Abbasso il campione musone (da La Gazzetta dello Sport)

Il calcio italiano sembra la sala-partenze di un aeroporto. Ritardi, imbarchi, lacrime, saluti e battute. Kakà – quello cui Dio, in gennaio, aveva ordinato di restare a Milano – assicura: "Non esulterò se segnerò ai miei vecchi compagni". Maicon racconta "il suo sgradevole rapporto con l’Inter" (la squadra che l’ha reso milionario, celebre e titolare nel Brasile).

Si potrebbe concludere che il genio dei calciatori sta nei piedi, non nella parte alta del corpo; ma si rimane, comunque, perplessi. Anche perché la storia non è finita. Resta un capitolo affascinante, e ha come protagonista Zlatan Ibrahimovic. Lo aspettiamo al varco. Speriamo non dimostri d’avere più tatuaggi che pensieri.

L’uomo vuole concedersi un altro ballo, dopo Ajax, Juventus, Inter? In Spagna, dove gli attaccanti hanno vita facile e borsa piena? Ci dispiacerà vederlo partire, ma è un desiderio legittimo. Gli interisti – da Moratti all’ultimo tifoso – sono pronti a ringraziare e salutare. A un patto: che il Barcellona o il Real paghino il giusto, e non provino a rifilarci lo scarto di turno. Coi soldi, infatti, si rifanno le squadre; con gli scarti si complicano le cose e le rose (vero Galliani?).

Paperon Laporta e Florentino Rockerduck hanno 70, 80 milioni per comprarsi uno dei quattro giocatori più forti al mondo? Se non li hanno, o non vogliono tirarli fuori, Ibra resterà a Milano. E a questo punto la faccenda si fa interessante. L’uomo dovrà rivelare di che pasta è fatto. E’ un grande professionista? Un campione duro e puro? Un fuoriclasse incapace di debolezze sentimentali? Bene: lo dimostri. L’Inter gli ha concesso il nulla-osta morale per il trasferimento in Spagna. Dovesse restare, però, resti con gioia. Gliel’ha suggerito anche Santon, che a diciott’anni si dimostra più maturo di tanti colleghi.

Non c’è nulla di più irritante, infatti, del campione musone. Certo, si può essere infelici anche guadagnando un milione (netto) al mese, giocando per vivere, vivendo adorato da tutti. Ma è, come dire, un brutto spettacolo. Ronaldo piagnucoloso che traffica per il trasferimento al Real, Cannavaro depresso che briga per tornare alla Juve: i tifosi, certe cose, non le dimenticano.

Non commettere errori, Zlatan Boy. Nessuno ti chiede di cambiare. Sei bravo, forte, alto: il tuo cuore è più distante dal prato di San Siro, rispetto a quello di Zanetti. Questo l’abbiamo sempre saputo, e ti diamo atto d’averci risparmiato lacrime e smancerie (vero Kakà?). Abbiamo esagerato con l’adulazione? Probabilmente sì. Il pubblico tratta attori, cantanti e calciatori come semidei e quelli, a un certo punto, pensano d’esserlo davvero. Con Ibra l’esagerazione era in agguato: uno così arriva ogni generazione. Non era facile ricordare d’avere davanti un giocatore umano – uno che prende i calci negli stinchi e invecchia, come gli altri. Poi abbiamo osservato il procuratore, il rubicondo Raiola, e ci ha riportato in terra.

Ricapitolando. Se parti, Ibra, grazie e saluti. Se resti – e potrebbe succedere – sorridi. Ti vogliamo felice e spavaldo, come sei stato finora. Ah, dimenticavo. Se la tua prima Champions arrivasse in Spagna, diranno: il Barça (o il Real) hanno fatto vincere la coppa a Ibra. Dovesse arrivare a Milano, grideranno: Ibra ha fatto vincere la Champions all’Inter! C’è una differenza.

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