Luigi Barzini Jr (1908-2008) – Il primo degli Italians

 

di Beppe Severgnini.

NEW YORK –  Ricordare il centenario della nascita di Luigi Barzini Jr non è solo opportuno: è doveroso. Questo grande giornalista e scrittore italiano, infatti, è stato vittima in patria di un’amnesia collettiva, tanto evidente da somigliare a una rimozione.


E’ simbolico, ma non è sorprendente, che sia di nuovo l’America a tributargli un riconoscimento. L’America e questa città, New York. Il Paese dove Barzini è diventato adulto, il luogo dove ha studiato giornalismo (Columbia University), la nazione che ha intuito come The Italians (1964) fosse più di un libro. Era – è ancora – il tentativo, coraggioso e doloroso, di "essere onesti con se stessi", per citare un’espressione del  "Postscritto per il lettore italiano", del quale  l’autore temeva la suscettibilità.

Non tutti gli scrittori sanno spiegare la cultura da cui provengono, non tutte le culture sono capaci di tale lucida autocritica. L’Italia è molto cambiata, in quaranticinque anni. Ma, ancora oggi, una domanda del nostro autore resta cruciale: "Perché le pietre sono ottime, migliori di tante altre, e il muro è fragile?". La lettura dell’opera di Barzini aiuta ad avvicinarsi alla risposta, fornisce un’interpretazione delle nostre vicende, offre – sì, ancora oggi –  una chiave per chi volesse provare a decifrarle.

Sarete d’accordo: queste sono le caratteristiche di un autore classico, e Luigi Barzini Jr appartiene, senza dubbio, alla categoria. La formidabile capacità di scrittura, in italiano e in inglese; la lucidità dell’analisi; la voracità del viaggiatore e la meticolosità dell’antropologo; l’abilità di maneggiare, con uguale maestria, storia e arte,  economia e politica, cronaca e costume. Tutto questo è evidente nella produzione giornalistica ed editoriale; e fa di  Barzini un personaggio unico,  che merita di essere ricordato e studiato. Un "italiano globale", precursore dei tanti che, oggi, si fanno onore nel mondo.

In questo centenario ne ricorderemo la vita e l’attività professionale; l’una e l’altra costellate da curiosi  scherzi del  destino. Il 21 dicembre 1908, quando venne al mondo, il padre Luigi Barzini – il più noto inviato speciale dell’epoca –  era in servizio in Svezia, e dovette precipitarsi a Messina, teatro di un devastante terremoto. Riuscì a intravedere il figlio neonato alla Stazione Centrale di Milano, dicendo: "Lo battezzeremo al mio ritorno". Ricorda l’interessato nel delizioso O America!, un libro purtroppo dimenticato: "Bene. Fui battezzato un anno e cinque mesi dopo, in Sant’Ambrogio".

Un padre egocentrico e ingombrante, di cui portava il nome; un’educazione giornalistica americana che gli toccò accantonare, rientrando in Italia all’inizio degli anni ’30; rapporti turbolenti con il fascismo, che non ne accettava l’onestà intellettuale e la mancanza di retorica; relazioni  non facili con i colleghi italiani, che non gli perdoneranno mai –  prima e dopo la guerra –    l’approccio e il successo internazionale.

Solo l’America, come dicevamo all’inizio, ha saputo capire la grandezza di Luigi Barzini Jr. Lo ha sostenuto, ne ha incoraggiato il talento aristocratico, gli ha offerto opportunità professionali, ne ha decretato la consacrazione. E gli ha assegnato il titolo che merita: quello di interprete della mente italiana. Ieri come oggi, uno dei misteri più affascinanti dell’umanità.

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