Il Sud ha perso, ha vinto il Sud (dal Corriere della Sera)

"Il pomodoro oggi si ritrova in ogni sugo, anche dove non c’entra nulla, come sul pesce o nel nero di seppia. Il pomodoro è il vero simbolo nazionale. Se un italiano ha una macchia sulla camicia, è una macchia di pomodoro".
La vittoria del pomodoro. Sarebbe stato un gran titolo, perché l’intuzione è secca, brillante e convincente: l’Italia s’è meridionalizzata. Non è un’accusa, un rimpianto o una denuncia, quella  del piemontissimo Aldo Cazzullo, autore di L’Italia de noantri (Mondadori, 176 pagine): è una constatazione.
"I miei nonni non avrebbero mai mangiato una pizza. Non soltanto hanno chiuso gli occhi senza mangiarla; non l’avrebbero mai mangiata, per quanto verso la fine della loro vita, nel centro di Alba, quasi sotto casa, una famiglia di immigrati dal Sud avesse aperto una (ottima) pizzeria, con i tavolini fuori". L’Italia de noantri attacca così, scegliendo la pizza, prodotto intelligente e popolare, come esempio di un fenomeno inarrestabile: ormai siamo tutti meridionali.
Il fulcro del libro si trova in un’affermazione a pagina 42: "Dico che Roma e il Sud, sempre più simili tra loro, hanno acquisito una centralità, imposto un’egemonia culturale, innestato sul particolarismo diffuso anche al Nord uno stile di vita rilassato, a volte indolente, poco disposto al sacrificio, poco interessato al bene comune".
Badate bene: Cazzullo  non ha soprassalti leghisti – non mostra alcuna indulgenza per il Nord, come vedremo – e prova tenerezza, in fondo, per la società che descrive. Il piemontese in lui è attratto dalla passione, dall’inventiva, dall’intuizione; ma vede  dove ci stanno portando queste cose, slegate dall’onestà individuale e dal senso civico. Allo stesso modo è attratto, quasi controvoglia, dal fascino escatologico delle tonache, che dentro e fuori il Vaticano riproducono molti meccanismi italiani: la generosità egocentrista dei "pretacci" di strada", il machiavellismo morbido di alcuni cardinali.
L’Italia de noantri  è più pamphlet che un libro, e questo non è riduttivo, anzi: l’autore ha un’idea, e cerca di convincerci. Le pagine migliori, a mio giudizio, stanno nella prima metà del libro. Il primo capitolo si chiama "Il Diavolo sulle Langhe": titolo pavesiano, citazioni di Beppe Fenoglio, sapori simili a quelli di un libro di Giorgio Bocca, forse il suo più bello: "Il provinciale".
C’è molta dolcezza, nel ricordo; c’è tanta amarezza, nel racconto di alcune vicende recenti. Per esempio la gestione del Premio Grinzane Cavour da parte di Giuliano Soria, poi finito in carcere ("Scrittori, critici, giornalisti aviotrasportati ai Caraibi, felici come bambini in gita tra una conferenza-stampa, un mojito e una bagno sulla barriera corallina"). Scrive Cazzullo:  "Il ‘diavolo’ Soria, le cui malefatte saranno come quasi sempre ridimensionate nei processi, indica come pure sulle colline è caduta ogni difesa: nel nome della Langhe e di Cavour, anche il vecchio Piemonte – come da sempre l’eterna Napoli borbonica, come l’infida Roma papalina  – oggi può felicemente vendere pastiglie per trasformare l’acqua in benzina al mondo intero,  Nobel inclusi".
L’Italia dei noantri è "la famiglia, il campanile, il clan, il partito, la fazione, la corporazione, la curva da stadio, il mandamento mafioso". Un euro su tre che circola nel nostro paese è frutto di affari illegali o criminali –  e questa, scrive  l’autore, "non è l’economia del Sud, è l’economia italiana".  Prosegue: "Il degrado dei rapporti umani, la scortesia dilagante, la mercificazione dei valori sono forse esclusiva di una porzione del territorio nazionale? Non avete avuto sentore che a Bolzano come a Lecce, in Basilicata come in Valle d’Aosta (la regione che ha il record dei presidente arrestati per corruzione: quattro di fila) la politica sia diventata la prosecuzione degli affari con altri mezzi?".
La politica: nel libro c’è, ma non domina. Come se l’autore fosse consapevole che è un riflesso dell’Italia dei noantri, non la causa. A Silvio Berlusconi è dedicato uno dei sette capitoli ("Il Cavaliere di Napoli"): un modo di dichiararlo un meridionalissimo settentrionale, qual è. Scrive Cazzullo: "Berlusconi, a differenza di Mussolini, non ha mai preteso di cambiarci. Lui ha aderito agli italiani. Ha intepretato lo spirito profondo del paese, ha dato al linguaggio goliardico da spogliatoio maschile la dignità di linguaggio pubblico, ha detto le cose che i democristiani osavano a malapena pensare, ha rivendicato ciò che prima si taceva, ostentanto quello che si faceva di nascosto. Libero il lettore di decidere se sia una conquista o una caduta." E la Chiesa, cosa pensa di lui? "La maggioranza dei prelati – spiega Cazzullo con amabile perfidia –  lo vede come un moderno Eliogabalo, un imperatore pagano con cui venire a patti"
Avere un tesi di fondo – la meridionalizzazione galoppante – non impedisce all’autore escursioni felici nell’Italia che incontra.  Roma, dove l’autore vive da undici anni,  è protagonista di alcune delle pagine più indovinate. Roma che giocherella col fascismo. Roma "sempre meno ministeriale, indolente, meridiana, sempre piùà terziaria, veloce, notturna". Roma che "sulla Nomentana, alle 8 del mattino, pare Jaipur".  Talvolta sono citazioni, come quelle iniziali, appaiate e memorabili, di Lucio Anneo Seneca e Fabrizio Corona, i due estremi dello stile italiano. Talvolta è uno scatto d’indignazione, a dimostrazione che ci si può accorgere di una tendenza, ma non è obbligatorio accettarla. "A Roma i permessi per handicappati sono 63mila, associati a 170mila targhe. Praticamente, ci sono più disabili nella capitale che in tutta l’Italia alla fine della Grande Guerra."
Per erigere la sua costruzione, per spiegare che i meccanismi del sud (buoni e meno buoni, inquietanti e angelici) hanno ormai segnato la convivenza italiana, l’autore cerca mattoni dovunque. E li trova. Dall’alimentazione alla politica, dalla storia alla religione, che nel libro ha un peso importante ("Padre Pio è ormai il patrono-ombra d’Italia").  Resta la questione di fondo, quella che molta brava gente e alcuni successi non possono cancellare: "Tutti i Sud nel mondo ce l’hanno fatta (l’Irlanda, la Spagna, il Sudmamerica di Lula e della Bachelet); soltanto il nostro Sud non riesce a farcela, e si è convinto che non ce la farà mai."
Il libro non è disperato. E’ brillante e amaro. L’editore  aveva proposto come titolo  "L’Italia s’è  desta", ma l’autore – saggiamente – ha rifiutato.  L’Italia de noantri, qua e là, mostra motivi di speranza. Cazzullo, nelle ultime pagine, li elenca: "I preti sociali, i medici, i ricercatori; i nuovi italiani, giovani o immigrati che siano; gli imprenditori che reggono il peso della crisi e i loro dipendenti che coltivano il gusto di una lavoro ben fatto. Il Sud in cerca di riscatto e in genere i tanti italiani che non si sono rassegnati al corso delle cose. Molti sono donne." Ma la sensazione è che l’autore voglia mostrarsi ottimista; e debba, invece, constatare che le cose non vanno molto bene.
Riassumendo. Aldo Cazzullo  – un italiano che sa viaggiare, guardare, ascoltare e scrivere –  ha scritto un impeccabile trattato di antropologia culturale, uno degli migliori di questi  complicati anni Zero. Ma guai a dirlo, altrimenti gli demoliamo le vendite, e sarebbe un peccato.
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