La testa dei ragazzi (dal Corriere della Sera)

Sto insegnando a Middlebury College, Vermont. Bel posto: un incrocio tra un campo-scout e un seminario di montagna, pieno di verde, granito, zanzare e cortesia. La “library” – legno chiaro, vetrate e infiniti computer affacciati sui prati – farebbe venir voglia di studiare anche a una valletta di Amadeus. In mensa si mangia bene e non occorrono frigoriferi: basta l’aria condizionata. Campi da tennis, piscina olimpionica, bigliardi, caffé e sale di lettura: tutto è aperto sempre, senza prenotazioni e formalità.

I colleges descritti da molti romanzi americani – sesso, droga e rock ‘n roll (per accompagnare l’alcol) – sembrano distanti annni luce. I professori vengono bombardati d’istruzioni prima d’arrivare: una volta qui, si è liberi di fare, disfare, esserci o scomparire. Basta far lezione, essere puntuali, non gridare, parcheggiare nei posti assegnati e comportarsi bene con studenti e studentesse. La “faculty” (il corpo insegnante) riceve pagine e pagine di moniti sulla “sexual harassment” (molestia sessuale), un concetto che negli USA interpretano in modo estensivo. Applicato nelle università italiane, riempirebbe le carceri appena svuotate dall’indulto.

Middlebury insomma è un posto interessante, adatto per ragionare sull’argomento del secolo per la stagione in corso: gli studenti che tra un mese, in tutta l’America, si presenteranno nei colleges. Con mamma e papà. Che si agitano, si preoccupano, s’impiccciano, si raccomandano. La generazione più protetta della storia dell’umanità inizia il percorso universitario col fiato sul collo. La University of Vermont – 50 chilometri da qui – ha dovuto impiegare ex-studenti come buttafuori per impedire che i genitori s’infiltrassero negli “incontri d’orientamento”, e ha istituito il corso “Parenting from a Distance” (genitori a distanza) per “guidare attraverso i vari stadi dell’ansia da separazione e offrire consigli per la transizione”.

Poi c’è l’alcol. Cosa accade? Questo: i ragazzi, cui è stato ripetuto per diciott’anni che bere è demoniaco (spesso da genitori attaccati al gin & tonic), arrivano e non vedono l’ora di sbronzarsi. Di solito, ci riescono. Tom Wolfe, autore di “Io sono Charlotte Simmons”, ha forse esagerato, ma nelle università americane la sbronza sistematica è un flagello. Sono intervenuti associazioni di genitori, il Congresso e il Century Council (l’organizzazione dei produttori contro l’abuso di alcol), che ha pubblicato un opuscolo pieno di domande come queste: “Come ti comporti se trovi uno studente svenuto nel bagno?”, “Cosa fai se il tuo compagno di stanza vuole solo bere e andare ai party?” (risposta sbagliata: ci vado anch’io!).

Qualche papà e qualche mamma ha capito che il problema sta a monte, e demonizzare l’alcol vuol dire renderlo più interessante, per un teenager. Meglio un’educazione familiare, che prevede anche un assaggio di vino o una birra prima dei 21 anni, magari durante il pasto serale in famiglia (ormai sostituito, in molte case americane, dall’assalto individuale al frigorifero). Niente da fare. Li hanno soprannominati “toxic parents” (genitori tossici), e minacciati: con l’ostracismo sociale e conseguenze penali (in diversi Stati la legge punisce i genitori che permettono ai minorenni di consumare alcol in casa o nelle vicinanze).

Ecco: questa è una materia dove noi italiani – per una volta – potremmo insegnare molto. Ma ho la sensazione che in America non siano interessati. Peccato. Sanno creare i campus più belli e funzionali del mondo; ma sulla testa dei ragazzi – lo dico con amicizia – qualcosa devono ancora imparare.

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