Non ci sappiamo raccontare (dal Corriere della Sera)

Uno viaggia, fa cose, vede gente. La vita, insomma, che s’appresta a fare Marco Follini seguendo il consiglio di Nanni Moretti (anche lui arrabbiato con Silvio Berlusconi, ma da più tempo). E viaggiando, facendo cose e vedendo gente ci s’accorge che l’Italia è diversa da molti Paesi amici e concorrenti. Non è solo questione di economia, politica, amministrazione e giustizia. E’ una questione di umore: e non è meno importante.

L’umore delle nazioni è una cosa seria. Non dipende solo dal fatto di vivere in tempo di pace: questa è una condizione che conosciamo da molto tempo, e apprezzano veramente solo gli ultrasettantenni, che ricordano la guerra in casa. Il benessere non è neppure una questione di potere d’acquisto. C’è addirittura chi, come Serge Latouche (“Come sopravvivere allo sviluppo”, Bollati Boringhieri), invita a “resistere alla colonizzazione dei bisogni socialmente costruiti”, puntando invece sulla “semplicità volontaria” e “la decrescita conviviale” (una strategia che potrebbe risultarci congeniale: in Italia la crescita nel 2005 sarà nulla; e, in quanto a convivi, non ci batte nessuno).

Da cosa dipende, allora, l’umore delle nazioni? La butto lì: dalla capacità di sentirsi protagonisti di una storia che va avanti. Senza questa “capacità narrativa”, una comunità non vive: sopravvive. Magari si diverte, spende e spande per mascherare incertezza e delusione. Ci sono abitudini italiane che hanno l’aria d’essere tattiche consolarie. Penso al successo strabilitante dei negozi di intimo; all’ossessione per qualsiasi gadget; al fatto che metà dei maschi sopra i 45 anni siano diventati gourmet, e l’altra metà ciclisti e giardinieri.

Quali Paesi hanno ancora questa capacità narrativa? Gli Stati Uniti non l’hanno mai perduta: solo gli sciocchi e i superficiali non capiscono che la forza dell’America è il gusto del futuro, più saporito di qualsiasi presidente. Anche la Gran Bretagna ha saputo raccontarsi: “Cool Britannia” e “New Labour” non erano solo abile marketing politico, ma un tentativo (riuscito) di reinventarsi. Lo stesso ha saputo fare la Spagna del post-dittatura, la Germania in seguito all’unificazione, l’Ungheria dopo la libertà. Lo stesso vorrebbe fare Putin con la Russia: in assenza di meglio, rispolvera l’estetica e l’epopea sovietica (l’inno, le marce, l’autorità).

E l’Italia? Credo che la “capacità narrativa nazionale” fosse evidente durante il fascismo (il racconto a molti non piaceva, e il finale è stato tragico: ma Mussolini era un affabulatore). L’Italia è tornata a sentirsi protagonista nel dopoguerra; e negli anni Sessanta, quando ha gustato la ricchezza nuova. Negli ultimi tempi ci sono stati due momenti che hanno riportato brevemente questa corrente: l’ingresso nell’Unione Monetaria e il “contratto con gli italiani” di Berlusconi. Riuscito il primo e disatteso il secondo, siamo fermi: nessuno riesce più a farci sognare insieme.

I giovani italiani sognano da soli, e spesso sognano europeo: euro, e-mail, erasmus, easy-jet e “English language” sono cinque “E” importanti, e hanno cambiato la vita di molti. I ragazzi hanno capito “la fortuna di vivere adesso/questo tempo sbandato”, per citare una canzone di Ivano Fossati. Noi adulti, facciamo fatica. Siamo, in fondo, una generazione politica che dalla politica non s’aspetta soluzioni definitive: un racconto, però, sì. Vogliamo un’idea dell’Italia che verrà. Qualcosa da ascoltare, e in cui sperare.
Mancano cinque mesi alle elezioni: vediamo se qualcuno riuscirà a raccontarci questa storia. O se andremo votare per stanchezza e con la nausea, come al solito.

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