TORNARE A PECHINO (dal Corriere della Sera)

Conto le gru dalla finestra della mia stanza d’albergo: ventiquattro. Uno spettacolo maestoso e ottimista, la fantasia erotico-edilizia di un costruttore bergamasco in trasferta. Mi sveglio alle tre di notte – cortesia dei fusi orari – e nell’immenso cantiere di fronte vedo squadre di operai che lavorano alla luce dei fari. Li guardo, non ci fanno caso. Devono averne visti tanti, di occidentali in pigiama che meditano sul futuro del mondo nella notte blu di Pechino.

Torno in Cina dopo sei anni di frequentazioni (1986/1992) e tredici d’assenza, e scopro che alcune cose non sono cambiate: i taxisti portano sempre i guanti bianchi, continuano a perdersi per la città e si pettinano mentre sorpassano sul “terzo anello”. Dove c’erano feroci ingorghi di biciclette ci sono orrende file di auto che si muovono su una superficie urbana pari al Belgio (16.000 kmq). Se a Pechino installassero un rilevatore di polvere sottili, dovrebbero trovarne uno che non va per il sottile.

Arrivo da Hong Kong, andrò a Shanghai: ogni viaggio colpisce per la sua semplicità. Negli anni ’80 uno spostamento interno in Cina andava preso con umorismo: ricordo un volo surreale per Canton con le Xinjiang Airlines, su un aereo ex-sovietico, con equipaggio russo e uzbeco che vendeva matrioske ai passeggeri e rifiutava ogni altra forma di comunicazione.

Oggi i servizi sono impeccabili, i modi professionali, gli spazi luminosi. Ci vorrebbe una telecamera per raccontare il sole del mattino che si schianta sulle vetrate dei palazzi in costruzione, e rimbalza sulle auto che entrano in città. L’Audi nera (assemblata in Cina) scivola silenziosa verso il centro, guidata da un autista muscoloso, orgoglioso del suo gessato e del soft rock cinese nell’autoradio. Un’America senza americani, e più nuova.

Penso: bisogna prepararsi. Bisogna alzare barricate contro lo stupore, difendersi dalle batterie di cifre. La quantità di ragazzine dietro un banco, la scarica di piatti su un menu, la massa di oggetti nei negozi, il tasso di crescita (+10%), la produzione industriale (+16%), il numero di quanti ancora non ce l’hanno fatta (500 milioni vivono con due dollari al giorno), ma contano prima o poi di farcela (il 70% dei cinesi si dice ottimista).

L’Europa è una civiltà letteraria, e i numeri cinesi ci mettono fuori combattimento. Eppure, bisogna resistere allo stupore, con la stessa determinazione con cui si resiste al fuso orario. Bisogna leggere, guardare, ascoltare, imparare a fiutare l’odore della Cina: una mescola di polvere, di sintetico e di nuovo, che ti sorprende in una stanza d’albergo, o nell’uniforme di una ragazza che passa. L’importante è tenere la mente occupata, e non cedere allo stupore.

Stupefacente. Stupefacente quant’è cambiata Pechino, e com’è rimasta uguale. Alberto Moravia, arrivato qui quarant’anni fa, trovava questa città verde e grigia: “il verde degli alberi piantati negli innumerevoli cortili, il grigio dei tetti di tegole di ceramica”. Spariti i cortili, demoliti quei tetti, i colori sono gli stessi: grigio il cemento delle costruzioni, verdi le vetrate verticali. Allora e oggi, “fino al più lontano orizzonte, un cielo azzurro, purissimo.”

Come vuole il suo nome – Beijing, capitale del nord – questa è una città settentrionale, a suo modo severa. Un altro viaggiatore italiano – Giorgio Manganelli, venuto qui a metà degli anni ’70 – scriveva: “Se qualcuno s’immagina una città geometrica, astratta, un quadrato intorno a un quadrato, con viali predisposti come itinerari per il vento (…) costui senza dubbio sta sognando Pechino”. Di nuovo: è sorprendente come, cambiato tutto, non sia cambiato niente.

Pechino non offre i passaggi improbabili di Hong Kong – entrare in un centro commerciale e attraversare un albergo per sbucare in un garage – e non è neppure una città micotica come Shanghai (edifici che sorgono come funghi, e insetti umani che corrono qua e là). Pechino ha una sua linearità imperiale. Si vede che è stata progettata, e s’è concessa un numero limitato di eccezioni. Il nuovo quartiere degli affari sta a est della Città Proibita: lì, e non altrove. Tienanmen è identica alla piazza che ho frequentato nella primavera 1989. Mancano gli accampamenti degli studenti, ma c’è il ritratto di Mao Tse-tung. Colorato come un’icona di Andy Wahrol, è un invito e un monito. I passanti ricordino pure la faccia, ma dimentichino l’uomo. L’estetica in Cina è consentita; la politica non più, o non ancora.

Andiamo al “798”, il quartiere degli artisti, ricavato da un complesso di fabbriche nella zona di Dashanzi. Dopo qualche incertezza, le autorità hanno deciso di non smantellarlo: ogni città olimpica, per essere chic, deve avere un posto così. S’intuisce che qui è transitata la bohéme: ma adesso, come a SoHo o a Trastevere, è tempo di passare all’incasso. Anche qui, Mao. I ritratti su tela degli anni ’70 – Mao in treno, Mao che parla, Mao che saluta – vengono venduti a 300 dollari. Ne ho un paio a casa, acquistati per pochi yuan nel 1986: chiedo se sono interessati all’acquisto. Le ragazze della galleria d’arte mi guardano indulgenti: un altro occidentale che s’è portato i ricordi nel bagaglio a mano, dimenticando che la Cina conosce solo il presente e rispetta il passato remoto. Il passato prossimo è solo un tempo commerciale. Allora: interessa o no, un reperto semiautentico della Rivoluzione Culturale?

Party all’ambasciata italiana. Il taxista ha deciso che non conosce il quartiere di San Li Tun, e arrivo che le sale sono piene. Presentano un numero speciale della rivista “Vision”, dedicato all’Italia. C’è qualcosa dei nostri anni ’80 nei vestiti eccessivi, nelle pose artistiche, nei titoli ridondanti degli ospiti. Il numero dei biglietti da visita che vengono scambiati in queste occasioni è impressionante: mi chiedo se i cinesi tengono a casa piccoli inceneritori per sbarazzarsene, ogni sera. Una signora elegante mi offre – a due mani, secondo il rituale – un biglietto: “Tian Ye – China Ten Well-Known Producer – National Top Director”. E’ come se Moretti girasse per Roma presentandosi come “Nanni Moretti – Uno dei Dieci Ben Noti Produttori Italiani – Super Regista Nazionale”. Oddio: speriamo di non avergli dato un’idea.

A cena da “Mare”, ristorante spagnolo, insieme a amici italiani e cinesi eleganti. C’è la disegnatrice leopardata, la figlia del generale della Lunga Marcia, il fotografo che riprende tutti, l’ex dirigente Nokia che si sposa il tedesco conosciuto al “Suzie Wong”. C’è un’ingenuità accattivante e un piacere disciplinato, nella vita sociale di Pechino. In Cina la cultura è una seconda natura che riduce la passione, ma regala un certo stile: ieri alle Guardie Rosse, oggi ai nuovi ricchi. Nulla a che fare coi milionari di Mosca: là ostentano, qui si limitano a mostrare. Il realismo cinese, oltretutto, consente di mischiare originali e copie. I marchi americani sono in caduta libera, i nostri reggono: vero Prada e finto “D&G” (Dance & Grow, non Dolce & Gabbana), mescolati con entusiasmo. C’è un cinese che si fa chiamare Peppe Peluso (www.popbrand.com/Brand/Show2730.htm). Vende bene, dicono.

I Vip Pass, i Club Executive, le Exclusive Lounges: i cinesi adorano queste cose, che li fanno sentire americani; e noi europei le pretendiamo, per non essere da meno degli uni e degli altri. Viaggi, ingressi, soggiorni, alberghi, trasporti: la Cina è un foresta di privilegi, che offre agli espatriati – non si per quanto ancora – un’esperienza di colonialismo soft, fondato sull’abbondanza di mano d’opera. Guardaroba e garage, alberghi e ristoranti, uffici o parcheggi: le porte si aprono, i cappotti scompaiono e riappaiono, guardie più o meno sorridenti scivolano ovunque come ombre brune. A Pechino s’intuisce, a Shanghai è evidente: questa Cina è eccitante, ma provvisoria. Il problema è che nessuno sa cosa accadrà, e quando: così tutti cercano di divertirsi, fare affari, e non pensarci.

E’ la mia ultima sera in Cina. Mentre un gruppo di stranieri brilli si fa fotografare sul Bund con lo sfondo ipnotico dei grattacieli di Pudong, le chiatte scivolano sul fiume nel buio. Una processione invisibile e interminabile: a centinaia, gigantesche e silenziose, risalgono verso l’interno, per prendere nuove merci e consegnarle al mare e al mondo. Mi viene in mentre una vecchia canzone di Cat Stevens:

Longer boats are coming to win us
They’re coming to win us, they’re coming to win us
Longer boats are coming to win us
Hold on to the shore, they’ll be taking the key from the door.

“Verranno lunghe barche, e ci vinceranno”. Se ne accorgeranno anche gli inglesi, che adesso si fanno fotografare col sigaro in bocca e le ragazzine cinesi sottobraccio, come se a Shanghai non fosse cambiato niente, come se i padroni fossimo ancora noi.

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