appena arrivato al "Corriere" dall’America, ripetevo alla noia che internet ci avrebbe cambiato la vita: e qualcuno mi dava del matto.

 Ci avessi preso così anche col calcio e la politica, accidenti.

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