Ho deciso: skyperò (dal Corriere della Sera)

Ho riletto il messaggio spedito a casa dall’aeroporto di Adelaide,  e non ci volevo credere: “Skypo @ vs h 13”.  Lasciate perdere la seconda parte.  @ =  alle, vs = vostre,  h = ore sono smscorciatoie. Forse, un giorno, diventeranno un italiano parallelo; forse no. Per ora costituiscono un codice di comunicazione. Utile e impuro. Perciò, cari puristi, lasciatelo in pace.

Mi ha inquietato, però, quel verbo: skypo, prima persona, presente indicativo, verbo skypare. Come molti (ma non tutti) sanno,  viene da  Skype, un software che consente telefonate gratuite sulla rete (VoIP, Voice over Internet Protocol). Il prodotto, introdotto nel 2002, permette anche di scambiarsi messaggi in diretta  e vedere gli interlocutori, se i computer sono dotati di telecamera.

Non fate quella faccia: è roba semplice. E’ così che molti nonni italiani guardano crescere i nipotini sparsi per il mondo.

Però, lo ammetto: non ho mai letto, né sentito, il verbo  skypare (pronuncia, “scaipare”).  L’ho usato d’istinto perché la traduzione italiana – “telefono con Skype” – è più lunga (sedici lettere contro cinque). Per lo stesso motivo, credo, s’imporrà  googlare (= “cercare con Google”, celeberrimo motore di ricerca). Le resistenze dipendono dalla coniugazione del verbo,  un po’ goffa (“Gloria mi ha detto d’avermi googlato. E se la googlassi anch’io?”).

Qualcuno dirà: non bisogna stupirsi. Ogni nuovo strumento ha creato i suoi vocaboli. Da principio stupiscono, poi ci si fa l’abitudine. Prima del fucile, di sicuro, non esisteva il verbo fucilare.  Per restare alle telecomunicazoni: telegrafare, telefonare e citofonare sono entrati nell’uso corrente.  Anche faxare ce l’ha quasi fatta.  “Te lo faxo”, dieci anni fa, suonava ridicolo. Oggi che i fax non li usa quasi più nessuno, il verbo viene accettato: dai dizionari e dal nostro “senso del pudore linguistico” (© Luca Serianni).

Non va sempre così.  Lettera, telegramma e email non hanno prodotto verbi all’altezza. Letterare, telegrammare  ed emailare  si sono schiantati (giustamente) al primo ostacolo.  Non c’è stato bisogno di commissioni ministeriali: il tribunale dell’uso è  più spietato. I parlanti  e gli scriventi –  orrendi participi presenti, ma rendono l’idea –   sono saggi, risparmiano energie, hanno orecchio e fantasia. Certo, poi dicono “assolutamente sì”. Ma questo è un altro discorso.

Torniamo ai neologismi legati a tecnologie, scoperte o nuove abitudini. Perché alcuni si sono imposti nella lingua originale (quasi sempre l’inglese), mentre altri hanno sfondato in traduzione? 

Risposta: se troviamo rapidamente un buon  equivalente italiano, lo utilizziamo volentieri (a parte i modaioli, i pigri, i pavidi e i conformisti). E’ il caso di tastiera per keyboard. schermo per screen, allegato per attachment, scaricare per download. Niente da fare, invece, se la traduzione è inefficace (puntatore per mouse), pedante (collegamento per link), inesistente (marketing!) o troppo lunga (malessere che segue i lunghi viaggi aerei dovuto al rapido cambiamento di fusi orari invece di jet-lag: ora che lo si pronuncia, si è arrivati  a destinazione).

Quindi, ora dobbiamo decidere:  cosa  ne facciamo di skype e google? Traduciamo, conserviamo, coniughiamo? Io ho scelto: dall’Australia, skyperò. Voi,  fatemi sapere.

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