Campioni del mondo! (dal Corriere della Sera)

BERLINO – Minuto centonove: Zidane esce dal campo, e non guarda la coppa, sfacciatamente dorata, che aspetta il vincitore. Non sarà lui: anche se è stato il più bravo, come quasi sempre, e ha pagato un secondo di assoluta follia – la stessa che gli si legge negli occhi scuri, e lo fa giocare come nessun altro. Lo guardiamo dall’alto in un baraonda francese, che urla insulti a Materazzi, come se la testata l’avesse tirata lui. Hanno perso allora, i blu: con un tifo aggressivo, negativo, brutalmente contro. Il cielo ha guardato giù, e non ha gradito.

Zidane che esce è la fotografia della fortuna che gira, e decide di cambiare padrone. Tre volte fuori dai Mondiali ai rigori (1990, 1994, 1998), e stavolta tocca a qualcun altro piangere. Il leggendario “culo di Sacchi” diventa un puntolino transatlantico, rispetto a quello di Lippi nella notte di Berlino. Un secondo tempo orrendo, supplementari giocati sulla forza dei nervi: dei azzurri in campo, e forse di una nazione che ha visto troppe volte i sogni allontanarsi, e stavolta li ha trattenuti coi denti.

Scrivo mentre i nostri, impazziti di gioia e di sorpresa, girano per il campo: erano tutti bambini, nel 1982, e ora si stanno comportando allo stesso modo: cappelloni e boccacce e bacini. Il pubblico italiano sugli spalti è invece stranito. Anzi: esausto. Ogni tanto qualcuno si alza, grida qualcosa, e poi s’accascia. I francesi ci guardano, incerti se essere più invidiosi, più arrabbiati o più stupiti di questa gioia fredda dei loro vicini del sud.

Solo intorno alle undici e un quarto, quando Cannavaro si mette a ballare la tarantella tedesca trascinando tutti gli altri, qualcuno si scuote. Poi Totti mette la coppa sotto la maglietta e, così incinto, corre verso la nostra tifoseria: più buona di quella avversaria, più popolare, più addestrata a prender sberle dal destino. Ma era ora di finirla: ed è finita.

Platini adesso ricorderà il nome di Grosso, finalmente: a differenza di lui, il ragazzo ha vinto una Coppa del Mondo. E tutto il pubblico francese che stasera era qui a Berlino ricorderà quel rigore lunghissimo che parte da Palermo e finisce nella porta sotto la curva dei bleus. Domani ci sarà tempo per studiare le combinazioni, gli incroci astrali, le ricorrenze (ci siamo scambiati il regalo coi tedeschi, vincitori in Italia; e battere in finale la nazionale del Papa, come nel 1982, si conferma un buon viatico). Adesso godiamocela.

Les italiens!, mi hanno gridato tutta la sera nelle orecchie, come se fosse una colpa. Non ho avuto cuore di dirgli, mentre nascondevano la faccia nelle mani, che les italiens sono anche questa cosa qui: gente che sa aspettare. E sa soffrire, cercando di tirar fuori un capolavoro da un anno orribile, e da una serata nata storta. Il cielo ha simpatia per gentaglia come noi, che sa incassare e non lo sfida con arroganza.

Manca un quarto a mezzanotte: sugli spalti resta un po’ d’azzurro, i blu sono scomparsi, il prato luccica di coridandoli, gli altoparlanti dello stadio vomitano musica orrenda, forse recuperata tra i cd del custode. Ma prima dei supplementari avevano suonato “Whatever will, be will be, quel che sarà, sarà…”.

Noi abbiamo capito subito, i francesi non ancora.

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