Evadere è peccato? (dal Corriere della Sera)

Potremmo cavarsela con una battuta: se Baget Bozzo dice che "evadere non è peccato", corriamo subito a confessarci. Ma la questione è seria. Il fatto che ne discutiamo calorosamente ai primi d’agosto dimostra che siamo un popolo di matti interessanti. Parliamo di morale in vacanza, e di vacanza al lavoro.

Punto di partenza: l’obbligo fiscale è alla base del patto sociale. Fossi colto come Piero Ostellino, vi spiegherei quante rivoluzioni sono partite dalle tasse. Mi limiterò invece a ricordare un paio di cose. Quelle che tutti sappiamo e volentieri dimentichiamo.

A. In nessun Paese europeo le imposte vengono evase con più impegno, baldanza e successo. L’evasore italiano è un filosofo, un economista, un polemista, un prestigiatore. Non gli basta evitare di pagare il dovuto. Vuole sentirsi dire: bravo, fai bene!

B. Se non paghiamo le imposte, un altro – costretto da uno stipendio o dall’obbligo di fattura – dovrà pagarle per noi. Non si scappa. Lo Stato ridurrà spese e pretese? Ma quando mai. Non capisco come possano, Confcommercio e Confartigianato, difendere le dichiarazioni irrisorie – e irridenti – di molti associati. E’ vero: ci sono piccoli commercianti e artigiani che vivono esasperati dai controlli e soffocati dalle norme. Ma ce ne sono altri che dichiarano un frazione del reddito, e mettono via soldi a palate. Non ci credete? Andate a vedere, tra qualche anno, le denunce di successione.

Qual è il problema? Semplice: sostenere queste tesi è impopolare. Il PET (Partito Evasori Tradizionali) è infatti molto più agguerrito e organizzato del PIT (Partito Italiano Tartassati). Sa come proteggersi, chi attaccare, quando scendere in trincea.

Qual è l’unica difesa intellettuale (qualcuno dice: morale) dell’evasore? Ricordare che in Italia molti soldi pubblici vengono sperperati, deviati o peggio. L’elenco degli sprechi e delle rendite assurde è ormai noto.

Un esempio, tra i tanti possibili. Mentre i medici italiani vengono pagati un quarto che in Germania, i nostri insegnati prendono un terzo che in Gran Bretagna e i poliziotti si pagano da soli l’aria condizionata nelle volanti (l’ho scoperto ieri), continua l’insana moltiplicazione delle province, e relativi posti di sottogoverno. In Sardegna, da quattro sono diventate otto: c’è anche la nuova provincia del Medio Campidano (105.400 residenti) e quella dell’Ogliastra (58.389, come una quartiere di Milano). Ora, io non ho nulla contro Tortolì. Mi sembra però che i soldi dei sardi, e degli italiani, possano essere spesi meglio.

Domanda: un cittadino indignato ha il diritto di evadere le imposte? Può sostenere che i denari frutto della sua evasione, immessi nel mercato (specificamente nel settore automobilistico, perché guida un SUV stile carro armato), aiutano l’economia? Risposta: no, non può. PRIMA si pagano le imposte, POI ci si batte affinché i soldi pubblici vengano spesi meglio. Oppure si lancia la rivolta fiscale, che richiede coraggio. L’evasione invece non è una coraggiosa: è una furbata.

Conosco americani che detestano il Presidente in carica e la guerra in Iraq, pagata coi soldi dei contribuenti. Ma non li ho mai sentiti giustificare l’evasione fiscale. Troppo comodo, dice la loro coscienza. Troppo semplice, conferma l’Internal Revenue Service (Irs, l’implacabile fisco Usa, che tassa ogni reddito, dovunque prodotto).

In Italia, lo sappiamo, è diverso. I furbastri hanno sempre un intellettuale disposto a sostenerli, e un politico pronto a strizzargli l’occhio.

Io ti copro. Tu mi voti?

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