David arriva in città

(dalla Gazzetta dello Sport)

MILANO –  Lo sbarco di David Beckham a Milano è  affascinante. Magari non per i superstiti centrocampisti dell’ AC Milan, che per tre mesi dovranno correre anche per lui. E’ affascinante perché riassume e spiega il calcio moderno. Uno spettacolo sportivo, non solo uno sport spettacolare.

La differenza è fondamentale. Lo spettacolo ammette deroghe che lo sport non consente. Giochi poco, corri piano, segni meno? Non è importante. La popolarità è un valore in sé, come sa anche José Mourinho, allenatore della squadra rivale, i campioni d’Italia dell’FC Internazionale. Con una differenza. L’allenatore portoghese – anch’egli una pop-star, proveniente dal Chelsea – deve vincere, possibilmente in Champions League. Non vendere magliette in Europa, amichevoli in Medio Oriente e diritti televisivi in Cina.

David Beckham ha capito tutto da anni. Non è l’animella timida rivestita di Dolce & Gabbana che sussurrava ovvietà durante la conferenza-stampa di presentazione ("Sono già innamorato del Milan") . E’ una star di Hollywood – in senso letterale, visto che vive da quelle parti – che sbarca in provincia con la benedizione di Tom Cruise e un seguito di avvocati, pretese e capricci. Corteo presidenziale dall’aeroporto, un aereo sempre a disposizione, costosa moglie al seguito, guardie del corpo, metà di tutti i ricavi promozionali. Tanto, paga l’AC Milan. 

Nulla di drammatico, anche se sarebbe interessante sapere cosa ne pensano Kakà e Ronaldinho, i campioni brasiliani della squadra (loro hanno vinto il Pallone d’Oro, lui no).  Le altre superstar globali, però, ottengono trattamenti simili – non uguali – nel momento del massimo successo. Beckham li strappa durante la parabola discendente. Per mostrare quanto fosse bravo, la TV italiana ha  mostrato gol d’annata. Magnifici. Ma l’uomo, allora, aveva  più gamba e meno stempiatura.

Tra gli inglesi solo Turner (pittore)  ha saputo dipingere un tramonto con colori altrettanto vivaci. Sostituito (e surclassato) da Cristiano Ronaldo al Manchester United, David ha virato su cinema, mondanità, pubblicità, moda.  Ha capito che lo stesso muscolo, dopo aver calciato punizioni magistrali, poteva riempire una mutanda – e continuare a rendere. Un reddito di 31 milioni di euro l’anno, secondo "France Football"; 14 milioni di citazioni su Google, 10 milioni più del suo presidente e nostro primo ministro, Silvio Berlusconi. Non male, per un giocatore   dei Los Angeles Galaxy.
 
I dirigenti dell’AC Milan sono stati sinceri, da principio: non hanno detto che Beckham servisse alla squadra, esclusa dalla Champions League e poco brillante in campionato. In effetti,  David serve al business della società: magliette, pubblicità, amichevoli, attentazione, televisione.  "Il club  più titolato del mondo" – questo lo slogan ufficiale della squadra –  è,  a suo modo, coerente.  Quest’anno, forse, i titoli saranno  sui giornali e non sul campo. Ma bisogna accontentarsi.

Sarebbe interessante iniettare all’allenatore Carlo Ancelotti il siero della verità, e poi chiedergli cosa pensa del nuovo acquisto.  "Una risorsa importante", ha detto. Commento educato, ma incredibile. In campo, al Milan serve David Beckham come a George W. Bush serve un altro amico petroliere. Ma la novità   riempirà gli stadi in Italia, a cominciare da San Siro. Ce n’è bisogno.

I puristi storcono il naso? Si rassegnino. La spettacolarizzazione  dello sport è in atto da tempo: basket e football, negli Usa, sono pieni di personaggi ricchi e famosi quanto "Becks",  e due volte più robusti. In America, però, la fama è quasi sempre proporzionale al risultato sportivo. L’abilità di David  è vendere un prodotto vicino alla data di scadenza. Se Harvard istituisse un corso di "marketing del declino", la cattedra andrebbe certamente al prof. David Joseph Robert Beckham di Leytonstone, London (England).

Molte cose lo hanno aiutato. Un volto da divo  del cinema, per cominciare. Wayne Rooney, giovane stella del Manchester United, avrebbe qualche problema a farsi accettare tra gli esteti mondani di Beverly Hills. Il matrimonio con Victoria, la Posh Spice, gli ha portato in dote la popolarità della musica pop. I due sono una coppia perfetta. Non è più un grande calciatore lui, non è mai stata una grande cantante lei. Ma insieme formano una nuova molecola, potente e commerciabile. Solo Bill e Hillary Clinton hanno saputo unire così bene le rispettive debolezze, e arrivare a un simile, grande risultato.


David Beckham è stato anche aiutato dallo spirito del tempo. La sua ascesa ha coinciso con il culto delle celebrities nei media  anglo-americani, e con il cambiamento del pubblico, sempre ossessivo, più famelico e di bocca buona. Le uniche cose che uniscono Victoria Adams a Marilyn Monroe  – un’altra cui non dispiacevano  gli sportivi – sono le spese di parrucchiere.

Ma  David, neo-milanista con contratto a progetto, non è solo il figlio fortunato del suo tempo. E’ anche –  e questa vicenda  italiana lo dimostra – l’abilissimo regista di se stesso. Ha avuto l’intelligenza di evitare stravizi, restare allenato, puntare alla nazionale inglese, farsi gli amici giusti. Se Ronaldo avesse un quarto del cervello di Beckham, avrebbe spaccato  il mondo.

All’ AC Milan servirà tutto questo? Qualche dubbio è lecito. Chiunque sa di calcio capisce che la squadra, oggi  ha  bisogno d’altro. Ma se David dovesse giocare qualche bella partita, e aumentare l’attenzione internazionale verso il calcio italiano,  perché no? Ne abbiamo visti molti di calciatori venuti a svernare a Milano, vestiti di colori diversi. David non sarà l’ultimo, né il peggiore.

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