Gli Ottantini ce la faranno (dal Corriere della Sera)

Per gli italiani nati negli anni ’80 dobbiamo trovare un nome e un calmante. Il secondo è forse più urgente. Diventare adulti di questi tempi,  tra musi lunghi e vecchi squali, non è facile. 

Ne trovo dovunque.  Pensavo che l’Europa orientale fosse fuori dalle loro rotte  – Belgrado è fascinosa però non è Berlino, Sofia è una sorpresa ma San Francisco è meglio – e invece eccoli lì.  I toscani Federico e Laura, la friulana Greta e l’abruzzese Antonio, il calabrese Danilo, i lombardi e i veneti, i sardi che non mancano mai: pronti ad annegare le malinconie italiane nell’esotismo balcanico, e non è facile.  Ne ho incontrati in ogni angolo del mondo, di ragazzi così, e in tante città italiane. Il rivolo di trasferimenti da sud a nord – alimentato da economie spompate e pratiche vergognose – è diventato un torrente.

E’ una Generazione Samsonite che vive con la valigia in mano, o con un viaggio in mente. I titoli dei telegiornali li ottengono i coetanei che fanno casino davanti all’università, e la sera rientrano a casa da mamma e papà.  Gli ultimi posti  di lavoro se li sono presi i trentenni della Generazione Ikea, nati negli anni ’70.  Poi  il Big Crash. I ventenni  – infanzia felice anni ’80, adolescenza serena  anni ’90 –  non se l’aspettavano, questo scherzo.

Lo so, lo so: le generazioni sono semplificazioni, e ogni persona ha una storia diversa. Ma un comun denominatore esiste, e gli Ottantini – ecco, li chiamerò così – sono una generazione in corridoio, che si ritrova davanti tante porte chiuse.

Precluse le professioni liberali: migliaia di neo-avvocati si strappano di bocca piccole cause. Blindati i media: pubblicità e diffusione in calo, si esce ma non si entra. Sprangate banche e finanza (troppo tardi: i prestigiatori coi capelli grigi sono già scappati).  Serrate industria e commercio:  clienti e ordini calano. Sbarrata la politica: ormai si accede per il favore dei capi. Chiusa perfino la possibilità di metter su famiglia. Bisogna rimandare la prima Festa del Papà (oggi, auguri!), consiglia la futura mamma, che ha la testa sulle spalle.
 
Il catalogo è questo. Un Ottantino può scegliere: scoraggiarsi o reagire. Suggerisco la seconda soluzione, e  spiego perché.

Partiamo di qui: preoccuparsi è ragionevole. Come ha scritto Davide S. a "Italians",  ricordando l’invettiva di un vecchio professore: «Certe generazioni saltano, la storia ne è piena!».  Ma saltano per sfiducia, per arroganza o per mollezza:  non per il mondo che trovano intorno.  In America the Greatest Generation (© Tom Brokaw) coincide con la nostra. Nata dopo la Prima Guerra Mondiale, s’è beccata dittature, depressione, guerra e ricostruzione. Non ha mollato mai.

E voi, ragazzi? La "tempesta perfetta" della recessione vi ha accolto fuori dal porto (niente potrà più spaventarvi, direbbe il vecchio Conrad).  Avete tra i piedi un po’  di sessantenni rassegnati,  di cinquantenni opportunisti,   di quarantenni pavidi e di trentenni poveri (c’è di peggio). Forza e coraggio: è l’atteggiamento che cambia l’umore, la vita e la storia. Se scegliete d’essere sconfitti prima d’aver perso,  diventerete la "generación amargada".  Suona bene, ma fa male.

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