MUSEI, SETTE MODESTE PROPOSTE (da Qui Touring, mensile del TCI)

Giro il mondo per mestiere da molti anni. Mi è capitato di entrare in piccoli musei impeccabili e grandi musei dispersivi; musei ottimisti e musei pessimisti; luoghi luminosi e posti male illuminati; edifici presuntuosi e costruzioni intelligenti. Da qui, sette modeste proposte ai nostri soci (dentro, c’è qualche suggerimento per curatori e allestitori)

1.Non avere fretta. Non si va nei musei nei ritagli di tempo: se volete correre, andate al parco. Nei musei – tutti, anche il più scalcinato – è racchiusa l’avventura dello spirito umano. Sono luoghi emotivamente carichi, intellettualmente stimolanti e fisicamente impegnativi. Occorrono alcune ore, molta voglia, buone scarpe.

2. Limitare gli obiettivi. Emilio Tadini scrisse che "voler visitare tutto un museo è come voler leggere un dizionario dalla A alla Z": folle e inutile. Un museo va assaggiato, piluccato, gustato: per tornarci in futuro, magari, e provare qualcos’altro. Spesso, invece, si commettono due errori. A: vedere tutto di corsa (magari con l’aiuto di un’audioguida, che ci trasforma in simpatici zombie). B: vedere troppo. Molti soci (e socie!) del TCI compiono questo sforzo, titanico e masochista. Non so bene se lodare la loro coscienza o sorridere dalla loro incoscienza.

3. Seguire i propri interessi, la propria disposizione d’animo e i propri umori. Ho visto, in Veneto, un piccolo museo della macchina per scrivere e – considerato il mestiere che faccio – mi sono entusiasmato. Ho visto negli Stati Uniti un grande museo di arte orientale, ma ero impreparato: e mi sono perduto.

4. Arrivare con una chiave di lettura. Sono tornato agli Uffizi di Firenze mentre scrivevo il mio libro "La testa degli italiani", con due idee in testa: studiarmi bene Botticelli, e decidere se rappresenta una trappola per gli stranieri (la bellezza italiana, apparentemente facile); ragionare sulla fisiognomica nazionale (quanto sono cambiate le nostre facce, nei secoli?). Voi direte: scopi limitati, agli Uffizi c’è molto di più. Vero: ma avere uno obiettivo ha arricchito la mia visita. Vedere tutto insieme è insidioso: anche i cremaschi, vi assicuro, sono esposti alla "sindrome di Stendhal".

5. Guardare il museo, e non solo le esposizioni. Spesso il contenitore vale il contenuto. Guggenheim, New York. Tate Modern, Londra. Albertina, Vienna. Louvre rinnovato, Parigi. Villa Borghese, Roma. I buoni esempi sono molti, e li conoscete anche voi.

6. Non farsi ingannare dal fenomeno conosciuto come "incorniciamento ed elevazione". Una sala dedicata, un allestimento suggestivo, quattro faretti ben puntati e una coda in attesa equivalgono a un comando: GUARDA QUI, E’ IMPORTANTE! Il senso di inadeguatezza, insito in ogni turista, ci induce a obbedire. Mancando magari ciò che volevamo vedere, per guardare ciò che vedranno tutti.

7. Lasciare spazio al caso. La visita a un museo dev’essere organizzata secondo logica, gusto e buon senso; non iperprogrammata. Altrimenti non ci sarà spazio per la "serendipity". Il vocabolo ha un’origine curiosa: secondo la leggenda, il sultano di Serendip (l’attuale Sri Lanka) partì per cercare l’oro. Si spinse lontano, attraversò monti e vallate, ma non lo trovò. Trovò invece tè di qualità superba, che alla fine si rivelò più prezioso dell’oro. Basandosi su questo e altri racconti dove gli eroi facevano scoperte per caso, lo scrittore inglese Horace Walpole (1717-1797) coniò questo vocabolo: "serendipity". Ovvero: la capacità di trovare ciò che non si sta cercando.

Riassumiamo. Sette proposte: niente fretta, non troppa roba, roba che interessa; guardare quello che piace, guardarsi intorno, guardarsi dalle trappole suggestive. E serendipity. Buona visita, e buona fortuna.

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