Una estate italiana tra cultura e infradito (dal Corriere della Sera)

L’estate culturale è un argomento fascinoso: le lunghe sere, la bellezza dei luoghi, la curiosità degli italiani e la vanità degli autori costituiscono un cocktail delizioso e micidiale. Ha fatto bene il “Sole 24 Ore” ad affrontare l’argomento, e Pigi Battista a riprenderlo, domenica. Prima di chiudere le valigie, vorrei offrire anch’io il mio contributo.

Non si preoccupino i lettori. Dopo un mese in Germania ad ammirare le gesta di Materazzenbauer, me ne aspettano due negli Stati Uniti (università, poi un libro): per quest’estate, siete salvi. Ma ho cominciato a girare nel 1990: in sedici anni ho visto cose che voi umani non potete immaginare. Spietati uffici del turismo, presentatori impresentabili, lettrici seducenti e lettori maniacali, platee che resistono sotto la pioggia e altre che ti mollano per il bingo. Anche per questo mi sono divertito moltissimo.

Non sono l’unico. Sono pochi gli autori che resistono al fascino ruspante delle presentazioni estive. A differenza dei premi e delle giurie, che talvolta hanno qualcosa di viscido, le serate sono popolari, veraci e imprevedibili. Sono, se vogliamo, l’espressione teatrale della scrittura. Tener svegli, insieme, pensionati, studenti e mamme con bambini è un’arte, e richiede tecnica, esperienza e un po’ d’amore.

Se la cultura italiana non è completamente mummificata, lo deve anche alle estati culturali. Non c’è luogo nazionale che solerti organizzatori non abbiano sfruttato come sfondo, mescolando sadismo e fantasia. Molti scrittori conoscono l’Italia solo grazie ai posti strampalati dove si sono ritrovati una sera di luglio, di fianco al presidente dell’azienda di promozione turistica, ansioso di pronunciare il suo discorso.

Gli autori sono consapevoli di tutto questo. Non crediate che giriamo solo per vendere qualche copia in più, o per soldi (quasi sempre, quando c’è di mezzo un libro, ci prestiamo gratuitamente, un’altra spiegazione della nostra popolarità presso gli organizzatori). Giriamo per divertimento, vanità, incoscienza e curiosità. Ogni scrittore, in fondo, è convinto che i lettori siano personaggi creati della propria fantasia, e quando se li vede lì di fronte, in carne ossa e infradito, è piacevolmente stupito.

L’estate scorsa sono stato ospite in giardini pubblici, stabilimenti balneari, rifugi alpini, centri polisportivi, stazioni, spiagge, caffè, librerie, ville, aule magne, cinema, isole pedonali, municipi, tensostrutture, pinete, complessi monumentali, palazzi, cortili, scuole, yacht club, alberghi, biblioteche, ristoranti, chiese, collegi, cappelle, cantine e navi (un anno fa, proprio qui, ho raccontato la mia sfida con una contorsionista ucraina a bordo di un traghetto Palermo-Genova: io presentavo un libro e lei l’ombelico, indovinate un po’ chi ha vinto).

Ebbene: ogni volta ho pensato d’essere fortunato a incontrare quell’Italia estiva, imperfetta e affettuosa, venuta lì perché non aveva di meglio da fare, o addiritttura per me. Il pubblico non era quello degli azzurri al Circo Massimo: negli anni ho visto qualche piazza piena, ma anche teatri semivuoti, dove ho imparato molto. Se uno riesce a far contente quindici persone, sarà più bravo quando ne avrà davanti millecinquecento (il mio fallimento preferito a Gardone Riviera, anni fa, all’aperto, serata di pioggia: tutti i presenti erano parenti dell’organizzatore, convocati d’urgenza).

Credetemi. Quando un autore firma i libri dopo la presentazione, in realtà, firma il suo personale trattato di pace col mondo. Dura poco: di solito fino alla cena con le autorità locali, che provvedono a riportarlo sulla terra.

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