MATCH POINT: la pupa, gli sfondi, la trama (da Io Donna, settimanale del Corriere della Sera)

Il trucco è questo: dimenticarsi di Woody Allen, e concentrarsi sulla pupa, gli sfondi e la trama. Non che il signor Woody, nei panni (non nuovi) di regista, sia incapace: è bravo, invece. Ma chi s’aspetta di trovare in quest’ultimo film tracce di “Zelig” o “Io e Annie”, resterà deluso. E’ come se un campione di wrestling, salendo sul ring, si mettesse a cantare. Magari ha una bella voce, ma il pubblico resterà perplesso.

La battuta migliore è involontaria, e sta nel titolo. Chiamare “Match Point” un film dove il cattivo è un giovane tennista, significa avere coraggio, o una certa autoironia. Peccato che il signor Woody non l’abbia fatto apposta. Non voleva far ridere: aveva in mente “un film di passione, tentazione e ossessione” – così assicura la locandina – e quello ha fatto. Se Alfred Hitckok avesse bevuto qualche whisky con Evelyn Waugh, e i due avessero deciso di citare Dostoijevskj strizzando l’occhio a Sofocle, poteva uscire qualcosa del genere.

“Match Point” – ecco, ho sorriso di nuovo – è la storia di un giovane americano, ambizioso e spregiudicato, che s’intrufola nell’alta società londinese; poi s’invaghisce della quasi-cognata; e quando questa relazione rischia di distruggere la sua scalata sociale, ricorre a mezzi piuttosto discutibili. Ma gli va bene: il suo è un delitto senza castigo, con un finale davvero niente male. Dostoijevskj avrebbe avuto qualcosa da dire, ma Hitchcok avrebbe applaudito. La trama, e la pupa.

Lei è Scarlett Johansson: bella, sexy ma non inarrivabile. La ragazza ha il fascino della commessa più bella dell’ipermercato: quello cui nessun uomo sa resistere. Miss Johansson sa recitare, come già aveva dimostrato in “Lost in Translation”, dove riesce a rendere magico il jet-lag. In “Match Point” (oh no!) sopravvive perfino a una scena grottesca sotto la pioggia. Indossando la canonica maglietta bagnata, viene spinta dal focoso amante in un campo di grano, e lì, tra le spighe, se ne esce con due battute infelici che – si spera – siano state rese male nel doppiaggio.

Ma neppure questo increscioso episodio sminuisce la sua prestazione. Nella parte dell’aspirante attrice di Boulder, Colorado, Miss Johansonn è convincente. Londra resta il crocevia preferito dagli illusi del mondo: di sognatrici ventenni, i basements con le inferriate alle finestre sono pieni. I giovani ricchi inglesi amano frequentarle senza impegno, come facevano un tempo i giovani ricchi italiani con le modelline di passaggio a Milano (oggi questo “usa e getta” è più difficile: le ragazze si sono fatte furbe, e hanno alzato il prezzo). Scarlett interpreta benissimo questo ruolo aggressivo e indifeso. Guardatela ondeggiare nell’abitino da tennis e buttare occhiate possibiliste: capirete che finirà nei guai.

Siamo alla terza nota di merito di “Match Point” (blah!): gli sfondi. Il signor Woody ha saputo portare lo spettatore a Londra, così come l’aveva accompagnato in giro per Manhattan. Da questo punto di vista, il primo film realizzato fuori dalla sua New York è un successo. La capitale britannica – noi italiani lo sappiamo bene – è soffocata dai luoghi comuni, dai ricordi e dai fine-settimana. Per riuscire a renderla com’è – fresca, imperfetta e mutevole – ci voleva un fuoriclasse, che non avesse paura di cimentarsi col documentario.

Ecco cos’è, questo film: un “thrillerario” (thriller+documentario). Pieno di bei ragazzi, di ricchi annoiati e di matti col fucile, magari: ma rispettoso dei luoghi, che diventano fondamentali. Il film è stato girato soprattutto in esterni, ma anche gli interni britannici sono impeccabili: perfino quando sono stati ricreati, come la Tate Modern e la Royal Opera House, vietati alle telecamere.

“Match Point” (perché, Woody, perché?) mostra l’Inghilterra di sempre, e quella di oggi. Ci sono i week-end in campagna con la pioggia, i breakfasts coi giornali, le mamme che esagerano col gin & tonic e straparlano, gli sport onnipresenti (il tennis sociale, il ping-pong passionale, il malizioso croquet). C’è, quasi certamente, la lotta silenziosa tra gli accenti: americani contro inglesi, e inglesi gli uni contro gli altri (ma ho visto il film in italiano, e non posso confermarlo). C’è perfino un clone di Rupert Everett da giovane (Matthew Goode, nella parte del cognato Tom): una prova che l’Inghilterra ama servire gli stessi piatti.

Dal film esce però anche la città moderna, quella che è cambiata sotto gli occhi dei turisti, e i turisti – a differenza del regista e del suo scenografo, Jim Clay – non se ne sono accorti. Dentro “Match Point” (sigh) ci sono i cieli coperti sopra Notting Hill e Marylebone. Ci sono Chelsea e Belgravia, riserve per ricchi espatriati. Ci sono ragazzi troppo giovani con stipendi troppo alti scarrozzati dentro auto troppo grosse. Ci sono gli appartamenti con le vetrate sul fiume. C’è l’arte moderna, in bilico tra moda e passione. Ci sono i taxi ubiqui e marchi onnipresenti (Cartier, Ralph Lauren, Asprey: mica scherza, il signor Woody, col product placement). Ma c’è anche la città precaria degli affitti, delle vicinanze e delle coincidenze: la giovane americana e la vecchia inglese, il ragazzone di colore, la commessa e il poliziotto coi vestiti tanto più cheap dei suoi indagati.

Poco importa, a questo punto, se “Match Point” (ma no, ma dài!) ha come colonna sonora celebri arie d’opera, tra cui una prevedibile “Desdemona” da “Otello”, quando i Coldplay ci sarebbero stati così bene. Non fa niente se alcune battute colano sullo spettatore come cemento fresco (“E’ incredibile come cambia la vita se la palla va oltre la rete!”). Non conta se ogni tanto il signor Woody tenta d’imitare i vecchi dialoghi di Woody Allen (“Sei un’amante speciale?” “Be’, finora nessuno ha voluto indietro i soldi!”).

Il film è comunque degno di essere visto. Perché è un bel thriller, un ottimo documentario, gli attori inglesi sono bravi e la pupa americana è uno schianto. Non per niente all’Ipermercato di Hollywood, oggi, va per la maggiore: siamo tutti in fila alla sua cassa, sperando in un sorriso.

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