Il Mistero Recoba (dalla Gazzetta dello Sport)

Recoba è un eccentrico che gioca per una squadra pazza amata follemente da tifosi matti. Questo è il punto di partenza. Ma il Chino è anche un caso scientificamente interessante: andrebbe studiato nei corsi di management o nelle scuole di psichiatria o nelle facoltà di antropologia. Magari in tutt’e tre. E’ infatti la prova vivente dei problemi del talento. Quando è troppo, sono guai.

Non m’illudo di spiegare Alvaro Recoba: alcune sue pettinature, e tutte le sue pigrizie, vanno al di là della mia capacità di comprensione. Non lo conosco, e non mi dispiace: salvo eccezioni, conoscere i calciatori è una delusione (il loro talento sta nel contrasto fisico, non nei rapporti sociali). L’ho intravisto solo un paio di volte, a San Siro e ad Appiano Gentile. Un ragazzo invecchiato sotto un berrettino di lana, con l’occhio lungo e malinconico di molti sudamericani.

Ecco: di qui bisogna partire, forse, per avvicinarsi al Mistero Recoba. In aprile sono passato per Montevideo, dove lui è nato e cresciuto, e ha esordito nel 1993 in una squadra chiamata Danubio. E’ una città fascinosa e struggente, sdraiata sul fiume come una bella donna di una certa età. E’ il posto più vivibile del Sudamerica, dicono i sondaggi. Ma è anche un monumento alla rassegnazione, all’orgoglio che non è diventato importanza, al successo volato altrove. I residenti portano gli ospiti in visita allo Stadio del Centenario che ricorda i trionfi del Peñarol, e si lamentano che i giocatori uruguagi, quando giocano per la “Celeste”, non s’impegnano più di tanto. Il Chino Recoba, ovviamente, è tra questi.

Pensate cosa avrebbe potuto fare, Alvaro Recoba, con quei piedi (anzi con QUEL piede: uno solo, come ha ricordato Mancini dopo Inter-Spartak). Un giocatore che riesce a trasformare ogni calcio d’angolo in un’occasione, sa trasformare ogni partita in un rimpianto. La sua gestione del talento è il riassunto di un carattere: quello degli argentini e dei loro cugini dell’est, gli uruguagi, entrambi italiani alla seconda potenza. Dall’economia alla politica allo sport, veniamo spesso battuti da gente meno geniale di noi. Perché il genio non basta: occorre noiosa disciplina, banale costanza, pedante applicazione.

Le occasioni di Alvaro: sarebbe un bel titolo per un romanzo. In copertina, la faccia di Moratti, specchio della rabbia impotente e della gioia sublime degli interisti davanti a uno spettacolo come quello offerto da Recoba in questi dieci anni, dopo l’esordio in tandem con Ronaldo. Illusioni e delusioni distillate con sapienza, le une e le altre motivate e ragionevoli. Il Chino è uno che, se vuole, può schiacciare una zanzara sulla traversa con una punizione; e poi, se stacca la spina, riesce a inciampare sulla palla.

Qualcuno l’ha paragonato a Corso, altro interista talentuoso e alterno. Non sono d’accordo: il veneto Corso aveva più metodo, nella concessione e nella dissipazione del talento; l’uruguagio Recoba non ne ha nessuno. Corso, fin dal nome, conteneva un’illusione dinamica; Recoba è un nome che sa di recalcitrante relax, reproba recitazione, ricorrente rimpianto.

E’ una fantasia ambulante di cui Moratti non riesce a fare a meno, e noi nemmeno. Sono certo che la società, l’allenatore e i compagni gli ripeteranno, in queste ore, che potrebbe vincere le partite da solo, se ne avesse voglia. Spero che non accada, che nessuno gli dica niente, che non gli facciano leggere quest’articolo. Non servirebbe, non è mai servito. Chino Recoba è schiavo dei suoi sogni e dei suoi umori, come qualsiasi ragazzo che corre lungo il Rio della Plata, in quest’inizio di primavera australe, e si sente più grande dei brasiliani e più forte degli argentini – anche se abita in un boccone di Sudamerica, tutto solo, là sotto.

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