Finché non lo vedo, non ci credo

(dal "Corriere della Sera")
 
 
Pizza Italians n. 84, a Stanford/Palo Alto. L’università  – ricca, organizzata, sdraiata al sole sotto la baia di San Francisco  – è il sogno erotico di ogni accademico;  l’area,   da quasi vent’anni, ospita i motori dell’intelligenza americana (oggi sono Google e Apple, le reti e le biotecnologie). Se le banche di Wall Street hanno grippato, qui continuano a  macinare strada.

La conversazione tra i connazionali all’estero, per una volta, non è sui propositi di Berlusconi, ma sulle prospettive di qualcun altro: Barack Obama, che troppi californiani festeggiano come se avesse già vinto. Le distanze nei sondaggi aumentano, insieme all’irritazione verso i repubblicani al potere. Al Moscone Center di San Francisco, i delegati della Mortgage Bankers Association – le società dei mutui, riunita per la 95°  convention nazionale –  sono stati accolti al grido: "Jail them, don’t bail them" (non tirateli fuori dai guai, sbatteteli dentro). 

Compravendite immobiliari e matrimoni sono le attività del momento. Molte case  sono tornate sul mercato,  a prezzi ridotti; e tante coppie dello stesso sesso corrono a sposarsi, prima del voto sulla Proposition 8, che intende abolire queste unioni (Brian e James, Tracy e Laura non vogliono sorprese). La presidenza? Esito scontato.  In un negozio di Russian Hill mi hanno dato un adesivo: "My dog barks for Obama!", il mio cane abbaia per Obama.  Sarà. Ma lui non vota.

Il mio motto, quindi, non cambia: finché non lo vedo, non ci credo.  Finché non vedo un nero sveglio alla Casa Bianca, continuerò a pensare che un bianco mediocre possa  farcela. Si parla di effetto Bradley, dal nome di un candidato governatore della California nel 1982: era in testa nei sondaggi, perse alle urne, e la sconfitta fu attribuita al colore della pelle. Stavolta, assicurano, non dovrebbe succedere. Il melt-down di George W. Bush, e la tempesta finanziaria, hanno reso la questione razziale irrilevante. Sarà. Ma io, finché non lo vedo, non ci credo.

Lo stesso, devo dire, pensano gli Italians: definirli diffidenti è poco. Sono andato a rileggere quello che avevo scritto sul "Corriere" nel 2000, dopo averli incontrati. Le loro preocupazioni, in caso di una vittoria di George W. Bush, sono state clamorosamente confermate. Alcuni stasera sono a Paolo Alto, altri li rivedrò all’Istituto Italiano di Cultura di San Francisco e a Fort Mason, dopo aver presentato il libro che li racconta. Più vecchi, ma altrettanto cauti.

Luca Prasso lavora ancora in Dreamworks (cartoni animati). Nel 2000, parlando del risultato elettorale  in bilico da giorni, protestava: "I due devono capire che hanno giocato abbastanza, la credibilità del sistema è ai minimi".  Marco Sgroi oggi è direttore del Wireless Sensor Network Laboratory (Pirelli e Telecom Italia). Otto anni fa, prossimo al PhD in Electrical Engineering, si lamentava: "Non riesco a credere che l’America non riesca a trovare candidati migliori".

Be’, Marco: oggi un buon candidato c’è, e potrebbe farcela. Ma io, finché non lo vedo, non ci credo.

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