Good Ol’ Al (a Londra, qualche giorno fa).

(Corriere della Sera – 30 aprile 2008)

LONDRA – Good ol’ Al. Un po’ ingrassato, ma è sempre lui. Un sessantenne sereno, sopravvissuto alla più grande delusione professionale che un essere umano possa sopportare. Dopo aver virtualmente conquistato la Casa Bianca nel 2000, l’ha dovuta cedere a George W. Bush, tra le ombre del voto in Florida. Da quel cataclisma, Al Gore è uscito alla grande. Come Marilyn Monroe, ha conosciuto il trionfo dopo aver chiuso la carriera. E non ha nemmeno dovuto passare a miglior vita, che è comunque un vantaggio.

Apre la porta della suite nel Brown’s Hotel, un albergo a nord di Piccadilly dove gli americani importanti vanno a nascondersi, e quelli meno importanti prendono il tè a pianterreno, sperando di sembrare inglesi. Capelli grigi, occhi sottili, abito scuro, cravatta blu. Una borsa su una sedia, un Mac sul tavolo. L’ex-vicepresidente prepara il caffè per l’ospite (milk, sugar?), sorride educato.

Premio Nobel per la Pace 2007, guru ambientale, autore di documentari epocali (“An inconvenient truth”, una scomoda verità), profeta laico: alla fine degli anni ‘70, il giovane congressman del Tennessee introdusse l’espressione information super-highway, anticipando gli sviluppi civili di internet, allora solo un programma militare che univa alcuni super-computer. Nel 1992, candidato con Bill Clinton, continuò a ripetere che lì si giocava il futuro dell’America. Aveva ragione.

Ecco perché, adesso che Al Gore ha lanciato Current TV, val la pena ascoltarlo. L’idea è semplice (VEDI BOX): attraverso internet, raccogliere e selezionare contenuti nuovi, svelti e originali; e portarli in televisione. In Italia – primo Paese non di lingua inglese – il prodotto finirà, dall’8 maggio, sul canale 130 di Sky.

B.          Lei parla di “democratizzazione dell’informazione televisiva”: roba impagnativa. E se fosse solo uno sviluppo interessante?
A.          Mettiamola così: io penso che il video sia lo strumento più potente e internet sia il mezzo più accessibile. Combiniamo le due cose. Diamo alle persone la possibilità di produrre sulla rete e magari distribuire su una vera televisione. Penso che il potenziale sia immenso. 

B.         Quando lei ha parlato di information super-highway era giovane. Oggi lei non è più giovane, come non lo sono io. E’ certo che gente come noi possa intuire quale sarà the next big thing, la prossima rivoluzione?
A.         Lei ha ragione quando dice che, nel mondo vorticoso dei media, i giovani sono all’avanguardia. Stare al passo è per me quasi impossibile. Ho tre nipoti, e vedo come usano la Wii game-machine… 

B.         Ha mai provato a giocarci? Io sì, un disastro.
A.         Si consoli: pure io. Dicevo: ho colto il punto che lei solleva. Ma credo l’interazione di queste due grandi forze – il video e internet – sia comunque visibile, indipendentemente dall’età. Anzi: se uno ha esperienza nel campo, l’età diventa un vantaggio. Si vedono le cose in prospettiva. La relazione tra TV e democrazia mi interessa fin da quando era studente a Harvard, ci ho scritto anche la tesi. Se fosse un’idea che m’è venuta adesso, a 60 anni, lo ammetto: sarei sospetto. 

B.        Qualcuno sostiene che la televisione sta perdendo importanza.
A.         Nel mio paese, gli USA, in due generazioni siamo passati da zero TV a 4,5 ore di media. Quale altra attività, a parte il sonno, occupa tante ore della giornata? 

B.         In Italia c’è un’altra attività che occupa molto tempo… 
A.         (Ride)

B.         No, non è il sesso.
A.         Mangiare e bere?

B.         Esatto. Passiamo parecchio tempo a tavola. 
A.         Invece, per quanto riguarda la TV, non siete messi male. Gli Stati Uniti sono al terzo posto come numero di ore, dietro Giappone e Argentina. Voi siete in basso nella lista, probabilmente è una cosa salutare. 

B.         Cosa non le piace della TV?
A.         Il fatto che sia prodotta da un piccolo numero di persone. Non ha l’effetto democratizzante che ha avuto, in passato, la stampa. Ecco perché credo in Current TV: permette di usare lo strumento più potente (la tv) partendo dal mezzo più aperto (internet). Questo può soffiare nuova vita nel processo democratico.

B.         In Italia Current TV finirà su Sky, un grande network internazionale di proprietà di Rupert Murdoch. Qualcuno potrebbe vederci una contraddizione. 
A.         La cosa importante è questa: la nostra formula apre la televisione agli individui. Penso che Sky Italia stia mostrando lungimiranza, perché rinuncia al controllo sul prodotto. Sa bene che molti troveranno accesso, in questo modo, alla trasmissione televisiva. Il prodotto non passerà dal filtro politico o ideologico di un piccolo gruppo di persone. Sarà il pubblico, infatti, a decidere quali video andranno in onda. 

B.         Una cosa che non le piace della TV americana. Mi accontento di una risposta breve.
A.         Troppa televisione americana è guidata dal principio del minimo comune denominatore. Conquistare il massimo di telespettatori senza alcuna considerazione della qualità dei programmi. 

B.         Lei ha scritto: “I canali televisivi rivolgono una morbosa attenzione nei confronti di una pop star che guida in stato di ebbrezza o frequenta locali alla moda, in un momento in cui sussiste il problema del cambiamento climatico e intere popolazioni subiscono ancora la tortura”. D’accordo. Ma se fosse il pubblico a voler sapere tutto delle pop star ubriache, e molto poco della tortura? 
A.         Non c’è dubbio: esiste un’ossessione seriale per la celebrity news. Non posso credere che, di propria iniziativa, il popolo americano voglia sapere tutto dell’autopsia di Anne Nicole Smith (celebre “coniglietta” e vedova miliardaria, NDR). E’ grottesco, eppure è accaduto. Credo che questo meccanismo patologico si nutra di se stesso. Bisogna aprire le porte e le finestre. Lasciamo che entrino nuovi individui portando idee nuove e interessanti.

B.         Cosa vedremo su Current TV?
A.         Non lo so. Per definizione, IO non lo so. Verrà da fuori. E in Italia sarà speciale. Forse mi sbaglio, non dovrei dirlo, in fondo non sono italiano…

B.         Lei sta per dire qualcosa di gentile, lo vedo negli occhi.
A.         (Ride). Quand’ero giovane, l’industria cinematografica italiana era all’avanguardia: la più eccitante, la più creativa nel mondo. Poi cos’è accaduto? Film ne fate ancora, ma non sono considerati allo stesso modo. Be’, quel tempo potrebbe tornare. Se lo spirito creativo italiano è lo stesso degli anni ‘50 e ‘60 – e io credo di sì – Current TV potrebbe fornire lo sbocco che ci voleva. Sarete sorpresi dal dinamismo e dall’energia.

B.         Sapevo che avrebbe detto qualcosa di gentile. 
A.         Se vuole le dico qualcosa di non gentile sulla politica italiana…

B.         D’accordo, mi parli delle recenti elezioni. Anzi, visto che stiamo ragionando dei rapporti tra democrazia e informazione, mi parli del nostro prossimo capo di governo. Giorni fa, a Perugia, ho intervistato Alastair Campbell, lo spin doctor di Tony Blair. Ha detto che in Gran Bretagna e negli USA Silvio Berlusconi sarebbe ineleggibile, a causa della sua presenza nei media.
A.          Non sono d’accordo. Penso sarebbe più difficile, certo. E confesso: non mi considero abbastanza esperto di politica italiana per rispondere a questa domanda. Posso dire però che, quando Mike Bloomberg veniva considerato un possibile candidato alla presidenza, nessuno ha pensato di squalificarlo. Ma ammetto: il peso di Berlusconi in Italia è maggiore. Quindi, è diverso. 

B.         Io non credo che stavolta Berlusconi sia stato eletto grazie alla TV. Ma la sua posizione resta equivoca: provoca autocensure da una parte, isterismi dall’altra.
A.          Mi rendo conto che questo sia un problema.

B.          Cambiamo discorso: tornerà a fare politica in America?
A.          Probabilmente no. Non l’ho completamente escluso, ma non me lo aspetto. 

B.          Pensa che la lunga incertezza sulla candidatura danneggerà i democratici a novembre?
A.          (sospira) Potrebbe. Non lo so. Però sottostimiamo le capacità del partito democratico di sanare le ferite che si creano durante le primarie.

B.          Con che spirito ha seguito lo scontro Obama/Clinton?
A.          Come un ex-alcolizzato durante la riabilitazione, circondato da bottiglie vuote.

B.          Torniamo all’Italia. So che ha aiutato la candidatura di Milano per l’Expo 2015. Grazie.
A.          L’ho fatto perché sono un convinto sostenitore di Letizia Moratti. Penso abbia fatto un gran lavoro sull’ambiente.

B.          Ecopass fan?
A.          Questo e altro. Il sindaco è stata innovativa in Europa. Penso che l’Expo sarà un successo. Milano ne beneficerà molto. Ci sono stati Expo che hanno lasciato debiti e pochi reali vantaggi; altre volte sono stati punti fermi nella storia di una città. E in questi casi la leadership fa la differenza.

B.          Letizia Moratti sarà al settimo cielo, quando leggerà questo. Per riportarla a terra ricordiamo che Milano, al momento, è una città in bilico.
A.          E’ vero, potrebbe prendere una direzione oppure un’altra.

B.          C’è il rischio che diventi una sorta di backwater, un luogo sonnolento.
A.          Milano backwater? Non credo. In tutto il mondo dobbiamo ridisegnare il rapporto con l’ambiente in seguito ai cambiamenti climatici. E chi meglio di Milano, quando si parla di design? Può sembrare un’osservazione banale, lo so. Eppure credo che sia una dote speciale, in vista dell’Expo. E’ uno dei motivi per cui abbiamo preferito Milano a Roma, per Current Tv, sebbene la capitale fosse considerata il centro del video e della cinematografia.

B.          Dall’Expo alle Olimpiadi, che vengono prima. Come convincere i cinesi a non sprecare l’occasione di diventare un paese più aperto?
A.          (lungo sospiro). Il Dalai Lama è favorevole alle Olimpiadi in Cina. Così io. Chi si indigna per le ingiustizie in Tibet dovrebbe ricordarlo. Ma chi non è d’accordo con le politiche cinesi nella regione, e non solo, deve poter esprimere le proprie opinioni.

B.          Andrà a Pechino per l’apertura dei Giochi?
A.          Non è previsto, non ho un ruolo. E sono impegnato altrove. Però non sto cancellando un viaggio per protesta; semplicemente, non l’avevo previsto. Comunque, per essere chiaro: penso sia un grande errore, da parte della Cina, fare quello che sta facendo in Tibet.

B.          Se un capo di Stato o di governo le chiedesse un consiglio – vado o non vado? – cosa risponderebbe?
A.          Non so, davvero non so. Posso dire però che quando Sarkozy s’è espresso in quel modo, ho avuto una buona sensazione. Ma i Paesi sono diversi. Quello che va bene per Sarkozy può non andare bene per Berlusconi o Brown. Ricordo sempre le parole del preside della mia scuola: “Scegliete sempre the hard right, la giustizia scomoda, e non the easy wrong, le facili ingiustizie”. Questa scelta si porrà spesso, ai leader, quando dovranno decidere sulla Cina.

B.          Recentemente lei ha ricordato come tre quarti degli americani considerasse Saddam Hussein mandante degli attacchi dell’11 settembre. E, per questo, giustificasse l’intervento militare in Iraq.
A.          L’ecologia dell’informazione è responsabile di questo. Da dove viene l’informazione? Com’è processata? Com’è distribuita? Chi ha le mani sul processo? Quant’è aperto? L’ho detto prima: la stampa ha rivoluzionato l’accesso all’informazione, fino ad allora controllata da élite. Con la televisione non è ancora accaduto.

B.          Chi controlla le immagini televisive ha ancora un enorme potere.
A.          Ma certo. Nel mio Paese, gli Stati Uniti d’America, l’80% delle spese elettorali vanno in commercials di 30 secondi. E’ un caso, secondo lei? Uno degli ex-primi ministri di Putin mi ha raccontato una riunione al Cremlino. Ricorda queste parole: “Cosa importa di quel che c’è nei giornali? E’ la televisione che conta”. Ovviamente, poi, è cresciuto l’appetito per il potere: il Cremlino ora controlla anche i giornali, e la TV russa è solo agiografia per Putin.

B.          Morale?
A.          E’ l’immagine che attira il cervello umano, fin dall’inizio della nostra specie. Le parole, un giorno lontano, potrebbero essere considerate una parentesi, chissà. Se questa nostra conversazione fosse avvenuta col televisore acceso, senza audio, saremmo stati distratti dai movimenti delle immagini. E’ un riflesso ancestrale – ehi, dietro quel movimento potrebbe esserci un leopardo! Anche se non ci sono molti leopardi, nel Brown’s Hotel.

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