Reform, niente riforma sulla cravatta (dal Corriere della Sera)

Londra è sempre un posto vivace. Uno porta la moglie a festeggiare l’anniversario di matrimonio nel bar panoramico dell’Hilton Park Lane, e dopo 24 ore lì arrestano un killer russo spedito a far fuori il ricco esule Berezovsky. Uno torna nel club dov’è socio da quando aveva i capelli neri (1986), e scopre che gli inglesi discutono come italiani: per un nodo.

Il Reform Club (104 Pall Mall) è un bel posto: costruito da Charles Barry, l’architetto delle Houses of Parliament, ha ispirato Verne, che ci ha ambientato la scommessa del "Giro del mondo in 8o giorni". Vent’anni fa era spartano: stanze scomode e cibo essenziale. Oggi è sistemato e splendente: le stanze hanno optional lussuosi come un bagno; e un formidabile anglobergamasco di nome Aldo fa sì che il cibo sia all’altezza della tradizione (nostra, non loro).

Il Reform, oltre a essere fascinoso e accogliente, vanta impeccabili tradizioni liberali. Fondato nel 1836, prende il nome dal Reform Act del 1832 (che estendeva il diritto di voto dopo la Rivoluzione Industriale); è stato il primo, nel 1981, ad ammettere le donne come soci. Ci si poteva perciò aspettare che, quando alcuni soci hanno proposto l’abolizione dell’obbligo della cravatta, la maggioranza dicesse: "Perché no?". Niente da fare, invece. Al grido di "Get knotted!" (Fatevi il nodo!), i tradizionalisti sono scesi in trincea.

Pronunciate la parola "tie" (cravatta) e parte una discussione passionale, da far invidia a genoani e doriani. Gli Abolizionisti dicono: il clima sociale è cambiato, quello meteorologico pure. Londra in questi giorni è un’anticamera mediterranea: se in giro ci fossero più inglesi, sembrerebbe d’essere in Toscana. Perché la cravatta? Una bella camicia sotto una buona giacca non è altrettanto elegante? I Tradizionalisti ribattono: si comincia con l’abolire la cravatta e, in men che non si dica, la gente verrà in jeans e infradito (opinione del segretario dell’East India Club, consultato). Alcuni ricordano come al Travellers – il club del Foreign Office, che col Reform condivide il giardino – "in giornate particolarmente calde, si possono togliere le giacche". Ma le cravatte no: quelle devono stare a posto.

Sulla "Reform Review" è apparsa la lettera della Baronessa Whitaker: a causa della regola della cravatta, scrive, "mio marito e mio figlio rifiutano di essere miei ospiti al club". Sostiene invece Elizabeth P Fox, direttrice della Gbtm: "Una bella cravatta porta una donna ad alzare lo sguardo al volto di chi la porta. Una camicia aperta, che rivela una t-shirt, un pomo d’adamo o, peggio, erranti peli del petto, ha l’effetto opposto."

Per farla breve; per ora, non si cambia. All’ingresso del Reform c’è un sacchetto in plastica pieno di cravatte usate: chi è senza, può servirsi. Così ho fatto anch’io, martedì: ho pescato una striscia di poliestere piena di strani simboli, e ho temuto per tutta la sera che un anziano lord venisse ad abbracciarmi, dopo avermi visto al collo la cravatta della sua vecchia scuola.

Insomma, avete capito. Io voto, con quest’articolo, per la cravatta. Questa città non è solo piena di russi che si vogliono eliminare a vicenda, con la vodka, il polonio o la pistola; o di multinazionali che non pagano le tasse. E’ anche il più grande esperimento multiculturale del pianeta: così immenso, vario e rivoluzionario da farla sembrare, talvolta, una sala d’aspetto chiusa tra cinque aeroporti. Deve rimanere, invece, qualcosa d’inglese e di piacevolmente illogico, a Londra. Viva la cravatta al Reform. Certo: il sabato mattina, a colazione, fa un po’ ridere. Ma rideremo con stile, se non altro.

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