Ma la Russia vuole il turismo?

(dal Corriere della Sera – 26 giugno 2008)

Domanda: perché, per ripartire da San Pietroburgo, occorre mettersi cinque volte in coda? Una per i controlli di sicurezza all’ingresso dell’aeroporto di Pulkovo, una per il check-in, una per i passaporti, una per altri controlli (identici ai primi), una per l’imbarco. Totale: due ore, di domenica mattina, per arrivare in una sala d’attesa spoglia, già occupata da stormi di cinesi in transito. Mai visto niente del genere: non in Medio Oriente, non in Sudamerica, non a Kabul. 

Mi chiedo se alla Russia, straricca di risorse naturali, importi del turismo. Ho conosciuto questa città quando si chiamava Leningrado, l’ho rivista tre anni fa, ne riconosco il fascino e i cambiamenti: Hermitage mozzafiato, nuovi alberghi, personale con sprazzi di cortesia, ristoranti trasformati, come menù e come frequentazioni. Tre anni fa ai tavoli sedevano stranieri spaesati, squali locali e minigonne ascellari. Oggi compare, paziente e robusta, la classe media.
 
Ma troppe cose, in città, sono rimaste uguali.
 
Un turista si lascia rubare il passaporto sulla Prospettiva Nevskij? Viene sottoposto a un’ordalia burocratica, lontano dal centro. Visita un museo o una chiesa? Paga di più. Cerca un bancomat internazionale? In bocca al lupo. Vuole girare in battello sui canali? Paga, sale e aspetta per 45 minuti la partenza. Vuole un taxi? E perché? Non sa che sono inaffidabili? I gruppi si spostano in autobus, le delegazioni coi minivan, i (cosiddetti) vip dentro limousine pacchiane. I turisti individuali? S’arrangino.
 
Esiste una normalità post-sovietica che i russi hanno imparato a navigare: si spostano in metro, con taxi collettivi e fermano le auto private, chiedendo passaggi a pagamento. Gli stranieri, in genere, hanno itinerari fissi: i ponti sulla Neva, un’annusatina al sensuale passato zarista, una sbirciatina all’imperiale ragazza-barista, in attesa di porre domande sciocche. Nel Grand Hotel Europa, già passato prossimo del lusso, una roboante voce americana chiede alla giovanissima interprete: "And what did you do in Soviet times?" (e tu, cosa facevi al tempo dell’Urss)? "La bambina", avrà pensato quella.
 
Certo, il luogo è magico: le cupole delle chiese brillano nella luce azzurra di mezzanotte, e le facciate color pastello sono state ridipinte. Ma basta entrare nei cortili e tornano le pozzanghere, l’incuria, a ruggine e il verde esausto. Il principe Potemkin, in occasione di un viaggio di Caterina II verso la Crimea, allestì per lei scenografie di cartapesta: mi chiedo se l’abitudine non sia rimasta. La città e i canali sono disseminati di bottiglie vuote; il contenuto, metabolizzato ed espulso, manda cattivo odore da ogni angolo. E questa è San Pietroburgo, la città del presidente Medvedev, del primo ministro Putin e di metà dei ministri nel governo di Mosca.
 
Ripeto: è un peccato. La Russia è una terra di ricordi lunghi, eroismi silenziosi, capacità di lettura e d’ascolto, sensibilità costante e generosità improvvise. Se i capi non vogliono visite, lo dicano. 

Andremo altrove, ma ci dispiacerà.

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