Perché l’Italia non è la Florida. (dal “Corriere della Sera”)

Come altri giornalisti italiani, sto ricevendo email e telefonate da colleghi stranieri che cercano di capire cosa diavolo sta succedendo in Italia. Giorni fa mi ha chiamato l’americana National Public Radio (NPR), programma “Talk of the Nation”. L’intervistatrice ha domandato: “C’è molta tensione in Italia, visto il risultato incerto delle elezioni?”. No, le ho risposto. La collega di Washington non era convinta: “Ma lo scarto è minimo, Berlusconi non ha ancora accettato la sconfitta!” Risposta: si sa, non è bravo a perdere; e poi sta negoziando. Ancora dall’America, con stupore: “Quindi non è come qui da noi sei anni fa!”. Esatto, cara collega. Affondo finale transatlantico: “Cosa fa la gente, in questo momento?” Be’, è una bella serata e sta andando a prendere il gelato, le ho risposto.

Nel 2000 ero negli Stati Uniti durante e dopo l’elezione presidenziale: effettivamente, la tensione si tagliava col coltello. Ricorderete: maggioranza popolare a favore del democratico Al Gore, poche centinaia di voti (contestati) di vantaggio per il repubblicano George W. Bush in Florida (Stato-chiave, governato dal fratello). C’era da farsi venire una crisi di nervi, e gli americani non se la sono fatta mancare. Una lunga, fiduciosa abitudine nei meccanismi della democrazia aveva indebolito la capacità di reazione. L’ansia era figlia dell’imbarazzo, l’imbarazzo dell’illusione.

In Italia non ci illudiamo molto. Il nostro disincanto politico sfocia, spesso, nel cinismo. Il 9 e 10 aprile abbiamo votato in massa – altra lodevole prova di sfiducia – e poi abbiamo atteso i risultati. Come sapete, ha vinto di un soffio l’opposizione, grazie a due leggi elettorali volute da due ministri del governo, uno dei quali ha definito la sua creatura “una porcata” (provate a spiegare QUESTO agli americani!).

Siamo stupiti? Ma no: un popolo di tifosi di calcio è abituato ai gol a tempo scaduto, e sa che il caso gioca la sua parte. Analisti e politologi descrivono l’Italia settentrionale “innamorata della destra” e quella centrale “fiduciosa nella sinistra”, ma l’impressione è che nove italiani su dieci abbiano votato per il meno peggio. Di sicuro nessuno si eccita, s’esalta o s’angoscia.

Domanda: questa calma post-elettorale è una buona notizia? Risposta: solo in parte. E’ bene che noi italiani non siano ansiosi, e certi della tenuta della nostra democrazia. E’ preoccupante, invece, il profumo di cinismo che si sente nell’aria di primavera. Da dove arriva? Ho un sospetto: siamo convinti che, chiunque vinca, cambierà poco.

In Italia non manca solo l’incertezza speranzosa che ha accolto Kennedy, Reagan e Clinton negli U.S.A, Thatcher e Blair in Gran Bretagna, Aznar e Zapatero in Spagna: manca anche la voglia d’impegnarsi per cambiare le cose. Nel libro più pessimista che abbia letto ultimamente (“Il Paese del pressapoco” di Raffaele Simone, Garzanti) ho trovato un neologismo interessante: “koinofobi”, un popolo che diffida delle cose comuni, delle cose di tutti. Pochi di noi sembrano capire che non si costruisce una società efficiente, senza rinunce personali; e la somma di milioni di individualismi non produce altrettanti capolavori, ma confusione impotente. Nazioni meno talentuose di noi ci stanno superando: semplicemente perché sono più solidali, e meno indisciplinate.

In Italia nessuno vuole mollare niente. Siamo tutti topolini convinti che il pezzetto di formaggio durerà per sempre: e non ci accorgiamo che nella nostra soffitta – accogliente e artistica, per carità – potrebbe cascare il tetto. Mi ha scritto Marie, una lettrice francese: “L’Italia di oggi è bella per uno che non lavora, non ha responsabilità o ha molti soldi. E’ meno bella per chi vuole costruirsi una vita e/o una famiglia. Per questo l’ho lasciata. E’ importante godersi i piccoli piaceri, ma bisogna fare in modo che non diventino i soli piaceri.”

E’ così. Molta gente in Italia sta ancora bene, grazie a rendite di posizione e a una robusta “economia in contanti”. Affolla i negozi d’abbigliamento, arreda le case alla perfezione, spende messaggini e massaggini, parte per il fine-settimana, discetta di vino e cucina, va a mangiar fuori. E non capisce che, senza riforme radicali e dolorose, potremmo lasciare l’attico delle potenze industriali, e scendere al piano di sotto. Preoccupati? Macché.

Chi prenota il ristorante, stasera?

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